Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura/982

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[p. 314 modifica] cosí facilmente altro esempio in altro scrittore greco). Il che dimostra sí che gli stessi scrittori sí che i lettori greci erano ignorantissimi del latino, da che gli scrittori non giudicavano di poter citare parole latine, com’elle erano scritte; e di rado anche le usavano in lettere greche, al contrario de’ latini rispetto alle voci greche e passi greci in caratteri latini ec. Quanto poi i [p. 315 modifica]greci dovessero lottare colle circostanze per mantenersi in questa verginità anche prima di Costantino e dopo la conquista della Grecia fatta dai romani, si può raccogliere da queste parole del cav. Hager, nel luogo citato qui dietro (pag. 980), pag. 245. Basta consultare la celebre opera di S. Agostino, De Civitate Dei, onde vedere quanto i romani al medesimo tempo erano solleciti d’imporre non solo il loro giogo, ma anche la loro lingua a’ popoli da loro sottomessi: Opera data est, ut imperiosa civitas, non solum iugum, verum etiam linguam suam, domitis gentibus per pacem societatis imponeret lib. XIX, cap. 7). Ai greci medesimi, dice Valerio Massimo, non davano giammai risposta che in lingua latina: illud quoque magna perseverantia custodiebant, ne Graecis unquam nisi latinae responsa darent (lib. II, cap. 2, n. 2); e ciò quantunque la lingua greca fosse tanto famigliare a’ romani; nulla di meno per diffondere la lingua latina obbligavano perfino que’ greci, che non la sapevano, a spiegarsi per mezzo di un interprete in latino: Quin etiam... per interpretem loqui cogebant.... quo scilicet latinae vocis honos per omnes gentes venerabilior diffunderetur (ibid).