Pierre e Jean/VIII

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VIII

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VII IX

Rientrato nel suo appartamento, Jean si gettò sul divano, perché, mentre i dispiaceri e le preoccupazioni davano a suo fratello la smania di correre e di fuggire come una bestia inseguita, sul suo temperamento apatico agivano in modo diverso, gli spezzavano gambe e braccia. Egli si sentiva fiacco al punto di non poter più fare un movimento, di non poter arrivare fino al letto, fiacco di corpo e di spirito, e vinto dalla disperazione. Non era colpito, come Pierre, nella purezza del suo amore filiale, in quella dignità segreta che avvolge i cuori orgogliosi, ma abbattuto da un colpo del destino che, al tempo stesso, minacciava i suoi più cari interessi.

Quando, finalmente, la sua anima si fu calmata, quando il suo pensiero ridivenne chiaro come un’acqua sbattuta e agitata, egli considerò la situazione che gli si era svelata. Se avesse appreso in tutt’altro modo il segreto della sua nascita, si sarebbe indubbiamente indignato ed avrebbe provato un dolore profondo; ma, dopo il suo litigio con il fratello, dopo quella delazione violenta e brutale che gli aveva scosso i nervi, l’emozione dolorosa della confessione di sua madre lo aveva lasciato senza nemmeno la forza di ribellarsi. L’urto ricevuto dalla sua sensibilità era stato abbastanza forte da fargli dimenticare, in una commozione irresistibile, tutti i pregiudizi e tutte le sante suscettibilità della morale naturale. D’altra parte, egli non era uomo da resistere a lungo. Non gli piaceva combattere contro nessuno e, tanto meno, contro se stesso. Si rassegnò, dunque, e per una tendenza istintiva, un innato amore per il riposo, per la vita dolce e tranquilla, si preoccupò subito dei mutamenti che sarebbero sorti intorno a lui e che lo avrebbero nel tempo stesso toccato. Li prevedeva inevitabili e, per allontanarli, si decise a sforzi sovrumani di energia e di attività. Bisognava che, immediatamente, fin dal giorno dopo, le difficoltà fossero appianate, perché a volte egli provava anche quel bisogno imperioso di soluzioni immediate, che rappresenta tutta la forza dei deboli, incapaci di volere a lungo. La sua mentalità d’avvocato, d’altra parte, abituata a dipanare e a studiare le situazioni complicate, le questioni di carattere intimo nelle famiglie turbate da dissidi, scoprì immediatamente tutte le immediate conseguenze dello stato d’animo di suo fratello. Egli considerava, senza volerlo, gli sviluppi da un punto di vista quasi professionale, come se avesse regolato i rapporti futuri di clienti, dopo una catastrofe morale. Certo, un contatto continuo con Pierre diventava impossibile per lui. Lo avrebbe evitato facilmente restando in casa sua; ma era ancora ammissibile che la madre rimanesse sotto lo stesso tetto con il figlio maggiore?

E meditò a lungo, immobile sui cuscini, immaginando e respingendo combinazioni, senza trovar nulla che potesse soddisfarlo.

Ma un pensiero improvviso lo assalì: «Un uomo onesto avrebbe accettato quel patrimonio?»

Dapprima rispose «No», a se stesso e decise di darlo ai poveri. Era dura; ma tanto peggio. Avrebbe venduto i mobili ed avrebbe lavorato come un altro, come lavorano tutti all’inizio. Questa decisione virile e dolorosa diede una sferzata al suo coraggio, ed egli si alzò e andò ad appoggiare la fronte contro i vetri. Era stato povero e povero sarebbe tornato. Dopo tutto, non ne sarebbe morto. I suoi occhi guardavano la luce a gas che ardeva di fronte a lui, dall’altro lato della strada. E, poiché una donna ritardataria passava sul marciapiede, egli pensò d’improvviso alla signora Rosémilly e provò al cuore la scossa delle emozioni profonde, che un pensiero crudele fa sorgere in noi. Nel tempo stesso gli apparvero tutte le conseguenze dolorose della sua decisione. Avrebbe dovuto rinunciare a sposare quella donna, rinunciare alla felicità, rinunciare a tutto. Poteva agire così, ora che s’era impegnato con lei? Lei lo aveva accettato sapendolo ricco. Lo avrebbe accettato ancora povero; ma aveva il diritto di chiederle, di imporle quel sacrificio? Non sarebbe stato meglio tenere quel denaro come un deposito che, più tardi, avrebbe restituito ai poveri?

