Prose della volgar lingua/Libro primo/III

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Primo libro – capitolo III

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Allora mio fratello, vedendo gli altri star cheti, cosí rispose: - Io mi credo che a ciascuno di noi che qui siamo, sarebbe vie piú agevole in favore di questo lodare e usare la volgar lingua che noi sovente facciamo, la quale voi parimente e schifate e vituperate sempre, recarvi tante ragioni che voi in tutto mutaste sentenza, che a voi possibile in alcuna parte della nostra openione levar noi. Nondimeno, messer Ercole, io non mi maraviglio molto, non avendo voi ancora dolcezza veruna gustata dello scrivere e comporre volgarmente, sí come colui che, di tutte quelle della latina lingua ripieno, a queste prendere non vi sete volto giamai, se v’incresce che messer Pietro mio fratello tempo alcuno e opera vi spenda e consumi, del latinamente scrivere tralasciandosi come dite. Anzi ho io degli altri ancora, dotti e scienziati solamente nelle latine lettere, già uditi allui medesimo dannare questo stesso e rimproverargliele, a’ quali egli brievemente suole rispondere e dir loro, che a sé altrettanto incresce di loro allo ’ncontro, i quali molta cura e molto studio nelle altrui favelle ponendo e in quelle maestrevolmente essercitandosi, non curano se essi ragionar non sanno nella loro, a quegli uomini rassomigliandogli, che in alcuna lontana e solinga contrada palagi grandissimi di molta spesa, a marmi e ad oro lavorati e risplendenti, procacciano di fabricarsi, e nella loro città abitano in vilissime case. - E come, - disse messer Ercole - stima egli messer Pietro che il latino parlare ci sia lontano? - Certo sí, che egli lo stima, - rispose mio fratello - non da sé solo posto, ma bene in rispetto e in comperazione del volgare, il quale è a noi piú vicino; quando si vede che nel volgare tutti noi tutta la vita dimoriamo, il che non aviene del latino. Sí come a’ romani uomini era ne’ buoni tempi piú vicina la latina favella che la greca, con ciò sia cosa che nella latina essi tutti nascevano e quella insieme col latte dalle nutrici loro beeano e in essa dimoravano tutti gli anni loro comunemente, dove la greca essi apprendevano per lo piú già grandi e usavanla rade volte e molti di loro per aventura né l’usavano né l’apprendevano giamai. Il che a noi aviene della latina, che non dalle nutrici nelle culle, ma da’ maestri nelle scuole, e non tutti, anzi pochi l’apprendiamo, e presa, non a ciascuna ora la usiamo, ma di rado e alcuna volta non mai -. Quivi seguitando le parole di mio fratello: - Cosí è - disse il Magnifico - senza fallo alcuno, messer Ercole, come il Bembo dice; e questo ancora piú oltre, che a noi la volgar lingua non solamente vicina si dee dire che ella sia, ma natía e propria, e la latina straniera. Che sí come i Romani due lingue aveano, una propria e naturale, e questa era la latina, l’altra straniera, e quella era la greca, cosí noi due favelle possediamo altresí, l’una propria e naturale e domestica, che è la volgare, istrana e non naturale l’altra, che è la latina. Vedete ora, quale di voi due in ciò è piú tosto da biasimare e da riprendere, o messer Pietro, il quale usando la favella sua natía non perciò lascia di dare opera e tempo alla straniera, o voi, che quella schernendo e rifiutando che natía vostra è, lodate e seguitate la strana -.