Prose della volgar lingua/Libro secondo/VII

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Secondo libro – capitolo VII

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Altrettante cose, anzi piú molte ancora si possono, messer Ercole, nella disposizione considerare delle voci, sí come di parte molto piú larga che la primiera. Con ciò sia cosa che lo sciegliere si fa, una voce semplicemente con un’altra voce, o con due, le piú volte comparando; dove, a dispor bene, non solamente bisogna una voce spesse fiate comparare a molte voci, anzi molte guise di voci ancora con molte altre guise di voci comporre e agguagliare fa mestiero il piú delle volte. Dico adunque, che sí come sogliono i maestri delle navi, che vedute potete avere in piú parti di questa città fabricarsi, i quali tre cose fanno principali; perciò che primieramente risguardano quale legno, o quale ferro, o quale fune, a quale legno o ferro o fune compongano, ciò è con quale ordine gli accozzino e congiungano tra loro; appresso considerano quello medesimo legno, che essi a un altro legno o ferro o fune hanno a comporre, in quale guisa comporre il possano che bene stia, o per lo lungo o attraverso o chinato o stante o torto o diritto o come che sia in altra maniera; ultimamente queste funi o questi ferri o questi legni, se sono troppi lunghi, essi gli accorzano, se sono corti, gli allungano, e cosí o gli ’ngrossano o gli ristringono, o in altre guise levandone e giugnendone, gli vanno rassettando in maniera che la nave se ne compone giusta e bella, come vedete; cosí medesimamente gli scrittori tre parti hanno altresí nel disporre i loro componimenti. Perciò che primiera loro cura è vederne l’ordine, e quale voce con quale voce accozzata, ciò è quale verbo a quale nome, o qual nome a qual verbo, o pure quale di queste, o quale altra parte, con quale di queste o delle altre parti del parlare, congiunta e composta bene stia. È bisogno dopo questo, che per loro si consideri queste parti medesime in quale guisa stando, migliore e piú bella giacitura truovino, che in altra maniera; ciò è quella voce, che nome ha ad essere, come e per che via ella essere possa piú vaga, o nel numero del piú o in quello del meno, nella forma del maschio o della femina, nel diritto o negli obliqui casi; medesimamente quello che ha ad esser verbo, se presente o futuro, se attivamente o passivamente o in altra guisa posto, meglio suona; a questo modo medesimo per le altre membra tutte de’ nostri parlari, in quanto si può e lo pate la loro qualità discorrendo. Rimane per ultima loro fatica poi, quando alcuna di queste parti, o brieve o lunga o altrimenti disposta, viene loro parendo senza vaghezza, senza armonia, aggiugnervi o scemar di loro, o mutare e trasporre, come che sia, o poco o molto, o dal capo o nel mezzo o nel fine. E se io ora, messer Ercole, vi vo’ le minute cose, e piú tosto agli orecchi di nuovo scolare che di dottissimo poeta convenevoli ad ascoltare, e già da voi, mentre eravate fanciullo, ne’ latini sgrossamenti udite, raccontando, datene di ciò a voi stesso la colpa che avete cosí voluto -. Quivi: - E se a voi non grava di ciò, - rispose lo Strozza - che io a voi do fatica di raccontarci queste cosí minute cose, messer Carlo, come voi dite, di me non vi caglia; il quale come che in niune non sia maestro, pure in queste sono veramente discepolo. E nondimeno fa mestiero, a chiunque apprendere alcuna scienza disidera, incominciare da’ suoi principj, che sono per lo piú deboli tutti e leggieri. E se io alcuna parte di queste medesime cose, che si son dette o sono a dire, ho altra volta, dando alla latina lingua le prime opere, udito, ciò bene mi metterà in questo, che piú agevole mi si farà lo apprendere e ritenere la volgare, se io giamai d’usarla farò pensiero. Perché, di grazia, seguite, niuna cosa in niuna parte per niun rispetto tacendoci -.