Primo maggio/Parte sesta/XVI

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Parte sesta - XVI

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Parte sesta - XV Parte settima

L’apparizione di Alberto nella brigata degli antichi amici causò un grande stupore. Egli stesso non rivide senza emozione quella piccola sala bianca, inondata di luce, quella tavola col tappeto verde, dove aveva passato tante liete sere, e in cui da tanto tempo non metteva piede: gli parve di ritornarvi, dopo un lungo viaggio pieno di peripezie. E il primo effetto fu uno di quei soliti fulminei dubbi: - Ho sbagliato? - Ce n’era una decina - uomini d’affari, di banca, professionisti - e tutti vedendolo lasciavano i giornali e le carte. Cercò il Geri; non c’era. Dieci faccie si voltarono a lui, le une, con sua sorpresa, benevole - altre contrariate semplicemente - altre ostili in modo aperto, altre canzonatorie, tutte stupite.

- Cosa veniva a fare dopo quel violento matto articolo, in cui aveva detto parole avvelenate contro la professione della maggior parte di loro?

Ma il suo viso accigliato, su cui appariva una risoluzione, che alcuni sospettavano, lo fece accogliere con una apparenza di cortese cordialità che sconcertò un poco la sua determinazione. Delle esclamazioni amichevoli, di maraviglia, qualche stretta di mano, - solo tre o quattro non si mossero e tacquero.

Egli sedette a un’estremità della tavola, vicino all’uscio, ordinò la birra, e accese la sigaretta. Ma non era ancora finito lo scambio dei saluti, che uno dei più benevoli, appunto per prevenire il silenzio imbarazzante che sarebbe subito seguito, e per intonare amichevolmente la discussione che prevedeva inevitabile poi, gli disse una frase affabile. - Eh! meno male -, ci frusti sul giornale -, ma hai ancora un poco di benevolenza per i tuoi antichi amici affaristi e borsisti!

E un altro, subito, con meno dolcezza, ma senza intenzioni provocatrici: - Ma come si fa, Bianchini, - francamente, tra noi - è permesso di parlarti ancora come una volta, non è vero? come si fa a ripetere quei luoghi comuni sulla immoralità della speculazione... non è roba da par tuo.

Il Bianchini l’interruppe osservando che luoghi comuni non voleva dire cose false.

- Ma, caro mio, - continuò l’altro - se si accusa d’immoralità chi gioca alla borsa, dicendo che è un gioco d’inganno... Ma allora si può dir lo stesso di tutti gli affari di questo mondo, di tutte le cose in cui si tratta d’interessi. E il mercante che cerca di pagar 5 quel che ne val dieci, e vender dieci quello che val 5? E il medico che cura il malato che sa di non poter guarire? E l’avvocato che difende l’accusato che sa colpevole? Allora tutta la società è basata sull’inganno e sul furto!

L’interpellanza era così fatta in modo, che imponeva una risposta cortese.

- Ma è così - rispose - nella società attuale tutto è fondato sull’inganno perché è fondato sulla concorrenza. Ciascuno fa il suo bene col male degli altri. E per questo profittano i più furbi e i più audaci. Son contento che lo riconosciate voi stessi.

- Dunque, se la società è fatta così - disse quello ridendo, - noi, che l’abbiamo trovata fatta in quel modo, e che non possiamo mutarla, stiamo con la coscienza tranquilla.

- Si capisce -, rispose Bianchini - Siete d’accordo con la morale provvisoria, che non è altro che il riflesso dei rapporti sociali del momento. Ma mutati questi, come muteranno, quello che non vi par morale ora vi parrà moralissimo allora. E già pare moralissimo a tutti coloro che comprendono la necessità che quei rapporti mutino.

Allora uscì fuori uno degli ostili, e disse in aria beffarda, senza guardarlo: - Noi non siamo obbligati ad aver la morale del tempo che verrà. Lasciamo ad altri di essere i galantuomini dell’avvenire.

Una risata corse.

- Non avete né la morale dell’avvenire né quella del presente - rispose Bianchini, piccato - perché vi sono immoralità che saltano agli occhi d’ogni galantuomo anche adesso. Capisco che abbiate le illusioni del vostro tempo sulla moralità della proprietà, dell’eredità, del salariato, poiché non vi riesce di comprendere la società senza di essi. Ma voi giustificate ogni specie di speculazione, voi trovate morale la borsa - e questo passa il segno anche per un galantuomo del presente.

Quegli a cui rispose questo lo guardò fisso, meditando una risposta che levasse ogni replica.

Ma un altro lo prevenne: - Andiamo, parliamoci chiaro. Noi speculiamo alla borsa. In che cosa trova immorale i nostri guadagni? Tutti ascoltarono. Il Bianchini s’accorse bene che le sue idee destavano un sincero senso di compassione.

- Ma perché il vostro è un guadagno fatto senza lavoro, qualche volta anche senza il danaro, fatto soltanto con l’astuzia e con l’audacia, assicurato dall’impunità.

S’udì un coro di proteste. Qualcuno fece dei segni di impazienza. Quello era venuto per provocare.

- Voi giocate col denaro guadagnato dagli altri.

- Ma come! - gridò uno con ironia - guadagnato dagli altri! Sfruttiamo forse i suoi operai?

- No, questo è affar d’altri. Voi sfruttate gli sfruttatori.

