Prose della volgar lingua/Libro secondo/IX

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Secondo libro – capitolo IX

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Allora messer Federigo, verso mio fratello guardando: - Io volea or ora - disse - a messer Ercole rivolgermi e dirgli che voi fuggivate fatica, perciò che molte dell’altre cose potevate recare ancora che sono con queste congiuntissime e mescolatissime; se voi medesimo confessato non l’aveste. - E quali sono coteste cose, messer Federigo, - disse lo Strozza - che voi dite che messer Carlo avrebbe ancora potuto recarci? - Egli le vi dirà, - rispose messer Federigo - se voi ne ’l dimanderete, che ha le altre dette, che avete udito. - Io sicuramente non so se io me ne ricordassi ora, cercandone, - rispose mio fratello - che sapete come io malagevolmente mi ramemoro le tralasciate cose, sí come son queste; posto che io il pure volessi fare, il che vorrei, se a messer Ercole sodisfare altramente non si potesse. Ma voi, il quale non sete meno di tenace memoria, che siate di capevole ingegno, né leggeste giamai o udiste dir cosa che non la vi ricordiate (e in ciò ben si pare, che monsignor lo duca Guido vostro zio vi sia maggiore) sete senza fallo disubediente, poscia che a messer Ercole, questo da voi chiedente, non sodisfate; non voglio dire poco amorevole, che non volete meco essere alla parte di questo peso -. Perché instando con messer Ercole mio fratello, che egli a messer Federigo facesse dire il rimanente, et esso stringendone lui, e il Magnifico parimente, che diceva che mio fratello aveva detto assai, egli dopo una brieve contesa, piú per non torre a mio fratello il fornire lo incominciato ragionamento fatta che per altro, lietamente a dire si dispose, e cominciò: - Io pure nella mia rete altro preso non arò che me stesso. E bene mi sta, poscia che io tacere quanto si conveniva non ho potuto, che io di quello favelli che men vorrei. Né crediate che io questo dica, perché in ciò la fatica mi sia gravosa, che non è, dove io a qualunque s’è l’uno di voi piaccia, non che a tutti e tre. Ma dicolo perciò che le cose, che dire si convengono, sono di qualità, che malagevolmente per la loro disusanza cadono sotto regola, in modo che pago e sodisfatto se ne tenga chi l’ascolta. Ma come che sia, venendo al fatto, dico che egli si potrebbe considerare, quanto alcuna composizione meriti loda o non meriti, ancora per questa via: che perciò che due parti sono quelle che fanno bella ogni scrittura, la gravità e la piacevolezza; e le cose poi, che empiono e compiono queste due parti, son tre, il suono, il numero, la variazione, dico che di queste tre cose aver si dee risguardo partitamente, ciascuna delle quali all’una e all’altra giova delle due primiere che io dissi. E affine che voi meglio queste due medesime parti conosciate, come e quanto sono differenti tra loro, sotto la gravità ripongo l’onestà, la dignità, la maestà, la magnificenza, la grandezza, e le loro somiglianti; sotto la piacevolezza ristringo la grazia, la soavità, la vaghezza, la dolcezza, gli scherzi, i giuochi, e se altro è di questa maniera. Perciò che egli può molto bene alcuna composizione essere piacevole e non grave, e allo ’ncontro alcuna altra potrà grave essere, senza piacevolezza; sí come aviene delle composizioni di messer Cino e di Dante, ché tra quelle di Dante molte son gravi, senza piacevolezza, e tra quelle di messer Cino molte sono piacevoli, senza gravità. Non dico già tuttavolta, che in quelle medesime che io gravi chiamo, non vi sia qualche voce ancora piacevole, e in quelle che dico essere piacevoli, alcun’altra non se ne legga scritta gravemente, ma dico per la gran parte. Sí come se io dicessi eziandio che in alcune parti delle composizioni loro né gravità né piacevolezza vi si vede alcuna, direi ciò avenire per lo piú, e non perché in quelle medesime parti niuna voce o grave o piacevole non si leggesse. Dove il Petrarca l’una e l’altra di queste parti empié maravigliosamente, in maniera che scegliere non si può, in quale delle due egli fosse maggior maestro.