E nella sua anima, in cui l’egoismo assumeva apparenze oneste, tutti gli interessi mascherati si combattevano. Gli scrupoli iniziali cedevano il posto ai capziosi ragionamenti, poi ricomparivano, poi di nuovo si cancellavano.

Tornò a sedere, cercando una ragione decisiva, un pretesto così forte da risolvere i suoi dubbi e convincere la sua innata rettitudine. Venti volte, già, s’era fatto questa domanda: «Dato che io sono figlio di quell’uomo, e lo so e lo accetto, non è naturale ch’io accetti anche la sua eredità?»

Ma questo argomento non poteva impedire il «no» mormorato dalla sua intima coscienza.

All’improvviso pensò: «Visto che non sono il figlio di quello che avevo creduto mio padre, non posso più accettare nulla da lui, né durante la sua vita, né dopo la morte. Non sarebbe una cosa degna, né giusta. Sarebbe lo stesso che derubare mio fratello.»

Questo nuovo pensiero lo sollevò, calmò la sua coscienza ed egli tornò presso la finestra.

«Sì,» diceva fra sé, «bisogna ch’io rinunci all’eredità della mia famiglia, che la lasci tutta a Pierre, poiché non sono più il figlio di suo padre. Questo è giusto. Allora, non è ugualmente giusto ch’io tenga il denaro di mio padre?»

Dopo aver riconosciuto che non poteva approfittare del patrimonio di Roland ed essersi deciso di privarsene del tutto, acconsenti e si rassegnò a conservare quello di Maréchal, perché, rinunciando all’uno e all’altro, si sarebbe trovato ridotto alla miseria.

Sistemata questa delicata faccenda, tornò alla questione della presenza di Pierre in famiglia. Come allontanarlo? Aveva perso la speranza di scoprire una soluzione pratica, quando il fischio di una nave che entrava nel porto parve lanciargli una risposta, suggerendogli un’idea. Allora si distese, vestito, sul letto e rifletté fino a giorno.

Verso le nove uscì, per assicurarsi se fosse possibile mettere in atto il suo proposito. Poi, dopo alcune pratiche e alcune visite, si recò a casa dei genitori. La madre lo attendeva chiusa nella sua camera.

«Se tu non fossi venuto,» gli disse, «non avrei mai avuto il coraggio di scendere.»

Si udì poco dopo la voce di Roland, che gridava per le scale:

«Non si mangia, oggi, porco cane?»

Nessuno rispose ed egli urlò:

«Josephine, perdio! Che cosa stai facendo?»

La voce della domestica uscì dalle profondità del sottosuolo:

«Eccomi, signore, cosa c’è?»

«Dov’è la signora?»

«La signora è di sopra, con il signor Jean.»

Allora egli gridò, alzando il capo verso il piano superiore:

«Louise!»

La signora Roland socchiuse l’uscio e rispose:

«Che c’è, mio caro?»

«Non si mangia, dunque, porco cane?»

«Eccoci, caro; veniamo.»

E discese, seguita da Jean.

Roland, vedendo il figlio, esclamò:

«To’, eccoti qua! Sei già stufo di stare nel tuo appartamento?»

«No, papà; dovevo parlare con la mamma, questa mattina.»

Jean si avvicinò, con la mano aperta, e, quando senti chiudersi sulle sue dita la paterna stretta del vecchio, lo vinse un’impressione curiosa ed imprevista, l’impressione delle separazioni e degli addii senza speranza di ritorno.

La signora Roland chiese:

«Pierre non è venuto?»

Il marito alzò le spalle:

«No; ma peggio per lui; è sempre in ritardo. Cominciamo lo stesso.»

Lei si rivolse a Jean.

«Dovresti andare a cercarlo, figlio mio; si offende quando non lo aspettiamo.»

«Sì, mamma: vado.»

E Jean uscì.

Salì le scale con la febbrile risoluzione di un timido che vada a battersi.

Quand’ebbe bussato all’uscio, Pierre rispose:

«Avanti.»

Egli entrò.

L’altro, chino su una tavola, stava scrivendo.

«Buongiorno» disse Jean.

Pierre si alzò.

«Buongiorno.»

E si tesero la mano come se non fosse successo niente.

«Non scendi per la colazione?»

«Ma... è che... ho molto da fare.»

La voce del fratello maggiore tremava e il suo sguardo ansioso domandava al minore che cosa avrebbe fatto.

«Ti aspettano.»

«Ah! E... e la mamma è giù?»

