Pensieri e giudizi/III/I

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III III - II
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I. 1


Santo è il pensiero che aduna oggi i nostri sodalizi democratici nel compiangere la morte ed onorare la memoria di Alberto Mario. In vita la riverenza e l’amore del popolo, in morte il compianto sincero ed unanime: questo è il premio ambito sempre ed ottenuto spesso dai guerrieri e dai martiri del proprio dovere. Altri s’abbia rendite nazionali e tornei alle nozze; monumenti colossali di pietra, non di amore, alla morte.

La vita di Alberto Mario fu tutta un combattimento: combattimento corpo a corpo, all’antica: combattimento alla luce del sole, con animo d’eroe, con armi di paladino, con alterezza d’artista, con modi di cavaliere.

Combattendo così per un ideale contrario alla fede dei più, egli lo rese rispettabile e luminoso agli stessi nemici, dando loro esempio vivo di quel coraggio, di quella costanza, di quella franchezza, e, ch’è veramente mirabile, di quella [p. 62 modifica]equità nel giudizio delle cose e degli uomini, ch’è virtù di pochissimi in ogni tempo e quasi sovrumana virtù in tempi di passioni e in paesi corrotti. I suoi nemici furono quelli stessi della nazione: gli stranieri, i preti, i monarchici. Ai primi egli fece sentire più volte la punta della sua spada, agli altri la punta della sua logica, diritta, rigida, acuta come il suo acciaro, come l’anima sua. Ma nella polemica non trascorse mai, nemmeno coi suoi calunniatori, nemmeno coi preti. La serenità inalterabile dell’animo suo nasceva da coscienza piena del proprio dovere, da fede incrollabile nel proprio ideale, da quella tal filosofica compassione delle nuove miserie, che la natura dà in dote agli animi forti e coscienti.

Imitatelo, o giovani del mio paese, imitatelo nella fede operosa del bene, ed affrettate sulla sua tomba l’aurora desiderata dei nuovi destini. Ma non vi lasciate illudere da trafficati connubi di fazioni e di sètte, da trasformazioni improvvise di camaleonti politici: combattete anzi costoro prima di tutti gli altri, chè essi sono i peggiori nemici d’Italia; sono corrotti e corrompono. Nè la tolleranza, virtù di popoli liberi ed indipendenti, sia invocata da una ibrida scienza a tutelare i diritti (ed hanno essi diritti?) degli sciacalli del Vaticano, perpetuamente congiurati ai nostri danni e resi indolenti e quasi formidabili dalla stolta indifferenza e da favori codardi. Nè liberi noi siamo ancora nè indifferenti; e l’eredità che voi ci lasciate, o morti gloriosi, o Giuseppe Garibaldi, [p. 63 modifica]o Alberto Mario, è di lavorare e di combattere senza posa per potere finalmente gettare nel Tevere due mostri che si sostengono aggrovigliati, fornicando sulle tombe dei nostri martiri e speculando sulla propria vergogna e sulle nostre sciagure; e di abbattere le forche del carnefice d’Asburgo là sulle Alpi Giulie, dalle cui cime ci mostra sogghignando i brani sanguinosi di una vittima recente: i brani del tuo cuor generoso, o Guglielmo Oberdan.

Note

  1. Per la solenne commemorazione di A. Mario.