Per la morte di Giuseppe Garibaldi

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Giosuè Carducci

1882 P Discorsi letteratura Discorso per la morte di Giuseppe Garibaldi Intestazione 10 giugno 2010 75% Discorsi

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Bologna, Zanichelli, 1882. Questo discorso, detto il iv di giugno nel teatro Brunetti, fu raccolto a memoria e di su le note manoscritte e d’alcuni giornali.

Questi vostri plausi, o signori, mi ripungono a pentirmi della promessa di parlare. Anche stamane ho ricevuto un terzo telegramma di sollecitazione a comporre versi su la morte del Generale. Io non so di aver finora dato prove di cuore cosí misero e duro, che altri mi possa tenere per pronto a mettere insieme delle sillabe quando un tanto dolore colpisce la patria e me, quando io ho qui sempre dinanzi agli occhi della mente e quasi a quelli del corpo il cadavere dell’uomo che ho piú adorato fra i vivi. Ma in Italia (e gli adulatori dicono che è bene, quasi un segno delle disposizioni di questo popolo all’arte) ma in Italia, come le donne nelle disgrazie del vicinato giuocano al lotto, cosí nei casi della nazione non mancano mai tribuni e verseggiatori che giuochino tre frasi o tre rime al terno della popolarità o della celebrità. Io non sono di quelli. No, non applaudite, vi prego; quando anche il vostro plauso sonasse non altro che assentimento alle cose forse non vili che sono per dirvi e venerazione all’eroe che piangiamo. Non applaudite, vi prego. Non disturbate i sacri silenzi della morte. Pensate che il Generale giace immoto, cereo, disfatto, là tra i funebri lumi della stanza di Caprera. Piangiamo e lamentiamo i fati della patria.

La rivelazione di gloria che apparí alla nostra fanciullezza, la epopea della nostra gioventú, la visione ideale degli anni virili, sono disparite e chiuse per sempre. La parte migliore del viver nostro è finita. Quella bionda testa con la chioma di leone e il fulgore d’arcangelo, che passò, risvegliando le vittorie romane e gittando lo sgomento e lo stupore negli stranieri, lungo i laghi lombardi e sotto le mura aureliane, quella testa giace immobile e fredda sul capezzale di morte. Quella inclita destra che resse il timone della nave Piemonte pe ’l mare siciliano alla conquista dei nuovi destini d’Italia, quella destra invitta che a Milazzo abbatte da presso i nemici col valor securo d’ un paladino, è in dissoluzione. Sono chiusi e spenti in eterno gli occhi del liberatore che dai monti di Gibilrossa fissarono Palermo, gli occhi del dittatore che sul Volturno fermarono la vittoria e costituiron l’Italia. La voce, quella fiera voce e soave che a Varese e a Santa Maria gridò — Avanti, avanti sempre, figliuoli! Avanti, co’ calci de’ fucili! — e dalle rocce del Trentino espugnate rispose — Obbedisco, — quella voce è muta nei secoli. Non batte piú quel nobile cuore che non disperò in Aspromonte ne si franse in Mentana. Giuseppe Garibaldi giace sotto il fato supremo. E il sole risplende intanto su l’Alpi italiane che non sono piú nostre, sul mare che non è piú il mare nostro.

La sua potenza si è dipartita da noi; e a noi non resta che la sua gloria e il sublime compiacimento di averlo avuto coetaneo. Egli fu una di quelle anime complesse e riccamente dotate della piú alta umanità, quali sa darle la gente nostra nelle sue produzioni fatali. La correzione e purità in lui de’ lineamenti eroici persuade di assomigliarlo a quei magnanimi greci che liberarono le patrie loro dalle tirannie straniere e domestiche, a Milziade, a Trasibulo, a Tímoleone, a Epaminonda, a Pelopida; ma la scarsezza dei fatti dalla parte loro o la non rispondenza degli effetti vietano intero il paragone. Degno ei senza dubbio di essere comparato ai migliori romani, se in lui il senso umano non fosse piú profondo e gentile che non potesse per alcune parti e per molte ragioni essere in quelli, se egli non avesse di piú quell’istinto di cavalleresche avventure che è proprio delle razze nuove e miste. E per quel suo impeto di eroico avventuriere e per la ferma devozione agli ideali verrebbe voglia di paragonarlo ai cavalieri normanni e ai crociati, ai Guiscardi, ai Tancredi, ai Gottifredi, se in lui non mancasse del tutto la cupidigia del conquistatore e piú alto non fosse il sentimento dell’onore e piú illuminato quello del dovere. Giorgio Washington, come cittadino, è meglio eguale; come institutore di repubblica è piú felicemente grande; ma intorno alla fredda testa del generale puritano manca l’aureola dell’eroismo che constella l’alta fronte del cittadino d’Italia.