«Sì, anzi è stata lei che mi ha mandato a cercarti...»

«Ah! Allora... vengo.»

Davanti alla porta della sala, egli esitò a mostrarsi per primo; poi la aprì con un gesto brusco e vide suo padre e sua madre seduti l’uno di fronte all’altra

Si avvicinò a lei, dapprima, senza alzare gli occhi, senza dire una parola e, chinandosi, le porse la fronte da baciare, come faceva da qualche tempo, invece di baciarla sulle guance, come di solito. Intuì che lei avvicinava la bocca; ma non sentì le sue labbra sulla pelle e si rialzò, con il cuore palpitante, dopo quell’apparenza di carezza.

Si chiedeva: «Che cosa si saran detti, quando io sono andato via?»

Jean ripeteva teneramente «mamma» e «cara mamma», aveva cura di lei, la serviva e le versava da bere. Allora Pierre comprese ch’essi avevano pianto insieme, ma non poté indovinare il loro pensiero! Jean credeva colpevole la madre o suo fratello un miserabile?

E tutti i rimproveri che s’era rivolti per aver detto quell’orribile cosa lo assalirono di nuovo, stringendogli la gola, chiudendogli la bocca, impedendogli di mangiare e di parlare.

Era invaso, ora, da un intollerabile bisogno di fuggire, di lasciare quella casa, che non era più sua, quelle persone che erano legate a lui soltanto da tenui legami. Ed avrebbe voluto partire immediatamente, andare non importava dove, sentendo che era finita, che non poteva più rimanere con loro, che li avrebbe torturati sempre, senza volerlo, non fosse altro che con la sua presenza e che essi lo avrebbero sottoposto, senza tregua, a un supplizio insopportabile.

Jean parlava con Roland. Pierre non sentiva, non stava nemmeno ad ascoltare. Credette, tuttavia, di indovinare un’intenzione nella voce del fratello e fece attenzione alle sue parole.

Jean diceva:

«A quanto pare, sarà il più bel piroscafo della loro flotta. Si parla di seimilacinquecento tonnellate. Farà il primo viaggio il mese prossimo.»

Roland si meravigliava:

«Di già? Credevo che non fosse in grado di prendere il mare, quest’estate.»

«Scusa: hanno accelerato i lavori appunto perché la prima traversata potesse aver luogo prima dell’autunno. Questa mattina sono passato agli uffici della Compagnia ed ho parlato con uno degli amministratori.»

«Ah, ah, quale?»

«Il signor Marchand, l’amico intimo del presidente del Consiglio d’amministrazione.»

«To’: lo conosci?»

«Sì. E poi avevo da chiedergli un piccolo favore.»

«Ah! Allora mi farai visitare la Lorraine, appena entrerà in porto, non è vero?»

«Certo. È facilissimo.»

Pareva che Jean esitasse, che cercasse le parole, per introdurre un nuovo argomento. Continuò:

«Insomma, la vita che si fa su quei transatlantici è molto bella. Si passa più della metà dei mesi a terra, in due magnifiche città, New York e Le Havre, e il resto sul mare, insieme con gente simpatica. Si possono anche fare conoscenze molto piacevoli tra i passeggeri e molto utili, per dopo, sì, utilissime. Pensa che il capitano, con le economie sul carbone, può arrivare a venticinquemila franchi l’anno, se non più...»

Roland pronunziò un «accidenti!» seguito da un fischio che rivelavano un profondo rispetto per la cifra e per il capitano.

Jean proseguì:

«Il commissario di bordo può raggiungere i diecimila franchi e il medico cinquemila di stipendio fisso con alloggio, vitto, riscaldamento, luce ecc. ecc. Il che equivale a diecimila franchi almeno. È un gran bel guadagno.»

Pierre, che aveva alzato gli occhi, incontrò lo sguardo del fratello e capì.

Allora, dopo un po’ d’esitazione, domandò:

«È molto difficile ottenere un posto di medico a bordo di un transatlantico?»

«Sì e no. Tutto dipende dalle circostanze e dalle raccomandazioni.»

Vi fu un lungo silenzio; poi il dottore riprese:

«La Lorraine parte il mese prossimo?»

«Sì; il giorno sette.»

Rimasero in silenzio.

