Pensieri e discorsi/Il sabato/I

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Il sabato Il sabato - II
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I.


Era un sabato, il più bel giorno dei sette: e io uscito „in sul calar del sole„ dalla porta di Monte Morello mi recava al colle detto Monte Tabor. Della primavera tuttavia irresoluta avevo visto già dal mattino, venendo dal porto alla città di Recanati, inalberare la terra due insegne tra il pallore degli ulivi; una candida, una rosea, d’un mandorlo e d’un pesco. E nelle prode e per i greppi vedevo ora le margherite richiudere per la notturna vigilia i petali sfumati di carmino che candidi erano apparsi nel giorno (spose biancovestite che tingonsi di rossore allo sbocciare della stella); mentre io adorava le orme del Poeta, lasciandomi alle spalle la “piazzuola„ piena del “lieto romore„ dei fanciulli e avviandomi all’“ermo colle„ donde egli aveva sentito nell’anima gl’“interminati spazi„ e i “sovrumani silenzi„. Il colle non è più quello, essendo stato in parte tagliato per dar luogo a una strada nuova, e piantato e ripulito e pettinato per diventare un giardino pubblico, il Pincio; ma “ermo„ era anche quella sera di sabato. E si udivano bensì grida di fanciulli, felici della [p. 58 modifica]festa del domani; ma di qua e là, di lontano; e velavano appena la taciturnità del tramonto. Tornava un contadino con la vanga sulla spalla, dando la faccia rugosa ai bagliori del sole. Tornava una vecchierella con sul capo un piccolo fascio di stecchi. Un’altra le si fermava di contro. Stettero, nereggiando tra uno scintillìo diverso e continuo, parlando tra uno scampanìo fioco di voci remote. Parlavano a lungo: tentennavano la testa. Il “buon tempo„ pareva non lo avessero conosciuto mai.