Piccolo mondo moderno/Capitolo sesto. Vena di fonte alta/II

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Capitolo sesto
Vena di fonte alta
II

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II.


Piero recò subito alla suocera le notizie della figliuola, un po’ attenuate nella parte più triste. Ella lo accolse affettuosamente, serena come sempre, ascoltò il suo racconto, e poi, placida, quasi sorridente, disse una parola di fede: “Mi digo che el Signor ne fa la grazia„, come se avesse udito solamente le parole più gradite e non le altre. Negli occhi le tremavano due lagrime: due lagrime dolci per la consolazione di quell’atto di suo genero, di quella gravità commossa ch’egli aveva mostrato parlando: due lagrime anche pregne di affanno per le parole cui pareva non avere udite. Lo pregò di restare a pranzo, ma egli si scusò non garbandogli la compagnia del suocero che avrebbe tirato in campo le elezioni di Brescia e provando un gran desiderio di solitudine. Allora la marchesa volle chiamare il marito perchè udisse le notizie dell’Elisa dalla viva voce di Piero. Il suo studio, parlando col genero, era sempre stato di guidarlo, con un roseo lumicino in mano, nelle viscere di Zaneto, indicandogli una per una le finezze, le squisitezze di pensiero e d’intenzione cui la gente [p. 350 modifica]non poteva vedere in certi atti, in certe parole di lui, cui vi scorgeva lei e che in fatto erano molto spesso infuse al vetro della lanterna. “Tuto el resto„, soggiunse nel suo linguaggio elittico, intendendo chi sa che, forse anche il lavoro per il Senato, “no xe che per distrarse.„ Zaneto venne, fece a suo genero molte dimostrazioni affettuose e, udite le notizie, si mise a singhiozzare rumorosamente. Quando Piero se n’andò, lo accompagnò fuori e sul pianerottolo della scala, gli domandò, con voce ancora lagrimosa, se avesse ricevuto una lettera dell’avvocato Marchiaro. Piero non l’aveva ricevuta. Allora Zaneto si diede a masticare, a masticare, tentennando fra il desiderio di parlare della lettera e il senso del momento inopportuno. “Bene„, diss’egli troncando il masticare. “Insomma, l’avrai„. E passò all’argomento Brescia. Aveva Piero fatto qualche cosa? Piero rispose “scusa, no„, risolutamente, pronto a rendere ragione della risposta. Ma Zaneto non la chiese. Voltò le spalle e trottò via curvo con un trotto conforme di “ben, ben, ben„.

Dopo pranzo, mentre Piero stava leggendo le lettere rimandategli da Brescia durante il suo soggiorno in Valsolda, capitò da lui la marchesa. Le prime parole che disse, con l’aria di annunciare [p. 351 modifica]una novità interessante e di metterci anche della fretta, furono:

“El papà ga tanto pianto, dopo, poro omo„.

Piero capì subito, seccandosi di questi avvolgimenti eterni della vecchia signora, ch’ella non era venuta per apprendergli un tale avvenimento. Per verità ell’aveva indovinate le occulte cagioni dell’uscita di Zaneto sul pianerottolo della scala, temeva che di queste importunità fuori di luogo e di tempo il genero serbasse una impressione sinistra e voleva passarvi sopra la sua spugna ottimista, inzuppata delle lagrime del marchese. Ma c’era di più. Pranzando, o piuttosto simulando di pranzare, perchè non toccò cibo, aveva escogitato uno de’ suoi sapienti artifici per allontanare Piero, adesso che le sue disposizioni parevan buone, da villa Diedo. Detto delle lagrime, soggiunse, nel consueto stile, che Zaneto avrebbe voluto andare ma ch’era meglio di no.

“Dove andare?„ fece Piero, non senza malignità. “A Brescia?„

“Eh no, no! A cossa xelo, a...„.

La signora nominò il luogo doloroso. Piero non parlò ed ella, dopo un lungo silenzio imbarazzato, fece:

“Ecco„.

Piero la sentiva impigliata nelle spine di un [p. 352 modifica]esordio e non aveva voglia di aiutarla. Tuttavia, essendo entrato il domestico per accendere il gaz, lo licenziò. Era quasi un invito a parlare. Infatti la suocera gli domandò se fosse contento.

“Di che, mamma?„

“Del servitor„.

Una risposta indifferente e un’altra pausa. Piero, tanto per fare qualche cosa, gettò nel cestino alcune buste lacerate. Allora la marchesa fece questa osservazione acuta: “Lettere. Ghe n’ò avudo una anca mi„.

Ella si mise a parlare confusamente di una lettera scrittale dalla villa dov’era venuta apprestando un quartiere per la sua figliuola quando uscisse dal manicomio. I bambini del gastaldo avevano il morbillo. “Dunque mi digo che no convien„. Questo primo piccolo garbuglio uscì alla luce della occulta matassa dei suoi pensieri.