- Ma questo non ha senso, signor socialista.

- Ma questo crepa gli occhi, signor banchiere. Ma come si fa a non capire che è immorale un gioco che sconvolge le fortune, che provoca lo sperpero, che falsa i valori, che turba il processo regolare delle funzioni economiche, che rende più dura l’esistenza degli uomini senza cui la società non può sussistere, che...

In quel punto suonò una voce sull’uscio: - E cos’è mai che produce tutta questa ira di Dio?

Era il Geri.

- È la borsa!... La borsa! - gli risposero tutti ridendo. Ma il modo con cui incrociarono gli sguardi il nuovo venuto, che pareva stralunato e il Bianchini, che non poté reprimere un fremito, il lieve pallore che si diffuse nel viso di tutti e due, troncarono le risa d’un colpo. E un malessere si diffuse, come in attesa d’una scena.

Geri rimase in piedi.

Il Bianchini continuò freddamente, ma con un tremito leggiero delle labbra, senza guardare il Geri: - Certo, tutto questo è immorale. Speculare sulle fortune e sulle sventure del paese, sulle carestie e sulle abbondanze, sulle miserie, sulle disgrazie, sulle malattie e le morti dei grandi personaggi, sulle guerre e sulle voci di guerra, arricchirsi in un’ora con una notizia, rovinare uno sapendo di rovinarlo, far del danaro per mezzo delle relazioni, delle informazioni, della diffusione di false voci, con la temerità, con la furberia, con tutti i modi, fuorché col lavoro - questa - mascheratela come volete, giustificatela come vi pare - ma è una solenne bricconeria.

Un coro d’esclamazioni così forte gli fece eco, che coperse varie impertinenze. Ma tutti tacquero, per sentire il Geri, che capivan tutti esser il più direttamente colpito.

Questi, sempre in piedi, rispose col suo accento di schiacciante disprezzo: - Queste sono sciocchezze da scrivere sulla Quistione sociale per i muratori e i fochisti che le bevono. I guadagni della speculazione sono i guadagni dell’intelligenza e del coraggio, signor... professore. Questo provoca il movimento del denaro, che è la circolazione del sangue della società. Il rischio, il gioco è l’anima del mondo. E quanto al morale e all’immorale - fare liberamente i propri interessi, nel cerchio della legalità, è trovarsi d’accordo con la moralità e col vantaggio pubblico. Il resto è chiacchiere da farneticanti! Ma queste sono verità elementari, capite da ogni persona di buon senso, che non possono entrare nel cranio d’un socialista.

Al Bianchini s’oscurò la vista. Fu in punto di afferrare il bicchiere per tirarglielo sul capo. Ma si ritenne con un enorme sforzo, e rispose ancora con una calma smentita dal viso bianco: - Non mi parli di socialisti lei, che per la sua organica costituzione non potrà mai capire nemmeno il più confuso sentimento umanitario dell’ultimo degli operai della sua fabbrica, a cui strappa di mano i giornali socialisti.

Il Geri fece un atto, come chi dice: - finiamola - e rispose: - Ma che sentimenti umanitari! Lustre per gli imbecilli. Vuol che glielo dica io una buona volta, in nome di tutti, qual è il primo movente di tutto il suo socialismo?

- Dica - quegli rispose. Tutti aspettavano, immobili.

Geri si avvicinò al Bianchini, e gli disse forte nell’orecchio, cantando: -

- Una por-ca am-bi-zio-ne!

Rapidamente Alberto gli puntò l’estremità accesa della sigaretta in mezzo alla fronte, gridandogli: - Lì ti metterò una palla di pistola, borsaiolo vigliacco!

Quegli diede un grido, retrocedendo, alzò la mano per schiaffeggiarlo; l’altro lo rattenne; tutti saltarono in piedi, gridando, seguì un tumulto d’inferno di seggiole e di bicchieri rovesciati, d’invettive, - quattro o cinque servitori e signori accorsero dalle sale vicine; mentre i due contendenti, furiosi, si dibattevano fra venti braccia, cinque o sei insultarono il Bianchini: - Alla porta! - Fuori! - È venuto per provocare! - Petroliere! - Va all’osteria! Alberto rispondeva fuori di sé respingendoli e retrocedendo: - Branco di parassiti! - Ladri dei ladri! - Ha da venire il giorno che vi vedrò strappar la borsa e le budella!... Canaglia! - E in mezzo a un baccano indescrivibile di gente accorrente, d’imprecazioni, di domande, d’usci sbattuti, egli attraversò le sale, e si trovò sul pianerottolo, ansante, come smemorato, coi panni scomposti, ancora perseguitato dalle voci di dentro.

Una voce affannosa gli domandò: - Alberto, cos’è seguito?

Egli vide il Cambiasi che saliva le scale.

- Un alterco con Geri -, rispose in fretta, scendendo le scale con lui, - mi provocò, l’ho insultato - Dobbiamo batterci... Come sei qui?

- Ho incontrato Baldieri che t’aveva lasciato alterato. Mi disse: - Va al Circolo a provocar qualcuno. Ho preveduto, son corso, non ti lascio più.

E allora, rientrato in sé, Alberto si ricordò, lo guardò, gli afferrò le mani, e gli disse con voce commossa:

- Tu sei un amico generoso... Perdonami!