Pierre rifletteva. Certo, sarebbe stata una soluzione, se avesse potuto imbarcarsi. In seguito si sarebbe visto: magari avrebbe cercato altro. Intanto, si sarebbe guadagnato la vita senza chieder niente alla sua famiglia. Due giorni prima aveva dovuto vendere l’orologio, perché, ora, non chiedeva più l’elemosina a sua madre! Tuttavia non aveva alcuna risorsa, tranne quella: nessuna possibilità di mangiare se non il pane di quella casa inabitabile, né un letto per dormire, né altro tetto. Disse, esitando un po’:

«Se potessi, partirei volentieri con quel piroscafo.»

Jean domandò:

«E perché non dovresti potere?»

«Perché non conosco nessuno alla Compagnia transatlantica.»

Roland rimase stupefatto:

«E dove vanno a finire tutti i tuoi bei propositi di riuscita?»

Pierre mormorò:

«Vi sono momenti in cui bisogna saper sacrificare tutto e rinunciare alle speranze migliori. D’altra parte, si tratta soltanto di cominciare, un modo per mettere insieme alcune migliaia di franchi per potermi sistemare in seguito.»

Il padre fu subito convinto.

«È vero. In due anni, tu puoi mettere da parte sei o settemila franchi che, bene impiegati, ti porteranno lontano. Che ne pensi, Louise?»

Lei rispose a voce bassissima, quasi inintelligibile:

«Penso che Pierre abbia ragione.»

Roland esclamò:

«Ma ne parlerò al signor Poulin, che conosco benissimo! È giudice al tribunale di commercio e si occupa degli affari della Compagnia. Conosco anche il signor Lenient, l’armatore, che è amico di uno dei vicepresidenti.»

Jean domandò al fratello:

«Vuoi che accenni oggi stesso la cosa al signor Marchand?»

«Sì.»

E Pierre aggiunse, dopo aver riflettuto un po’:

«La cosa migliore sarebbe ancora, forse, scrivere ai miei professori della scuola di medicina, che mi stimavano molto. Spesso, su quelle navi, vengono imbarcati professionisti mediocri. Qualche lettera calorosa dei professori Mas-Roussel, Rémusot, Flache e Borriquel risolverebbe la questione in un’ora, meglio di tutte le raccomandazioni incerte. Basterebbe far presentare queste lettere dal tuo amico signor Marchand al Consiglio di amministrazione.»

Jean approvava pienamente:

«La tua idea è ottima, ottima!»

E sorrideva, rassicurato, quasi contento, sicuro del buon esito, essendo incapace di affliggersi a lungo.

«Scriverai oggi stesso,» disse.

«Subito, immediatamente. Vado. Non prendo caffè questa mattina; sono troppo nervoso.» Si alzò e usci.

Allora Jean si rivolse alla madre:

«Tu, mamma, che cosa fai?»

«Nulla... non so.»

«Vuoi venire con me fino dalla signora Rosémilly?»

"Ma... sì... sì...»

«Sai... è indispensabile che io ci vada, oggi.»

«Sì... sì... è vero.»

«Perché indispensabile?» chiese Roland, abituato, d’altra parte, a non capire mai ciò che si diceva in sua presenza.

«Perché le ho promesso di andarvi.»

«Ah, benissimo! Allora è diverso.»

E si mise a caricare la pipa, mentre la madre e il figlio salivano le scale per andare a prendere i cappelli.

Quando furono in strada, Jean chiese:

«Vuoi il braccio, mamma?»

Non glielo offriva mai, perché avevano l’abitudine di camminare uno a fianco dell’altra.

Per un po’ di tempo non parlarono; poi egli le disse:

«Hai visto che Pierre è perfettamente d’accordo di andarsene.»

Lei mormorò:

«Povero ragazzo!»

«Perché povero ragazzo? Non sarà infelice a bordo della Lorraine

«No... lo so bene; ma penso a tante cose.»

Rifletté a lungo, a testa china, camminando con lo stesso passo del figlio. Poi, con la voce strana che talvolta assumiamo per concludere un lungo e segreto pensiero, disse:

«È brutta, la vita. Se una volta si trova un po’ di dolcezza, siamo colpevoli di esserci abbandonati ad essa e, più tardi, la scontiamo a prezzo molto caro.»

Egli disse, con voce bassissima:

«Non parlare più di questo, mamma.»

«È mai possibile? Ci penso sempre.»

«Dimenticherai.»

Lei restò silenziosa; poi, con profondo rimpianto:

«Ah! Come avrei potuto essere felice, se avessi sposato un altro uomo!»