“Cosa non conviene, mamma?„

“De condurla là„.

Piero fece per domandare: chi? ma comprese in tempo che si trattava dell’Elisa, certo. Silenzio.

“Che ghe sia malanni a cossa xela?„

“Dove?„

“A Valsolda„.

L’inatteso nome, l’inattesa proposta che balenava nei disordinati discorsi della marchesa, lo colpirono.

[p. 353 modifica]“Non lo so„, rispose. E si vide nel paese mistico, nella conscia casa, sulla terrazza dello zio Piero e di Ombretta, cinto di solitudine, di silenzio insieme a sua moglie stupefatta, come uscita da un sogno. Per un istante; il sogno, adesso, era la guarigione di Elisa. La marchesa mise finalmente fuori la segreta sua idea: non potrebbe il genero recarsi in Valsolda, disporvi la casa per un soggiorno anche invernale? Ella, che non aveva mai veduta la Valsolda, si pose a discorrere come se l’avesse familiare, mettendo assieme brandelli di cose udite e rimastele malconcie nella memoria, confondendo la casa di Oria con la casa di Cressogno, il lago di Lugano con quello di Como, l’Italia con la Svizzera, ma tirando via impavida a scovar tutte le perfezioni di quel paese per la congiuntura presente, se le speranze si avverassero; a trovarvi ogni possibile accordo con i gusti della sua figliuola, che in fatto ne aveva riportato una impressione molto sfavorevole. Chiuse gli arruffati ragionamenti con pregare il genero di allestire una camera in Valsolda anche per lei, ma non verso il lago perchè a Venezia ― ella disse così ― il tremolìo dell’acqua le faceva venire il capogiro. Il genero, durante un discorso tanto fantastico, era venuto pensando altra cosa; e invece di rispondere alla povera vecchia signora, la interrogò: [p. 354 modifica]“Senta, mamma. Per tutto questo c’è tempo a pensarvi. Adesso Le vorrei domandare di una cosa molto antica. Nei primi anni del Suo matrimonio, avrebbe Lei mai udito parlare in casa Scremin di una grossa lite che i vecchi Maironi avrebbero vinta contro l’Ospitale Maggiore di Milano?„ “Io?„ fece la signora, trasognata.

“Sì, Lei. Ci pensi bene„.

Ci pensò e rispose:

“Non saprei„

Appena ebbe risposto così, ricordò di avere udito il suocero Scremin parlare delle ricchezze di casa Maironi come di roba male acquistata, male sottratta a un Istituto pio.

“Aspetta„, diss’ella. “Forse„.

Le balenò il sospetto di essere stata imprudente e soggiunse: “No, non so„.

Piero si tenne sicuro ch’ella sapesse.

“Ho trovato qui una lettera dell’avvocato Marchiaro„ diss’egli. “Questo sì, lo sa?„

Questo non lo sapeva davvero.

“L’avvocato Marchiaro„, riprese Maironi, “mi scrive che ha negoziato con Carlo Dessalle un mutuo per papà, grossissimo; che per il momento le trattative sono interrotte e che vorrebbe riprenderle offrendo la mia firma. Ora io non potrei [p. 355 modifica]dare oggi la mia firma neppure se in massima vi fossi disposto perchè di questi giorni ho scoperto certe cose gravi che riguardano la mia sostanza e che m’impediscono, almeno per ora, di disporne. Lo dica Lei a papà.„

Alla povera donna cadde il cuore. Un mutuo con i Dessalle! Ah, Zaneto, Zaneto! Non trovò niente a dire e si alzò, angosciata, scura. Oltre al maggior dolore le cuoceva di non poter cavare a difesa del marito i soliti arzigogoli d’interpretazioni benigne, di trovarsi, davanti a Piero e per opera sua, così disfatta. Se ne andò silenziosa, seguita rispettosamente da lui fino alla soglia del suo appartamento, dove lo congedò con queste asciutte parole, senza voltarsi:

“Mi no ghe digo gnente, sètu„.

Piero ritornò alle sue lettere. Gli era venuta prima fra le mani una carta da visita di don Giuseppe Flores. Ecco adesso anche una lettera sua. La guardò a lungo, invaso come quel giorno in Duomo da redivive immagini e ombre della sua confessione al vecchio prete, là nello stanzino della solitaria villa, dal senso modesto del giudizio che quell’uomo doveva portare di lui. V’era tuttavia una differenza. In Duomo l’incontro con don Giuseppe gli era stato sgradevole; adesso la vista [p. 356 modifica]dei suoi caratteri lo turbava di un turbamento che non era senza mistura di un desiderio e di una particolare commozione, perchè sempre don Giuseppe gli aveva ricondotto le immagini dei suoi genitori e ora gliele riconduceva tanto più note e vive e parlanti all’anima sua parole di amore imperioso. Aperse lentamente la lettera e lesse:

