Pescatori d'Islanda/Parte III/Capitolo IX

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Capitolo IX

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Pierre Loti - Pescatori d'Islanda (1886)
Traduzione dal francese di Carlo De Flaviis (1911)
Capitolo IX
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Capitolo Nono


Quando Yann sali guardò con gli occhi ancora assonnati il grande e familiare cerchio del mare. Quella notte, esso aveva degli aspetti straordinariamente semplici, con tinte neutre, dando solamente un’impressione di profondità. Quell’orizzonte, che non indicava alcuna regione precisa della terra, nè alcuna età geologica, aveva dovuto essere molte volte cosi, fin dall’origine dei secoli. Guardandolo sembrava veramente di non veder niente — niente altro che l’eternità delle cose che sono, e che non possono dispensarsi di essere.

Il mare rumoreggiava tranquillamente, come per abitudine, emettendo un lamento monotono, senza scopo. Era grigio, di un grigio torbido, in alto erano delle nuvole che si confondevano, assumendo la forma di un gran velo.

— Yann — a misura che le sue pupille mobili si abituavano a quell’oscurità, guardava sempre più in fondo il cielo, riflesse tristamente nel mare. Ed ora che cominciava a vedere bene, gli sembrava che fosse una vera ombra umana, ingrandita, resa gigantesca a furia di venire da lontano. Poi nella sua immaginazione, dove si alternavano insieme i sogni fanciulleschi e le credenze primitive, quell’ombra triste, in fondo al cielo di tenebre, si confondeva col ricordo dell’amico morto, come un’ultima manifestazione reale di lui. Contemplando quelle nuvole era invaso da una tristezza profonda, piena di mistero, che gli agghiacciava l’anima; mai meglio di allora comprendeva che il suo piccolo amico non sarebbe più ricomparso, e un dolore, acerbissimo gli faceva sanguinare il cuore.

Rivedeva la dolce fisonomia di Silvestro, i suoi buoni occhi di fanciullo; qualche cosa come un velo cadeva tutt’a un tratto tra le sue palpebre, — e non sapeva egli stesso spiegarsi bene che cosa era, non avendo mai pianto [p. 89 modifica]nella sua vita di uomo. Le lagrime cominciarono a colare rapide, pesanti sulle sue gote; e poi dei singhiozzi gli sollevarono il largo petto.

Egli continuava a pescare, molto presto, senza perdere il suo tempo e senza dire niente, e gli altri due, che lo sentivano in silenzio, avevano l’aria di non comprenderlo, per paura di irritarlo, conoscendo il carattere del loro compagno così fiero e misantropo. Secondo la sua convinzione religiosa, con la morte finiva tutto...

Gli accadeva spesso però di associarsi, per rispetto, a quelle preghiere che si dicono in famiglia per i defunti; ma egli non credeva alla sopravvivenza delle anime; ciò peraltro non gl’impediva di provare una vaga apprensione di fantasmi, un vago fragore di cimitero, una fiducia estrema nei santi e nelle immagini protettrici, e sopratutto una venerazione innata per la terra benedetta che circonda le chiese. Anche Yann temeva di essere preso dal mare — ed il ricordo di Silvestro, rendeva il suo dolore più disperato. Col suo disprezzo per gli altri, piangeva senza vergogna, come fosse stato solo..... Al di fuori il buio si rischiarava lentamente, quantunque fossero appena le due; e, nello stesso tempo, esso sembrava spandersi, diventare più smisurato, approfondendosi spaventosamente. Era un chiarore molto pallido, ma che aumentava sempre; e sembrava che aumentasse a piccoli getti, a piccole scosse leggiere; le cose eterne avevano l’aria d’illuminarsi per trasparenza, come se delle lampade, dalle bianche fiamme, fossero salite a poco a poco dietro le informi nuvole grigie, discretamente, con delle misteriose precauzioni, per paura di turbare quel pesante riposo del mare. Sotto l’orizzonte, il sole, simile a una grande lampada bianca, sì trascinava senza forza, prima di fare, al di sopra delle acque, la sua passeggiata lenta e fredda, cominciata fin dal mattino...

