Pescatori d'Islanda/Parte III/Capitolo XV

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Capitolo XV

../Capitolo XIV ../Capitolo XVI IncludiIntestazione 30 luglio 2017 75% Da definire

Pierre Loti - Pescatori d'Islanda (1886)
Traduzione dal francese di Carlo De Flaviis (1911)
Capitolo XV
Parte III - Capitolo XIV Parte III - Capitolo XVI

[p. 106 modifica]

Capitolo Quindicesimo.


A Paimpol vive una donna molto grossa chiamata la signora Tressoleur, in una di quelle strade che mena al Porto. Ella gestisce un’osteria famosa fra gl’islandesi, dove capitani e armatori vanno ad arrolare dei marinai, scegliendoli fra i più forti.

Una volta bella, ancora galante con i pescatori, ella ha un’andatura di uomo ardito. [p. 107 modifica]Un'aria di cantiniera, sotto una grande acconciatura bianca di nonna.

I nomi di tutti i marinai del paese sono scritti nella sua testa come in un registro; ella conosceva i buoni e i cattivi e che guadagnano e quello che valgono, i loro guadagni e il loro valore.

Un giorno di gennaio Gaud, essendo stata mandata per cucire un vestito, lavorava là, in una stanza, dietro la sala dei bevitori....

Per entrare da quella «signora Tressoleur» si passa a traverso i pilieri di granito massiccio; la sala è bassa e profonda, ornata di quadri dorati raffiguranti navigli e naufragi. In un angolo una Vergine in maiolica è posata sopra una consola tra due bouquet di fiori artificiali.

Quei vecchi muri, hanno sentito vibrare molti canti di marinai, hanno visto spandersi molte allegrie pesanti e selvaggie! E molte esistenze di uomini sono state giuocate, impegnate là fra le ebbrezze, su quelle tavole di legno. Gaud, sempre cucendo quel vestito, tendeva l’orecchio ad una conversazione sulle cose d’Islanda, che si teneva tra la «signora Tressoleur» e due marinai seduti a bere, che discutevano di alcuni battelli nuovi che stavano per essere arredati nel porto. Uno di essi diceva che la «Leopoldina» non sarebbe stata pronta per la prossima pesca.

— Sì — rispose l’ostessa — certamente sarà pronta.

Ieri ha già fissato l’equipaggio; tutti quelli dell’antica «Maria» di Guermeur che sta per vendersi ed essere demolita; cinque giovanotti che sono venuti ieri ad impegnarsi davanti a me, là, a quella tavola, a segnare con la mia penna, così! E anche dei begli uomini, vi giuro:

Laumec, Tugdual, Caraflf, Yvan Duff, il figlio Keraez, di Treguier — ed il grande Yann Gaos di Pors-Even che vale per tre! [p. 108 modifica]La Leopoldina!... Appena sentito il nome di quel battello che avrebbe portato via Yann, Gaud se lo fissò nella memoria come ve l’avessero martellato per non farglielo più cancellare.

La sera ritornata a Ploubazlanec, seduta per terminare il suo lavoro alla luce della sua piccola lampada, le ritornò nella sua testa quella parola di cui il nome solo l’impressionava come un presagio triste. I nomi dei navigli e quelli delle persone hanno una fisonomia por loro stessi, quasi un significato recondito. E quella «Leopoldina» parola nuova, inusata, la perseguitava con un’insistenza che non era naturale, diventando come un’ossessione sinistra. Ella credeva vedere Yann ripartire sulla «Maria»; conosceva che la Vergine l’aveva protetto per tanti anni nei pericolosi viaggi; ed ecco che quel cambiamento aumentava la sua angoscia.

Ma ben presto si disse che ciò non la riguardava più, che niente di ciò che lo concerneva doveva più preoccuparla.

Ed infatti che cosa poteva importarle se egli era su questo o su quell’altro battello, di ritorno od in partenza?...

Tutto doveva riuscire indifferente, non vi era più alcun legame tra loro, alcun motivo di riavvicinamento, dal momento che egli dimenticava anche il povero Silvestro.

Ella do/eva distaccarsi da Yann, da tutto ciò che riguardava la sua esistenza, anche da quel nome d’Islanda che vibrava ancora, con un’attrazione dolorosa, per lei; doveva dirsi che tutto era finito, finito per sempre...

Con dolcezza guardò quella povera vecchia addormentata che aveva ancora bisogno di lei, ma che non tarderebbe a morire. Ed allora perchè vivere, perchè lavorare?...

Il vento di ovest si era già levato; il tetto aveva ricominciato a gemere, con un rumore tranquillo e leggiero. E le tornarono agli occhi le lagrime, lagrime di orfana e di abbandonata, passando sulle labbra con un [p. 109 modifica]gsto amaro, discendendo silenziosamente sul suo lavoro, come quelle pioggie di estate che nessuna brezza porla e che cadono tutt’a un tratto, frettolose e pesanti, dalle nuvole troppo piene; allora non vedendo più, sentendosi spezzata, presa dalla vertigine dinanzi al vuoto della vita sua, ripiegò il vestito ampio di quella signora Tressoleur e cercò di coricarsi.

Il suo povero letto di signorina, diventava ogni giorno più umido e più freddo — come tutte le cose di quella casupola.

Infine la vinse un sonno angoscioso pieno di fantasmi e di spettri.