Pescatori d'Islanda/Parte II/Capitolo XI

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Capitolo XI

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Pierre Loti - Pescatori d'Islanda (1886)
Traduzione dal francese di Carlo De Flaviis (1911)
Capitolo XI
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Capitolo Undecimo.


Era l’ultimo giorno di febbraio, la vigilia della partenza dei pescatori per l’Islanda.

Gaud si teneva in piedi contro la porta della sua carriera, immobile e placidissima. Yann era giù a parlare con suo padre. L’avea visto venire e sentiva vagamente risuonare la voce di lui.

Non si erano incontrati tutto l’inverno; come se una fatalità li avesse sempre divisi.

Dopo la sua visita a Pors-Even aveva fondato qualche speranza sul pellegrinaggio degli Islandesi, dove si ha l’occasione di vedersi e di parlarsi la sera a gruppi sulla piazza. Ma fin dal mattino di quella festa, lungo le strade, ornate di bianco e di ghirlande verdi, una cattiva pioggia era caduta a torrenti; a Paimpol non si era mai visto il cielo così nero.

— «Quelli di Ploubazlanec non verranno» avevano detto tristamente le fanciulle, pensando con rammarico ai loro innamorati. Ed effettivamente non erano venuti. Niente processione, niente passeggiata, ed ella, col cuore più stretto del solito era rimasta dietro i vetri tutta la sera, sentendo scorrere l’acqua dai tetti, e sentendo salire dal fondo delle osterie i canti rumorosi dei pescatori.

Da qualche giorno aveva previsto la visita di Yann, sapendo bene che, per l’affare della vendita della barca, non ancora regolato, papà Gaos, che si annoiava di venire a Paimpol, avrebbe mandato suo figlio. Allora si era detto che sarebbe andata a lui — cosa che le ragazze non fanno mai — e gli avrebbe parlato per averne la confessione franca del cuore. L’avrebbe rimproverato di averla turbata e poi abbandonata, col solito modo dei giovanotti che non hanno onore. Ed allora, chi sa, se i soli ostacoli alla sua felicità erano quelli indicati da Silvestro, cioè, testardaggine, selvatichezza, attaccamento al mestiere del [p. 63 modifica]mare, paura di un rifiuto; avrebbero potuto cadere dopo la loro conversazione sincera. E forse allora egli riprenderebbe quel buon sorriso che l’aveva tanto sorpresa e deliziata l’inverno prima, durante una notte di ballo, passata tutta intera nelle sue braccia. E questa speranza le dava del coraggio, la riempiva di un’impazienza deliziosa. Questa visita di Yann capitava precisamente in un’ora buona che suo padre, seduto a fumare, non s’incomoderebbe per accompagnarlo. Dunque, nel corridoio, avrebbe potuto avere la spiegazione con lui. Ma, venuto il momento di agire, quest’audacia le veniva meno; l’idea d’incontrarlo, di vederlo faccia a faccia, la faceva tremare. Il suo cuore batteva impetuosamente. E dire che da un momento all’altro quella porta giù si sarebbe aperta — cigolando come lei sapeva — per dargli passaggio. No, assolutamente, non oserebbe, piuttosto consumarsi nell’aspettativa e morire di dolore, anziché tentare una cosa simile. E già aveva fatto qualche passo per ritornare nel fondo della sua camera, sedersi e lavorare; si arrestò ancora esitante, ricordandosi che l’indomani era fissata la partenza per l’Islanda e che questa era l’unica occasione per vederlo. Se ella la perdeva, bisognava ricominciare a soffrire per dei mesi di solitudine a languire, e perdere ancora un’altra estate della sua vita.... La porta si aprì allora: Yann usciva!

bruscamente risoluta, ella discese, correndo per la scala, e arrivò tremando a pianarsi davanti a lui. Signor Yann, vorrei parlarvi....