Quel giorno, da nessuna parte si vedevano delle tinte [p. 90 modifica]rosee di aurora, tutto restava livido e triste, e a bordo della Maria un uomo piangeva, il grande Yann...

Le lagrime del suo amico selvaggio erano il più significativo elogio funebre per il piccolo eroe, su quei mari d’Islanda, dove aveva passata la metà della sua vita...

Come spuntò il giorno Yann asciugò bruscamente i suoi occhi con la manica della maglia azzurra, e non pianse più. Egli sembrava completamente ripreso dalla pesca, dall’andatura monotona delle cose reali e presenti, non pensando più a niente. Le canne davano molti pesci e le sue braccia a stento bastavano. Intorno ai pescatori, nei fondi immensi, era un nuovo cambiamento. Il grande spettacolo del mattino era finito ed ora gli orizzonti lontani sembravano restringersi, rinchiudersi su loro stessi. Il vuoto si riempiva di veli che fluttuavano vagamente. Essi cadevano mollemente in un grande silenzio, e ne scendevano da pertutto nello stesso tempo opprimendo, ingombrando l’aria respirabile. Era la prima nebbia di agosto che si levava. Dopo qualche minuto tutto l’orizzonte divenne denso, impenetrabile; intorno alla Maria non si distingueva altro che un pallore umido a traverso il quale l’alberatura del naviglio sembrava disperdersi.

— Ecco la nebbia sporca che arriva — dissero gli uomini. Essi conoscevano da molto tempo quella inevitabile compagna del secondo periodo della pesca; essa però annunziava anche la fine della stagione d’Islanda, l’epoca in cui si ritorna in Bretagna. In fine gocce brillanti si posavano sulle loro barbe, facendo luccicare di umidità in loro pelle bruna. Quelli che si guardavano da un punto all’altro del battello vedevano se stessi muti come fantasmi: e gli oggetti vicini apparivano più duri sotto la luce biancastra. Badavano a non respirare con la bocca aperta, una sensazione di freddo e di umido penetrava i loro petti. Nel medesimo tempo la pesca si faceva più presto, e non si parlava più, tanto le canne davano pesci; ad ogni [p. 91 modifica]momento si sentiva cadere a bordo dei grossi pesci; lanciati sulle panche con grande strepito. Il marinaio, che rompeva loro il ventre col gran coltello, nella sua precipitazione, si tagliava le dita ed il suo sangue molto rosso si mischiava alla salsina.


Capitolo Decimo.


Restarono dieci giorni avviluppati nella nebbia, spessa, senza poter vedere niente; la pesca continuava ad essere buona e non si annoiavano. Di tanto in tanto, ad intervalli regolari, uno di essi soffiava in una tromba di corno cui usciva un suono rauco di bestia selvaggia.

Qualche volta, da lontano, dal fondo delle nebbie bianche, un altro rumore simile rispondeva al loro appello. Allora vegliavano dippiù. Se il grido si avvicinava, tutte le orecchie si tendevano verso quel vicino sconosciuto, che non scorgevano e di cui la presenza era sempre un pericolo.

Facevano delle congetture su lui; diventava un’occupazione per essi, e, per il desiderio di vederlo, si sforzavano a penetrare le impalpabili nuvole bianche che restavano tese da per tutto nell’aria. Ma si ritrovavano sempre soli nel silenzio.

Tutto era impregnato di acqua, tutto era pieno di sale e di salsedine; il freddo diventava più penetrante; il sole si attardava di più a trascinarsi sull’orizzonte. Ogni mattina sondavano le acque per vedere se la Maria stesse troppo vicina all’Islanda, ma tutte le canne non arrivavano a toccare il letto del mare, si era dunque bene al largo e in pieno mare profondo.

Quel freddo più piccante aumentava il benessere della sera, rendeva più piacevole l’impressione di calore che ritrovavano nella cabina di legno massiccio quando vi scendevano per cenare o per dormire.

Di giorno, quegli uomini, che erano più rinchiusi dei