Tale qual fu, Giuseppe Garibaldi è il piú popolarmente glorioso degl’italiani moderni, forse perché riuní in sé le qualità molteplici della nostra gente, senza i difetti e i vizi che quelle rasentano o esagerano o mentono. Nella storia della sua vita non vedete bene dove finisca la parte dell’Ariosto, dove quella di Livio cominci e dove il Machiavelli s’ insinui: guerriero di avventura senza spavalderie, eroe senza pose, politico senza ostentazione di furberie. Superiore ai partiti, pure accettando da essi tutto che di piú vitale e piú utile conferissero al rifacimento della nazione, e ciò che di giusto e di vero promettessero all’avanzamento del genere umano; egli fu su tutto e anzi tutto italiano e uomo di libertà. Repubblicano per natura e per educazione, senti che una nazionalità vecchia e già storicamente spezzata da tempo non può riconstituirsi con e per un solo partito; e, imperando alla vittoria e avendo in pugno le sorti della patria, obbedí, volenteroso iniziatore, alla maggioranza. Ma, quando la maggioranza, ridivenuta partito, parve resistere o barcollò e s’indugiò dinanzi al fine supremo, egli, ribelle in vista, richiamò quella al dovere. Non dite che opportuna sarebbe su lui scesa la morte sul finire del 1860: voi bestemmiereste. Non misurate dalle norme dei tempi ordinari i movimenti onde un popolo in rivoluzione è rapito verso il fine ultimo, il riconstituimento: voi sareste pedanti. Aspromonte salva l’onore della nazione, Mentana dà Roma. E l’atteggiamento dell’eroe, paziente nella ferita e nella prigionia infertagli da quelli stessi pei quali combatte, vittorioso nella sconfitta, esalta la dignità umana.

Che se a tutto questo aggiungete come l’ardenza del suo gran cuore oltrepassando i monti ed i mari andasse a ricercare e riscaldare gli oppressi per tutte le terre, onde i Poloni e gli Ungheresi e i Greci ed i Serbi lo aspettavano o lo invocavano capitano e Francia lo ebbe vendicatore di Roma e di Mentana a Digione; e se aggiungete che ogni causa giusta, ogni idea di civiltà e di liberazione, ogni pratico miglioramento per la vita degli uomini, in guerra e in pace, nella politica e nella scienza, nella società tutt’intiera e nella solitudine dei tuguri e dei campi, lo ebbe assertore ed operatore eloquente e potente; voi sentite come bene gli si avvenga il saluto che ieri in Parlamento accompagnava la sua memoria, cavaliere dèi genere umano.

Dieci anni appena sono corsi, da che, mancata all’Italia la magnanima vita di Giuseppe Mazzini, il Generale dal ritiro di Caprera ordinava con gloriosa brevità: Su la tomba del grande italiano sventoli la bandiera dei Mille. Quale bandiera sventolerà oggi l’Italia sul cadavere e su l’urna dell’eroe? Le bandiere forse delle dimostrazioni contro gli assassinii di Marsiglia, già da un pezzo riadagiate nelle botteghe onde furono tolte, mentre i nostri nazionali sono tuttavia ricercati a morte per le strade delle città straniere? O non piú tosto quelle che salutarono la partenza de’ Reali d’Italia per Vienna? O vorremo, anche meglio, a soddisfazione e guarentigia dell’Europa, su l’urna del nizzardo giurare, che abbiamo, con mente deliberata e cuor fermo, rinunziato in tutto e per sempre a Trento e Trieste? O, per placare l’ombra del vincitore di Bezzecca e di Bigione e del vinto di Mentana, vorremo sussurrare baldamente, che r isolamento della Francia in Egitto ci ha ben pagato lo schiaffo di Tunisi, e che, se non i discendenti di Camillo e di Cesare o i nepoti del Machiavelli, noi siamo gli amici e i portinai di seconda bussola di Bismarck?