— A me! — signorina Gaud? — diss’egli abbassando la voce e mettendo la mano al cappello. Egli la guardava con un’aria selvaggia, con degli occhi vivi, la testa rigettata indietro e l’espressione dura. Un piede avanti, pronto a fuggire, e appoggiava le sue larghe spalle al muro, come per essere più lontano da lei. [p. 64 modifica]Agghiacciata allora, ella non trovò più niente di quello, che aveva preparato per dirgli: non aveva previsto quell'affronto.

— La nostra casa vi fa paura, signor Yann? — domandò.

Egli distoglieva gli occhi da lei, guardando fuori. Le sue guance erano diventate rosse, il sangue gli bruciava il viso e le sue narici mobili si dilatavano ad ogni respirazione, seguendo il movimento del petto solido e grosso, come quello dei tori.

Ella cercò di continuare:

— La sera del ballo, quando fummo insieme, mi avete detto «arrivederci» come non si dice ad una donna, che ci è indifferente....

— Signor Yann, voi siete dunque senza memoria.... che cosa vi ho fatto?....... Il cattivo vento di ovest che imperversava, venendo dalla strada, agitava i capelli di Yann, le ali della cuffia di Gaud, e fece battere furiosamente una porta dietro di loro. Si stava male in quel corridoio per parlare di cose gravi.

Dopo le prime frasi, strozzate nella sua gola, Gaud restò muta, senza voltare la testa, e senza alcun’idea. Essi si erano avvicinati alla porta di strada. Al di fuori il vento soffiava con grande strepito ed il cielo era nero. Da quella porta aperta, un chiarore livido e triste cadeva sulle loro fisonomie. Ed una vicina dirimpetto li guardava.

Che cosa potevano dire quei due, in un corridoio, con un’aria così turbata? che cosa accadeva dunque dai Mevel?

— No — signorina Gaud — rispose infine Yann — Già ho inteso parlare di noi nel paese.... Voi siete ricca, non siamo persone della stessa classe...

Io non sono di quelli che implorano.

E la lasciò sola, quasi fuggendo.

Tutto era finito, dunque per sempre. Ed ella non aveva [p. 65 modifica]detto niente di quello che voleva dire, pur passando per una sfrontata... Che giovane era dunque questo Yann, col suo disprezzo per le ragazze, col suo disprezzo per il danaro, col suo disprezzo per tutto!...

Ella restò — in principio — inchiodata al suo posto — vedendo girare tutte le cose intorno, come colta da vertigine...

E poi improvvisamente le venne un’idea più intollerabile delle altre, dei compagni di Yann, degl’Islandesi, che passeggiavano sulla piazza aspettandolo — egli avrebbe raccontato tutto, si sarebbe burlato di lei e ne avrebbero riso insieme! Risalì presto nella sua camera per osservarli a traverso i portieri....

E vide effettivamente un gruppo di uomini fermi innanzi alla casa. Essi però guardavano semplicemente il tempo che diventava sempre più scuro, e facevano congetture sulla pioggia minacciosa, dicendo:

Durerà poco; entriamo a bere; passerà presto.

E dopo scherzarono ad alta voce su Giovanna Caroff e su altre belle donne; nessuno però si voltò verso la finestra.

Erano tutti allegri, meno lui, che non rispondeva e non sorrideva, restando grave e triste. Non entrò neanche a bere e, senza badare agli altri, nè alla pioggia cominciata, camminando lentamente, assorbito in mille fantasticherie, traversò la piazza prendendo la direzione di Ploubazlanec....

Allora ella gli perdonò tutto, ed un sentimento di tenerezza senza speranza prese il posto dell’amaro dispetto che, dal principio le era salito al cuore. Si sedette con la testa fra le mani.

Che fare ora?

Oh! se avesse potuto ascoltarla nient’altro che per un momento, se fosse potuto venire là, solo, con lei in quella camera, dove si sarebbero parlato tranquillamente, forse avrebbero tutto aggiustato tra loro.