Piccolo mondo moderno/Capitolo ottavo. Senza traccia/III

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Capitolo ottavo
Senza traccia
III

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III.


Don Giuseppe si attardò a contemplare il lago, le ombre della notte, un lontano lume alle falde del S. Salvatore. Quanto, pensava, erano mutati gli uomini in Valsolda, da buon tempo antico e quanto poco le cose! Al tornare di Piero gli porse le mani per una stretta silenziosa che significava: so di dove vieni.

“Lei non ha aperto ancora il Suo pacco postale„, diss’egli.

Il custode si offerse di aprire questo pacco e [p. 454 modifica]Piero gli disse che facesse pure. Poi, accesa una candela, condusse don Giuseppe nella vicina camera dell’alcova, gli disse che il pacco veniva certamente da “quella persona„. Erano certamente fiori, per il Camposanto. Egli non ve li avrebbe portati, si era interdetto poco prima, nell’orto, di cogliere una rosa per suo padre. Ma desiderava parlare a don Giuseppe della “persona„.

“Credo„, diss’egli, “che tornerà in principio di settembre a Villa Diedo e allora vorrei che Lei la vedesse„.

Entrò il custode con il pacco aperto. Era infatti una scatola di fiori sciolti. Accompagnava i fiori questa sola carta di visita:


Carlo Dessalle.


Di Jeanne vi era l’anima; e i recisi, moribondi fiori, i ciclami odorosi dei boschi di Vena, i rhododendron di Rio Freddo, gli edelweiss di Picco Astore non dicevano che lei, l’amore, il dolore, la timida offerta, il delicato silenzio di lei.

Piero lesse il biglietto, guardò i fiori, pensoso.

“La carta è di suo fratello„, diss’egli, dopo un breve silenzio. “Così Ella potrà presentarsi a Villa Diedo per ringraziarlo in mio nome. Ma cerchi di vedere anche lei; meglio se la può vedere sola. [p. 455 modifica]Probabilmente questo sarà desiderato da lei stessa. Le dica che lascio i miei amici ma che spero di rivederli nella vita vera e che intanto domando loro perdono del male fatto ad essi, in qualunque modo. Le dica che uscito dal mondo pregherò particolarmente per qualche anima inferma di scetticismo, che, se ponesse in Dio l’amore posto in una creatura, diventerebbe sublime. Gliel’ho detto, don Giuseppe, che se il mio peccato mentale non è stato anche reale lo debbo a lei?„

Don Giuseppe taceva a capo chino, pensoso non di questo difficile colloquio con la signora Dessalle, ma del mistero nel quale Piero chiudeva le sue risoluzioni future. In quale Ordine religioso intendeva egli entrare? Anzi, entrerebbe egli in un Ordine o disporrebbe liberamente la sua vita? Come? Quando? Finalmente si alzarono ambedue, uscirono insieme dalla camera. Mentre si congedavano per la notte il custode chiese a don Giuseppe da parte del parroco d’Albogasio a quale ora desiderasse di celebrare l’indomani mattina. Don Giuseppe guardò Piero come per conoscere il suo desiderio, ma Piero non parlò. Egli rispose allora:

“Alle sette„.

I fiori delle montagne lontane rimasero nella camera dell’alcova, tristi e deserti come la donna che aveva loro spirato in segreto il suo cupo affanno. [p. 456 modifica] Così tanti anni prima, in quella stessa camera dell’alcova, si era infuso a recisi moribondi fiori l’affanno cupo di Luisa.