Coraggio, o partiti, coraggio; e spiegate le vostre glorie intorno il letto di morte dell’eroe. Avanti la Destra, anarchica e socialista per riagguantare il poterei Avanti la Sinistra, conservatrice e sbirra per ritenerlo!... E voi progressisti, con le soperchierie dei saliti ad altezze insperate e con le paure di aver fatto troppo o di troppo fare per rimanerci! E voi repubblicani, col bizantismo sonante, con le frasi che s’ infingono di minacciare e spaventare e mal richiamano a un Bengodi in aria il popolo che non v’ intende, voi spicciolati in tante sètte quante sono le formole se non le idee, quante le vanità se non le ambizioni, si che gli avversari possono dire di voi — E’ fanno di gran rumore, ma sono quattro noci in un sacco! — Né manchino i socialisti, almeno quelli che custodiscono e rinnovano a freddo nei loro pensieri e ne’ sogni certe idee e certe scene nelle quali la sensuale leggerezza celtica si accoppia libidinosamente alla torva crudeltà druidica; e le sarebbero in Italia, dove tanta plebe è, per debolezza e superstizione, inconscia della vita, accademie, piú che pericolose, svagate, se non distraessero giovini nobili d’ingegno e di cuore dal servire piú utilmente ai doveri verso la patria e ai bisogni del popolo, se non seducessero i male avvertiti e non intelligenti per vie delle quali nessuno sa la riuscita.

Ma tutti questi, voi dite, sono errori o colpe che passeranno e si tergeranno, e la stella d’Italia risalirà luminosa l’orizzonte, e la memoria e la gloria di Giuseppe Garibaldi sarà sempre con noi, condottiera nelle prove supreme; perché gli eroi non muoiono mai per le nazioni dalle quali ei sono usciti o che hanno co ’l loro creatore spirito riplasmate.

Oh io vi dico in verità che egli è ben morto; e troppo stanno bene i morti, credo io, passato una volta il guado del gran forse, per ritornare di qua. Sono i popoli che imbalsamano della loro memoria i magni defunti, e con la fantasia irrequieta e sognante li risvegliano dalle tombe e li rivestono dei loro affetti; e dicono e pregano e comandano alle ombre gloriose — Avanti, avanti, o padri, alla riscossa!

Così i Celti soggettati allo straniero in Britannia aspettarono, e i pescatori delle coste galliche aspettano ancora, re Artú. cosí gli Slavi credono che di giorno in giorno Craglievich Marco uscirà dalla grotta sul grande pezzato cavallo a cacciare e battere Turchi e Tedeschi. E i poeti tedeschi cantavano del Barbarossa assonnato nel suo castello sotterra, finché i corvi gli svolazzassero attorno e finché il brando cascandogli e battendo sul pavimento lo avvertisse tornata Torà di ristabilire il sacro germanico impero. E qualche Honwed aspetta forse anche oggi Alessandro Petoefi, perduto fra il tumulto della battaglia in una palude. Ma per cosí fatte aspettazioni longanimi e sorridenti fra lo strazio occorre ai popoli un gran fondamento d’idealità. L’ha ella l’Italia? Io lo spero.

Forse, tra il secolo vigesimo quinto e il vigesimo sesto, quando altre instituzioni religiose e civili governeranno la penisola, e il popolo parlerà un’altra lingua da quella di Dante, e il vocabolo Italia suonerà come il nome sacro dell’antica tradizione della patria, forse allora, tra un popolo forte pacifico industre, le madri alle figlie nate libere e cresciute virtuose, e i poeti (perché allora vi saranno veramente poeti) ai giovani uscenti dai lavori o dalle palestre nel fòro, diranno e canteranno la leggenda garibaldina cosí.

Egli nacque da un antico dio della patria mescolatosi in amore con una fata del settentrione, là dove l’alpe cala sorridente verso il mare, e nel mare turchino si specchia il cielo piú turchino, e piú verde e amena splende ed aulisce la terra. Ma tristi tempi eran quelli; e in quel paradiso signoreggiava tutto l’inferno, cioè i tiranni stranieri e domestici e i preti.