Ora se la prendeva con Roland, facendo ricadere sulla sua bruttezza, sulla sua stupidità, sulla sua goffaggine, sulla grossolanità del suo spirito e l’aspetto volgare della sua persona tutta la responsabilità della propria colpa e della vita infelice. Da tutto questo, dalla volgarità di quell’uomo, faceva dipendere l’averlo ingannato, l’aver condotto alla disperazione uno dei suoi figli e l’aver fatto all’altro la più dolorosa confessione per la quale possa sanguinare il cuore di una madre.

Mormorò: «È una cosa spaventevole per una ragazza sposare un uomo come mio marito.» Jean non rispondeva. Pensava all’uomo che aveva creduto, fino a quel momento, suo padre e, forse, la nozione confusa che aveva, da lungo tempo, della sua mediocrità, l’ironia costante di suo fratello, l’indifferenza sdegnosa degli altri e perfino il disprezzo della domestica per Roland, avevano preparato la sua anima alla confessione terribile della madre. Gli era meno difficile saper d’essere figlio di un altro e se, dopo la grande emozione del giorno prima, non aveva avuto la reazione di ribellione, d’indignazione e di collera temuta dalla signora Roland, era perché da molto tempo egli soffriva inconsciamente di sentirsi figlio di quel goffo bonaccione.

Erano giunti davanti alla casa della signora Rosémilly.

Abitava sulla strada di Saint-Adresse al secondo piano di un grande fabbricato di sua proprietà. Dalle finestre si vedeva tutta la rada di Le Havre.

La signora Roland entrò per prima e la signora Rosémilly, invece di porgerle le mani, come sempre, aprì le braccia e l’abbracciò, perché indovinava l’intenzione di quella sua visita.

I mobili del salotto, in velluto, erano sempre coperti dalle fodere. Le pareti, tappezzate di carta a fiori, erano adorne di quattro stampe, comperate dal primo marito, il capitano. Esse rappresentavano scene marittime e sentimentali. Nella prima si vedeva la moglie di un pescatore sulla spiaggia mentre agitava un fazzoletto, all’orizzonte scompariva la vela che trasportava il suo uomo. Nella seconda, la stessa donna, in ginocchio sulla stessa spiaggia, si torceva le braccia guardando la barca dello sposo sul punto di affondare, sotto un cielo pieno di lampi, in mezzo ad un mare dalle onde inverosimili.

Le altre due stampe rappresentavano scene analoghe in una classe sociale superiore. Una donna giovane, bionda, fantasticava, appoggiata al parapetto di una nave in viaggio. Guardava la costa già lontana con occhi umidi.

Chi aveva lasciato?

Poi la stessa giovane donna bionda, seduta presso una finestra aperta sull’oceano era svenuta sopra una poltrona. Una lettera giaceva sul tappeto.

Egli, dunque, era morto: che disperazione!

I visitatori, generalmente, erano commossi e attratti dalla banale tristezza di quei soggetti, trasparenti e poetici. Si capiva subito, senza bisogno di spiegazioni, senza spremersi troppo il cervello e si compiangevano quelle due povere donne, benché non si conoscesse con precisione la causa del dolore della più distinta. Ma anche quel dubbio sollecitava la fantasia. Forse aveva perduto il fidanzato! Entrando, lo sguardo era attratto e affascinato irresistibilmente da quei quattro soggetti. Si distaccava soltanto per tornarvi ancora e contemplare di nuovo le quattro espressioni delle due donne, che si assomigliavano come due sorelle. Dal disegno preciso, ben finito, accurato, raffinato come un’illustrazione di mode, così come dalla cornice ben lucida, scaturiva specialmente una sensazione di pulizia e di rettitudine accentuata dal resto dei mobili.

Le sedie eran disposte secondo un ordine invariabile, le une contro la parete, le altre intorno al tavolino. Le tendine bianche, immacolate, avevano pieghe così dritte e così regolari che veniva la voglia di sgualcirle un pochino. E mai un granello di polvere appannava il globo, sotto il quale l’orologio a pendolo dorato, di stile impero, un mappamondo sostenuto da Atlante inginocchiato, sembrava maturare come un melone da appartamento.

Sedendosi le due donne, modificarono un po’ la disposizione normale delle sedie.

«Non è uscita, oggi?» chiedeva la signora Roland.

«No. Le confesso che sono un po’ stanca.»

E lei ricordò, quasi per ringraziarne Jean e sua madre, come si fosse divertita a quella gita e a pescare.

«Sa,» diceva, «che questa mattina ho mangiato i miei gamberi: erano squisiti.»

«Se vuole, un giorno o l’altro, rifaremo quella gita.»

