Prose della volgar lingua/Libro secondo/VIII

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Secondo libro – capitolo VIII

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Poca fatica piglierei per voi, - rispose mio fratello - e di poco, messer Ercole, vi potreste valer di me, se io questa volentieri non pigliassi. Dunque seguasi; e acciò che meglio quello che io dico vi si faccia chiaro, ragioniamo per atto d’essempio cosí. Potea il Petrarca dire in questo modo il primo verso della canzone, che ci allegò Giuliano: Voi ch’in rime ascoltate. Ma considerando egli che questa voce Ascoltate, per la moltitudine delle consonanti che vi sono e ancora per la qualità delle vocali e numero delle sillabe, è voce molto alta e apparente, dove Rime, per li contrari rispetti, è voce dimessa e poco dimostrantesi, vide che se egli diceva Voi ch’in rime, il verso troppo lungamente stava chinato e cadente, dove, dicendo Voi ch’ascoltate, egli subitamente lo inalzava, il che gli accresceva dignità. Oltra che Rime, perciò che è voce leggiera e snella, posta tra queste due, Ascoltate e Sparse, che sono amendue piene e gravi, è quasi dell’una e dell’altra temperamento. E aviene ancora che in tutte queste voci dette e recitate cosí, Voi ch’ascoltate in rime sparse, et esse piú ordinatamente ne vanno, e fanno oltre acciò le vocali piú dolce varietà e piú soave che in quel modo. Perché meglio fu il dire, come egli fe’, che se egli avesse detto altramente. Il che potrà essere avertimento dell’ordine, prima delle tre parti che io dissi. Poteva eziandio il Petrarca, quell’altro verso della medesima canzone dire cosí: Fra la vana speranza e ’l van dolore. Ma perciò che la continuazione della vocale A toglieva grazia, e la variazione della E trapostavi la riponeva, mutò il numero del meno in quello del piú, e fecene Fra le vane speranze; e fece bene, che quantunque il mutamento sia poco, non è perciò poca la differenza della vaghezza, chi vi pensa e considera sottilmente. E cade questo nel secondo modo del disporre detto di sopra. Perciò che nel terzo, che è togliendo alle voci alcuna loro parte, o aggiugnendo o pure tramutando come che sia, cade quest’altro:

Quand’era in parte altr’uom da quel ch’i sono;

e quest’altro:

Ma ben veggi’or, sí come al popol tutto
favola fui gran tempo.

Erano Uomo e Popolo le intere voci, dalle quali egli levò la vocale loro ultima; la quale se egli levata non avesse, elle sarebbono state voci alquanto languide e cascanti, che ora sono leggiadrette e gentili. Cadono altresí di molt’altri; sí come è: Che m’hanno congiurato a torto incontra; dove Incontra disse il medesimo poeta, piú tosto che Contra. E Sface molte volte usò, e Sevri alcuna fiata e Adiviene e Dipartío, piú tosto che Disface e Separi e Aviene e Dipartí, e Diemme e Aprilla dovendo dire dirittamente Mi diè e La aprí. E perché io v’abbia, di questi modi del disporre, le somiglianze recate dal verso, non è che essi non cadano eziandio nella prosa, perciò che essi vi cadono. È il vero che questa maniera, ultima delle tre, piú di rado vi cade che le altre; con ciò sia cosa che alla prosa, perciò che ella alla regola delle rime o delle sillabe non sottogiace e può vagare e spaziare a suo modo, molto meno d’ardire e di licenza si dà in questa parte, che al verso. Ora, sí come e nelle sillabe e nelle sole voci queste figure entrano, cosí dico io che elle entrano parimente negli stesi parlari, e per aventura molto piú. Perciò che oltra che non ogni parte che si chiuda con alquante voci, s’acconviene con ogni parte, e meglio giacerà posta prima che poi, o allo ’ncontro; e quella medesima parte non in ogni guisa posta riesce parimente graziosa; e toltone o aggiuntone o mutatone alcuna voce, piú di vaghezza dimostrerà senza comperazione alcuna che altramente; sí aviene egli ancora che il lungo ragionare, e di quelle medesime figure molto piú capevole esser può, che una sola voce non è, e, oltre a questo, egli è di molte altre figure capevole, delle quali non è capevole alcuna sola voce; sí come ne’ libri di coloro palese si vede, che dell’arte del parlare scrivono partitamente. A queste cose tutte adunque, messer Ercole, chi risguarderà, quando egli delle maniere di due scrittori, o di prosa o di verso, piglierà a dar sentenza, egli potrà per aventura non ingannarsi, come che io non v’abbia tuttavia ogni minuta parte raccolta, di quelle che c’insegnano questo giudizio -.