Allora, mentre il fanciullo divino passeggiava biondo e sereno coi grandi occhi aperti fra il cielo ed il mare, l’Italia, per salvarlo dai tiranni e serbarlo alla liberazione, lo rapi a volo in America, nell’America che un altro ligure grande scopri secoli innanzi per rifugio a lui e a tutti gli oppressi. Ivi il fiero giovinetto crebbe a cavalcare le onde furiose come puledre di tre anni, a combattere con le tigri e con gli orsi; e si cibò di midolle di leoni; e passò fra quei selvaggi bello e forte come Teseo, e li vinse o li persuase; sollevò repubbliche, abbatté tirannie.

Quando i tempi furono pieni e Teseo era cresciuto ad Ercole, Italia lo richiamò. Due eserciti, due popoli, quasi due storie si contendevano allora il suolo della patria: a settentrione, i Germani; nel mezzo, attorno la stessa città già presa da Brenno schiamazzavano i Galli. Egli venne e volò, di vittoria in vittoria, da un esercito all’altro; e si fermò in Roma.

La leggenda epica, voi sapete, non guarda a intermezzi di tempi; e nella sintesi della vittoria nazionale non tiene conto, delle guerre o delle battaglie diverse. cosí l’assedio di Roma durerà nell’epopea dell’avvenire, come quello di Troia e di Veio, dieci anni. E la epopea racconterà delle mura di Roma gremite il giorno di vecchi di donne e fanciulli a rimirare le battaglie dei padri, dei mariti, dei figli; racconterà delle vie di Roma illuminate la notte e veglianti, mentre gli obici e i flutti dei due eserciti s* incontrano e s’ incrociano dinanzi le porte. Oh come insorgerà la nota omerica ed ariostea quando il poeta canterà il Daverio il Calandrelli il Pietra-Mellara il Bixio ed il Sacchi, e te, Aiace Medici, ritto con mezza spada su le ruine del Vascello fumanti; e la pugna di due campi intorno al cadavere di Patroclo Masina, tornato per la quarta volta all’assalto spronando il cavallo su per le scalee de’ Quattro Venti! E come dolce sonerà la nota virgiliana e del Tasso, cantando Huriali e Xisi novelli, e Turni e Camille, e Gildippe ed Eduardo; e voi Morosini e voi Mameli e voi Manara, e cento e cento giovinetti morenti a quindici e diciotto anni col nome d’ Italia su le labbra, con la fede d’ Italia nel cuore! Ma io non so immaginare quale e quanto sarà rappresentato egli, o caricante sul cavallo bianco al canto degli inni della patria il nemico, o tornante, con la spada rotta, arso, affumicato, sanguinante, in senato!

L’assedio dunque durò dieci anni, ma Roma non fu mai presa. l’eroe (Fece una diversione oltre gli Appennini, passando come fulmine fra tre eserciti; e tornò con re Vittorio, che persuase i Galli. I quali, memori di certa affinità di sangue e di antiche alleanze, si accordarono col re e con gl’Italiani a ricacciare al di là delle Alpi i Germani accampati nel settentrione.

Ma i Galli, in premio dell’aiuto contro i Germani, vollero per sé la bella regione ove era nato l’eroe. Egli non fece lamento. Con mille dei suoi s’imbarcò su due navi fatate, e conquistò in venti giorni l’isola del fuoco e vinse in due mesi il reame de’ Polifemi mangiatori di popoli. E disse a re Vittorio: — Eccoti, per due provincie, due regni: bada non te li cedano o non te li vendano —. Ma nei servi delle antiche tirannidi crebbe il livore, e s’accontarono coi Galli, nei quali la emulazione fermentava a odio. E ferirono l’eroe nella sola parte ove fosse vulnerabile, nel tallone; e lo rilegarono in una isoletta selvaggia, che sotto il suo piede fiorí di méssi e di piante. Ivi l’eroe stette solitario un lungo corso di anni: e, come Filottete in Lemno, immergeva il piede ferito nel bagno del Mediterraneo, e la madre dea veniva pe’ cieli a consolarlo, e dagli amplessi di lei egli riaveva la salute e il roseo lume di giovinezza.