E Jean aggiunse: «Se terminassimo questa, intanto, prima di incominciarne un’altra?»

«Come? Mi sembra che sia finita.»

«Oh, signora! Per quel che mi riguarda, tra le rocce di Saint-Jouin, ho fatto una pesca che voglio portare a casa mia.»

Lei assunse un’arietta ingenua e maliziosa.

«Lei? E che cosa? Che ha trovato?»

«Una moglie! E veniamo, la mamma ed io, a chiederle se non ha cambiato parere, questa mattina.»

Lei sorrise.

«No, signore, non cambio mai parere, io.»

Fu lui, allora, a porgerle la mano aperta, nella quale lei mise la sua con un gesto vivace e risoluto. Ed egli domandò:

«Il più presto possibile, non è vero?»

«Quando vorrà.»

«Sei settimane?»

«Non ho opinioni in proposito. Che ne dice la mia futura suocera?»

La signora Roland ebbe un sorriso un po’ malinconico.

«Oh, io non penso niente! La ringrazio soltanto di aver accettato Jean, perché lo renderà molto felice.»

«Cercherò di fare del mio meglio, mamma.»

Un po’ commossa, per la prima volta, la signora Rosémilly si alzò e, tendendo le braccia, abbracciò a lungo la signora Roland, come una bimba. E, sotto quella carezza nuova, una grandissima commozione gonfiò il cuore malato della povera donna. Era una cosa dolce e triste nel tempo stesso. Aveva perduto un figlio, un figlio grande e, al suo posto, le era data una figlia, una figlia grande.

Quando si ritrovarono una di fronte all’altra sedute, si presero le mani e rimasero così, guardandosi e sorridendosi, e sembrava si fossero dimenticate di Jean.

Poi parlarono di molte cose cui bisognava pensare per il prossimo matrimonio e, quando tutto fu deciso, fissato, la signora Rosémilly parve ricordarsi improvvisamente di un particolare e domandò:

«Avete interpellato il signor Roland, non è vero?»

Lo stesso rossore coprì ad un tratto le guance della madre e del figlio. Fu la madre che rispose:

«Oh, no! È inutile.»

Poi esitò, sentendo che una spiegazione era necessaria, e soggiunse:

«Facciamo tutto senza dirgli nulla. Basta dirgli all’ultimo momento quello che abbiamo deciso.»

La signora Rosémilly, per nulla meravigliata, sorrideva, giudicando naturale la cosa, visto che quel bravo uomo contava così poco.

Quando la signora Roland si ritrovò in istrada col figlio, gli disse:

«Se andassimo a casa tua? Vorrei riposarmi.»

Si sentiva senza riparo, senza rifugio, aveva terrore della sua casa.

Entrarono nell’appartamento di Jean.

Appena lei sentì la porta richiudersi alle sue spalle, emise un grosso sospiro, come se quella chiusura l’avesse posta in salvo. Poi, invece di riposarsi come aveva detto, cominciò ad aprire gli armadi, a verificare le pile di biancheria, il numero dei fazzoletti e delle calze. Cambiava la disposizione per cercarne una più armoniosa, che piaceva di più al suo occhio di massaia e, quando ebbe messo a posto le cose a suo gusto, allineato i tovaglioli, le mutande e le camicie sui loro ripiani, divisa tutta la biancheria in tre categorie principali, biancheria personale, biancheria di casa e biancheria da tavola, indietreggiò per contemplare l’opera sua e disse:

«Jean, vieni un po’ a vedere com’è bello.»

Egli si alzò ed ammirò per farle piacere.

All’improvviso, quando lui si fu di nuovo seduto, si avvicinò alla sua poltrona a passi leggeri, dal dietro e, cingendogli il collo con il braccio destro, lo baciò mentre deponeva sul caminetto un oggettino avvolto in carta bianca, che teneva nell’altra mano.

Egli chiese:

«Che cos’è?»

E, poiché la madre non rispondeva, capì, riconoscendo la forma della cornice.

«Dammelo!» disse.

Ma lei finse di non aver udito e tornò ai suoi armadi. Jean si alzò, prese subito quella dolorosa reliquia e, attraversato l’appartamento, andò a chiuderla a doppio giro di chiave nel cassetto della sua scrivania. Allora, lei si asciugò con la punta delle dita una lacrima sulle ciglia, poi disse con voce un po’ tremante:

«Adesso vado a vedere se la tua nuova domestica tiene bene la cucina. È uscita in questo momento, così potrò controllare tutto per rendermene conto.»