Pensieri e discorsi/Antonio Mordini in patria/VI

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VI.


E tu, o Barga, o piccola pacifica Barga, tu che eri, come sei, la terra più tranquilla della tranquilla Toscana, all’Italia desti l’uomo che col Guerrazzi fu il più potente ed eloquente sommovitore della Toscana, e che la costrinse a non accontentarsi di riforme, l’uomo che propose e caldeggiò la costituente, l’uomo che proclamò nel solenne comizio fiorentino dell’8 febbraio del quarantanove la caduta della casa di Lorena. E voi, alcuni di voi, o cittadini, lo vedeste bensì, dopo ch’era stato ministro, come prima era stato combattente, lo vedeste cauto, scollettando avanti giorno, tornare fuggiasco e bandito ad Albiano ed a Barga; e lo sapeste poi, in sicuro, esule di terra in terra, e condannato in contumacia all’ergastolo: ebbene dieci anni dopo, nel bel maggio del cinquantanove, egli ritornava, quando i vinti di Novara, di Roma, di Venezia, prendevano la loro rivincita; e, cacciatore delle Alpi con Medici, in Lombardia, e nell’anno seguente, colonnello con Medici in Sicilia, egli il 7 novembre del 1860 entrava in Napoli libera dal Borbone, in Napoli nostra. Gli era accanto Giorgio Pallavicino, che aveva patito gogna catene e fame negli ergastoli dello Spielberg, di Gradisca e di Lubiana. I due condannati all’ergastolo, l’uno dal Lorenese di Toscana, l’altro dal Lorenese d’Austria, l’uno dal principe quasi nostrano, l’altro dal dominatore straniero, le vittime della duplice calamità italiana, sedevano dirimpetto a Vittorio Emanuele e a Giuseppe Garibaldi! Tutti i martiri d’Italia, incatenati, affamati, bastonati nelle galere; impiccati, [p. 308 modifica]decapitati, fucilati sui patiboli, per le vie, ai muri dei camposanti; finiti d’angoscia nell’esilio, caduti gridando, Avanti! nei campi di battaglia, trionfavano quel giorno nei due prodittatori di Garibaldi.