Intanto dal mescolamento dei Galli coi servi aborigeni procedeva una gente nuova; e la generazione garibaldina, scarsa dopo tante battaglie, erasi ritirata o era stata respinta verso gli Appennini e le Alpi. La genia nuova fu di pigmei e di folletti, di gnomi e di coboldi. Gnomi, ogni lor industria mettevano a raspar la terra con le mani e i denti per cavarne l’oro: coboldi martellavano di continuo reti di maglie di ferro per impigliarvi li gnomi e portarne via l’oro: pigmei e folletti avevano la leggerezza del pensiero quasi eguale alla perversità dell’intendimento, e seguivano con mille giuochi maligni a tormentare e rubare li gnomi e i coboldi. In tanta degenerazione anche le Alpi si erano abbassate, e i mari rattratti; e l’aquila romana intisichiva dentro la nuova gabbia che le avevano fatta. I coboldi e li gnomi trionfavano. E gli uni ricevevano senza crollarsi gli scapaccioni aggiustati alle lor teste da certe mani passanti su le alpi abbassate e pe’ mari rattratti, e si vantavano forti: e gli altri oltraggiavano i loro padri e si sputacchiavano a gara le facce, e si dicevano liberi. E questi scavavano piccole fosse per deporvi le immondezze delle anime loro, e si chi conservatori; e quelli saltabeccavano, come scimmie ubriache d’acquavite, su le loro frasi, e si gridavano rivoluzionari.

Così narrerà la leggenda epica, la quale, come produzione d’un popolo misto di varie civiltà, avrà anche la parte sua comica: se rispondente a qualche vero, non posso io giudicare. E seguirà, come una fiera procella spazzasse via la piccola gente, e gli stranieri occupassero anche una volta la penisola. Allora la generazione garibaldina discese alle rive del mare; e tese le braccia su le grandi acque, e gridava - Vieni, ritorna, o duce, o liberatore, o dittatore. - Alle lunghe grida porse orecchio l’eroe, e s’avviò al riacquisto della terra nativa. E poi che troppo scarsa era ornai la sua generazione, ei fermo sul Campidoglio, levando alto la spada e battendo del piede la terra, comandò a tutti i morti nelle sue battaglie, risuscitassero. Fu allora che suonò il canto delle moltitudini:

Si scopron le tombe, si levano i morti,
I martíri nostri son tutti risorti.


E allora le rosse falangi corsero vittoriose la penisola: e l’Italia fu libera, libera tutta, per tutte le alpi, per tutte le isole, per tutto il suo mare. E l’aquila romana tornò a distendere la larghezza delle ali fra il mare e il monte e mise rauchi gridi di gioia innanzi alle navi che veleggiavano franche il Mediterraneo per la terza volta italiano.

Liberato e restituito negli antichi diritti il popolo suo, conciliati i popoli intorno, fermata la pace la libertà la felicità, l’eroe scomparve: dicono fosse assunto ai concilii degli dèi della patria. Ma ogni giorno, il sole, quando si leva su le Alpi fra le nebbie del mattino fumanti e cade fra i vapori del crepuscolo, disegna fra gli abeti e i larici una grande ombra, che ha rossa la veste e bionda la capelliera errante sui venti e sereno lo sguardo siccome il cielo. Il pastore straniero guarda ammirato, e dice ai figliuoli – È l’eroe d’Italia che veglia su le alpi della sua patria.

Cosí canterà l’epopea futura. Ma dimani o poco di poi le molecole che furono il corpo dell’eroe andranno disperse nelle aure, fendendo a ricongiungersi con il sole, di cui egli fu su questa terra italiana la piú benefica e splendida emanazione. Oh i venti portino attorno gli atomi della trasformazione, e questi rifacciano i vivi!

Nei tempi omerici della Grecia, attorno a’ roghi degli eroi si aggiravano i compagni d’arme e di patria, gettando alle fiamme delle cose che ciascuno aveva piú care; alcuni sacrificavano anche i cavalli, altri gli schiavi e fino a sé stessi. Io non chieggo tanto agli Italiani: io voglio che i partiti vivano, perché sono la ragione della libertà. Ma vorrei che i partiti, dal monarchico quale vantasi alleato Giuseppe Garibaldi al socialista che (la lui si credè iniziato e abilitato, intorno alla pira che fumeri sul mare gittassero, non le cose piú care, si tutto quello che hanno piú tristo.

Così noi potremmo sperare che nei giorni dei pericoli e delle prove — e sono per avventura prossimi e grandi — l’ombra del Generale tomi cavalcando alla fronte dei nostri eserciti e ci guidi ancora alla vittoria e alla gloria.