Caro signore e amico,

Ero venuto da Lei per la silenziosa preghiera d’una poveretta che il Signore ha creato augusta e, vorrei dire sacra, con doni mirabili di dolore e di sommessione al dolore. Essa non osò espressamente affidare a questo disutile, cadente prete un messaggio per Lei, prezioso e grave di sapienza non umana. Altre mani erano da questo, io lo tolsi all’insaputa della persona che dico; e adesso lodo Chi non permise che io lo portassi con la mia voce malviva, con la mia parola rotta. Penso perciò di non ritornare a Lei, d’inviarle dove mi han detto ch’Ella ora è il messaggio prezioso senza pronunciarlo, chiuso in un ideale vaso suggellato ch’Ella facilmente aprirà se mi ascolta bene.

Pensi anzi tutto le confessioni dolorose che in un’ora di travagliata coscienza Ella venne a portarmi nella mia solitudine con tale generoso abbandono, [p. 357 modifica]bandono, con tale generoso impeto che in quel momento io mi sentii umiliato davanti a Dio di accettare da Lei parole riverenti. Pensi quindi la creatura desolata che, non lontana da Lei, soffre nel suo cuore materno più di quanto il mondo veda e creda o possa mai credere. La pensi ora se mai qualche volta l’avesse, non del tutto involontariamente, dimenticata. Pensi quanto Ella è pur troppo sola nel suo dolore immenso nè dubiti che labbra crudeli non Le sussurrino continuamente crudeli parole, non Le parlino di amare offese alla sua diletta infelice. Pensi finalmente che la silenziosa preghiera mi viene da lei, e altro ad aprire il vaso chiuso, a leggere il messaggio ascoso non Le bisogna. Prossimo al sepolcro, io sento con tremore e speranza venirmi incontro anime care e sante che partirono prima di me. Stamani all’altare pregai la Divina Misericordia che mi concedesse di partire alla mia volta con un altro messaggio, con un messaggio dolcissimo per due di quelle anime ascose in Dio, per due anime che nel loro cammino terreno santificarono a Lei, caro amico, una simile casa fra due cipressi, in riva ad acque solitarie, accanto a una povera chiesina che neppure io so dimenticare.

Suo D. Giuseppe Flores. [p. 358 modifica]

Era una commovente lettera e aveva in sè dolcezza di conforto che lo scrittore non aveva sospettate. Non era Piero già disposto ad allontanarsi da Jeanne? Non era egli anche avviato a compiere un grande atto di giustizia, il sacrificio di quella ricchezza che suo padre e sua madre non avevano toccata, e non era questo pure un atto di figlio degno, non era un messaggio di gioia da portare alle due anime ascose in Dio? Vero, a suo padre ciò non sarebbe bastato. Forse neppure a sua madre. E neanche poteva bastare a quel venerando don Giuseppe. Ma! Ah s’egli non avesse conosciuto altri cattolici! Se non fosse vissuto, da bambino in poi, nel contatto di tanta meschinità cattolica, intellettuale e morale! Come non pensare che suo padre, don Giuseppe Flores e qualche altro cuore alto, qualche altro intelletto forte, se la Chiesa cattolica ne possedeva, non si potevano propriamente dire cattolici, che la loro era un’altra religione, una religione superiore al comune gretto cattolicismo, pauroso della ragione, schiavo in tutto dell’autorità dispotica deificata, tanto aspro a chi ne sta fuori, tanto impastoiato negl’interessi terreni, antiquato nello spirito come nel linguaggio! Egli aveva una volta discorso di religione, a villa Diedo, con un certo scrittore francese, di grande ingegno, che si professava cattolico e [p. 359 modifica]concepiva il dogma cattolico in modo così ardito e nuovo che Piero gli aveva detto: “Ma Lei non è cattolico!„ Colui aveva risposto: “Come il vocabolo è comunemente inteso, no, non lo sono„. Don Giuseppe Flores era prudentissimo, ma si poteva giurare che non intendeva il cattolicismo alla maniera dei Quaiotto nè dei Zàupa, nè della teologia ufficiale, nè dei temporalisti vaticani. E allora perchè gli uomini come lui, come quel francese, non parlano alto? Perchè non richiamano i loro fratelli al vero? Perchè non tentano una riforma della loro Chiesa, perchè non si levano, se occorre, contro i despoti, almeno contro quelli anonimi? Piero lo aveva detto a quel francese e il francese aveva risposto: “Per far questo bisogna essere santi„. E perchè non lo sono, santi? Perchè non lo diventano? E` tanto difficile spogliarsi degli averi e dei piaceri?

Egli ebbe un momento di orgoglio pensando che questo appunto stava per fare benchè non fosse santo nè legato, di fatto, ad alcuna Chiesa, ad alcun Credo ufficiale.