Prose della volgar lingua/Libro secondo/IV

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Secondo libro – capitolo IV

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- Ora le parti, messer Carlo, che voi dite che da considerar sarebbono, - disse lo Strozza - per chi volesse trarne questo giudicio, quali sono? - Elle sono in gran parte quelle medesime, - disse mio fratello - che si considerano eziandio ne’ latini componimenti; e queste non fa mestiero che io vi raccoglia, a cui elle vie piú conte sono e piú manifeste che a me. Delle altre, che non sono perciò molte, si potrà vedere, se pure a voi piacerà che se ne cerchi. - Io non voglio che voi guardiate, messer Carlo, - disse lo Strozza - quello che della latina lingua mi sia chiaro o non chiaro, che io ne potrei far perdita; e trovarestemi in ciò di gran lunga meno intendente, che per aventura non istimate. Né voglio ancora che separiate quelle parti della volgare favella, che cadono medesimamente nella latina, da quelle che non vi cadono, ché egli si potrebbe agevolmente piú penare a far questa scielta, che a sporre tutta la somma. Ma io cerco, e di ciò vi stringo e gravo, che senza rispetto avere alcuno alle latine cose, mi diciate quali sono quelle parti tutte, per le quali si possa sopra la quistione, che io dico, quel giudicio fare e quella sentenza trarne, che voi dite. - Io non so già, messer Ercole, - rispose mio fratello - se io cosí ora le potessi tutte raccogliere interamente, le quali sono senza fallo molte, particolarmente e minutamente considerate. Ma le generali possono esser queste: la materia o suggetto, che dire vogliamo, del quale si scrive, e la forma o apparenza, che a quella materia si dà, e ciò è la scrittura. Ma perciò che non della materia, dintorno alla quale alcuno scrive, ma del modo col quale si scrive, s’è ragionato ieri e ragionasi oggi tra noi, di questa seconda parte favellando, dico ogni maniera di scrivere comporsi medesimamente di due parti: l’una delle quali è la elezione, l’altra è la disposizione delle voci. Perciò che primieramente è da vedere, con quali voci si possa piú acconciamente scrivere quello che a scrivere prendiamo; e appresso fa di mestiero considerare, con quale ordine di loro e componimento e armonia, quelle medesime voci meglio rispondano che in altra maniera. Con ciò sia cosa che né ogni voce di molte, con le quali una cosa segnar si può, è grave o pura o dolce ugualmente; né ogni componimento di quelle medesime voci uno stesso adornamento ha, o piace e diletta ad un modo. Da sciegliere adunque sono le voci, se di materia grande si ragiona, gravi, alte, sonanti, apparenti, luminose; se di bassa e volgare, lievi, piane, dimesse, popolari, chete; se di mezzana tra queste due, medesimamente con voci mezzane e temperate, e le quali meno all’uno e all’altro pieghino di questi due termini, che si può. È di mestiero nondimeno in queste medesime regole servar modo, e schifare sopra tutto la sazietà, variando alle volte e le voci gravi con alcuna temperata, e le temperate con alcuna leggera, e cosí allo ’ncontro queste con alcuna di quelle, e quelle con alcuna dell’altre né piú né meno. Tuttafiata generalissima e universale regola è in ciascuna di queste maniere e stili, le piú pure, le piú monde, le piú chiare sempre, le piú belle e piú grate voci sciegliere e recare alle nostre composizioni, che si possa. La qual cosa come si faccia, lungo sarebbe il ragionarvi; con ciò sia cosa che le voci medesime o sono proprie delle cose delle quali si favella, e paiono quasi nate insieme con esse, o sono tratte per somiglianza da altre cose, a cui esse sono proprie, e poste a quelle di cui ragioniamo, o sono di nuovo fatte e formate da noi; e queste voci poscia, cosí divise e partite, altre parti hanno e altre divisioni sotto esse, che tutte da saper sono. Ma voi potete da quelli scrittori ciò imprendere, che ne scrivono latinamente.