Pescatori d'Islanda/Parte III/Capitolo II

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Capitolo II

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Pierre Loti - Pescatori d'Islanda (1886)
Traduzione dal francese di Carlo De Flaviis (1911)
Capitolo II
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Capitolo Secondo.

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Quindici giorni dopo, come il cielo, all’avvicinarsi della pioggia, si faceva più scuro, e il caldo più pesante, Silvestro, trasportato a Hanoi dopo la battaglia, fu messo a bordo di un battello-ospedale che rientrava in Francia.

Era stato molto tempo portato su diverse barelle fermandosi in parecchie ambulanze. Avevano cercato di curarlo alla meglio; ma in quella cattiva condizione, il petto si era riempito di acqua, dal lato bucato, e l’aria [p. 76 modifica]entravasempre, gorgogliando per quel buco che non si chiudeva.

Gli avevano data la medaglia militare e il suo cuore aveva sussultato di gioia, egli però non era più il giovine di prima, dall’andatura decisa, dalla voce squillante e breve; appariva prostrato davanti alla lunga sofferenza, e alla febbre, che l’annientava. Era divenuto fanciullo colla nostalgia del paese; non parlava quasi più, rispondendo appena con una piccola voce dolce, quasi spenta. Sentirsi così malato ed essere lontano, tanto lontano, pensare che ci vogliono tanti di quei giorni per arrivare al paese! Vivrebbe egli, almeno fino a là, con le sue forze che diminuiscono? Questa nozione della spaventevole lontananza l’ossessionava incessantemente; l’opprimeva ai suoi risvegli — quando, dopo le ore di assopimento, ritrovava la sensazione angosciosa delle sue piaghe, il calore della sua febbre, ed il piccolo rumore fischiante del suo petto squarciato. Perciò aveva supplicato che l'imbarcassero, a rischio di tutto.

Era pesante a portare nella sua branda; senza volere, davano delle scosse crudeli trasportandolo.

A bordo di quel battello che partiva, lo coricarono in uno dei piccoli letti di ferro allineati all’ospedale, e ricominciò in senso inverso, la sua lunga passeggiata a traverso i mari. Solamente questa volta, invece di vivere come un uccello al vento delle coffe, giaceva prostrato tra le esalazioni di medicine, di ferite e di miserie.

Nei primi giorni, la gioia di essere in istrada, l’aveva fatto sentire meglio. Poteva tenersi sollevato sul suo letto, ed ogni tanto domandava la sua boite di marinaio, una scatola di legno bianco comprata a Paimpol, per mettere le sue cose più preziose; le lettere della nonna Yvonne, quelle di Yann e di Gaud, un quaderno dove aveva copiato delle canzoni di bordo e un libro di Confucius in cinese, sul quale aveva scritto il diario delle sue campagne. [p. 77 modifica]Non migliorava però, e fin dalla prima settimana i medici pensarono che la morte non poteva essere più evitata.....

Dalla partenza d’Ila Long era morto qualcheduno, che si era dovuto gettare nell’acqua profonda, molti di quei piccoli letti si erano sbarazzati dei loro poveri pazienti.

E quel giorno, nell’ospedale mobile, faceva scuro, si era stati obbligati a causa del vento, a chiudere le mantiglie in ferro delle cannoniere e ciò rendeva più orribile quella soffocazione di ammalati.

Silvestro peggiorava, era la fine. Coricato sempre sul suo lato ferito, lo comprimeva con le mani, debolmente, gemendo per l’orribile angoscia.

Tutte le visioni del paese empivano il suo cervello morente; nella penombra tragica, persone amate, o orribili, venivano a curvarsi su di lui; sognava la Bretagna e l’Islanda.

Il mattino aveva fatto chiamare un prete, il quale abituato a veder morire dei marinai, era stato sorpreso di trovare in quel corpo così virile, la purezza di un fanciullo.

Egli chiedeva dell’aria, e l’infermiere che lo sventolava con un ventaglio di fiori cinesi non faceva che smuovere su lui delle esalazioni malsane. Di tanto in tanto, era preso dalla mania disperata di uscire da quel letto, dove sentiva venire la morte, di esporsi al vento e tentare di rivivere.....

Oh! gli altri, che correvano nelle sartie e che abitavano nelle coffe!.... Ma tutti i suoi grandi sforzi si riducevano ad un lieve moto della testa e del collo indebolito — simili a quei movimenti incompleti che si fanno durante il sonno, — poi ricadeva disfatto, come inchiodato nel letto dalla morte, perdeva la coscienza della vita.

Per fargli piacere finirono con aprirgli una cannoniera, quantunque fosse ancora pericoloso, non essendo il mare abbastanza calmo. Erano le sei di sera. Quando quel [p. 78 modifica]tettucciodi ferro fu sollevato, entrò solamente della luce, dell’incantevole luce rossa. Il sole morente appariva all’orizzonte in uno straordinario splendore, negli squarci di un cielo scuro; la sua luce accecante rischiarava quell'ospedale vacillante come una torcia che si dondola.

Dell’aria non ne veniva; su quel mare equatoriale vi era soltanto umidità calda, irrespirabile. Niente aria neanche per i malati, che sentivano di soffocare..... Un’ultima visione l’agitò molto; la vecchia nonna che passava su di una strada, molto svelta, con un’espressione di ansietà straziante; ella si recava a Paimpol, chiamata all’ufficio della marina per esser informata della sua morte. Or si dibatteva, rantolava. Asciugavano agli angoli della sua bocca dell’acqua e del sangue che erano saliti dal suo petto a flotti, in questa contorsione di agonia. Ed il sole magnifico lo rischiarava sempre, si sarebbe detto un incendio di tutto un mondo con le nuvole piene di sangue; per il buco di quella cannoniera aperto entrava una larga striscia di fuoco rosso che andava a finire sul letto di Silvestro, formando come un nembo di fiamme intorno a lui.

In quella stessa ora, quel sole si vedeva anche in Bretagna, dove mezzogiorno stava per suonare. Era proprio lo stesso sole, allo stesso preciso momento, con la sua durata senza fine; là pertanto era di un colore molto differente; tenendosi più alto in un cielo bluastro, rischiarando di una dolce luce bianca, la nonna Yvonne che lavorava seduta sulla sua porta.

Esso appariva anche in Islanda, in quello stesso tragico istante di morte. Mandava dei tristi raggi lungo il mare nel quale la Maria navigava, ed il suo cielo era questa volta di quella purezza iperborea che fa pensare ai pianeti raffreddati, per mancanza di atmosfera.

Con una ghiacciata precisione, esso accentuava i dettagli di quel caos di pietre che è l’Islanda; tutto il paese, visto da bordo della Maria sembrava piantato sullo [p. 79 modifica]stesso piano. Yann rischiarato anche lui un poco stranamente, pescava come sempre.

Mentre quel fascio di fuoco rosso, che entrava dalla cannoniera del battello, si spegneva, mentre il sole equatoriale era per scomparire nelle acque dorate, si videro gli occhi del morente storcersi in uno spasimo supremo. E giacque così inanimato, freddo, gelido come il marmo.....