Pescatori d'Islanda/Parte II/Capitolo X

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Capitolo X

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Pierre Loti - Pescatori d'Islanda (1886)
Traduzione dal francese di Carlo De Flaviis (1911)
Capitolo X
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[p. 59 modifica] [p. 60 modifica]più. Tutti i gabbieri ne avevano sulle loro spalle. Ma ben presto, i più stanchi, cominciarono a morire..... Essi venivano dai grandi deserti, spinti dal vento della tempesta. Per paura di cadere nel mare si erano posati, con un ultimo volo sfinito, su quel battello che passava. Nel fondo di qualche regione lontana della Lybia la loro razza era pullulata senza misura e se ne erano avuti troppo: allora la madre snaturata, aveva scacciato i piccoli uccelli con la stessa impassibilità che se si fosse trattato di una generazione di uomini.

Ed essi morirono tutti sul battello; il ponte era seminato dei loro piccoli corpi, che ieri palpitavano di vita, di canto e di amore.... Silvestro ed i gabbieri li raccoglievano, stendendo nelle loro mani, con un’aria di commiserazione, le loro ali bluastre, e poi li seppellivano nel mare. Si navigò ancora per molti giorni, a traverso un azzurro inalterabile, vedendo soltanto dei pesci che, qualche volta, comparivano sulla superficie delle acque.


Capitolo Decimo.


Cadeva a torrenti la pioggia sotto un cielo pesante e tutto nero. Silvestro metteva il piede nell’India.

A traverso lo spessore del fogliame, egli riceveva l’ondata tiepida e guardava le cose straniere che erano intorno a lui. Tutto era magnificamente verde, le foglie degli alberi sembravano piume gigantesche; e le persone avevano dei grandi occhi vellutati, che pareva si chiudessero sotto il peso delle loro ciglia. Il vento che spingeva questa pioggia odorava di muschi e di fiori.

Delle donne gli facevano segno di andare: proprio come nelle notti autunnali di Brest. Ma in mezzo a quel paese incantato la loro chiamata turbava e faceva passare dei fremiti nella carne.

I loro petti superbi erano convessi sotto le battiste [p. 61 modifica]trasparentiche li covrivano, essi erano fulvi e levigati come se fossero bronzo. Ancora esitante, ma affascinato egli si era deciso a seguirle..... Ma ecco che un piccolo colpo di fischio marino, modulato in trillo di uccello, lo richiamò bruscamente nella sua baleniera che doveva ripartire.

Prese la corsa, costretto a dire addio alle belle ragazze dell’India.

Quando la sera si trovò al largo, era ancora vergine come un fanciullo.

Dopo una settimana di mare, si arrestò in un altro paese di pioggia e di verdura. Un nembo di uomini gialli, che emettevano dei gridi caratteristici invase subito il battello, portando dei carboni in grossi panieri.

— Siamo già in Cina? — domandò Silvestro, vedendo che avevano tutti la figura di scimmie.

Gli dissero di no, ancora un poco di pazienza, si era a Singapore. Risalì nella sua coffa per evitare la polvere nerastra portata dal vento, mentre che il carbone dei mille piccoli panieri si ammassava febbrilmente nei depositi delle provvigioni.

Infine si arrivò un giorno in un paese chiamato Touranc, dove si trovava un battello chiamato Circe. Era il battello al quale lo avevano destinato, e li depose il suo sacco.

Vi ritrovò delle conoscenze ed anche due islandesi, che, per il momento, erano cannonieri. La sera, in quel clima sempre caldo e tranquillo, non avendo niente da fare, si riunirono sul ponte, isolati dagli altri, per formare insieme una piccola Bretagna di ricordi.

Dovette passare cinque mesi d’inazione e di esilio in quella triste baia, prima del desiderato momento di andarsi a battere.