Prose della volgar lingua/Libro secondo/X

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Secondo libro – capitolo X

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Ma venendo alle tre cose generanti queste due parti che io dissi, è suono quel concento e quella armonia, che nelle prose dal componimento si genera delle voci, nel verso oltre acciò dal componimento eziandio delle rime. Ora perciò che il concento, che dal componimento nasce di molte voci, da ciascuna voce ha origine, e ciascuna voce dalle lettere, che in lei sono, riceve qualità e forma, è di mestiero sapere, quale suono rendono queste lettere, o separate o accompagnate, ciascuna. Separate adunque rendono suono quelle cinque, senza le quali niuna voce, niuna sillaba può aver luogo. E di queste tutte miglior suono rende la A; con ciò sia cosa che ella piú di spirito manda fuori, perciò che con piú aperte labbra ne ’l manda e piú al cielo ne va esso spirito. Migliore dell’altre poi la E, in quanto ella piú a queste parti s’avicina della primiera che non fanno le tre seguenti. Buono, appresso questi, è il suono della O; allo spirito della quale mandar fuori, le labbra alquanto in fuori si sporgono e in cerchio, il che ritondo e sonoro ne ’l fa uscire. Debole e leggiero e chinato e tuttavia dolce spirito, dopo questo, è richiesto alla I; perché il suono di lei men buono è che di quelle che si son dette, soave nondimeno alquanto. Viene ultimamente la U; e questa, perciò che con le labbra in cerchio, molto piú che nella O ristretto, dilungate si genera, il che toglie alla bocca e allo spirito dignità, cosí nella qualità del suono come nell’ordine è sezzaia. E queste tutte molto migliore spirito rendono, quando la sillaba loro è lunga, che quando ella è brieve; perciò che con piú spazioso spirito escono in quella guisa e piú pieno, che in questa. Senza che la O, quando è in vece della O latina, in parte eziandio il muta, le piú volte piú alto rendendolo e piú sonoro, che quando ella è in vece della U; sí come si vede nel dire Orto e Popolo, nelle quali la prima O con piú aperte labbra si forma chell’altre, e nel dire Opra, in cui medesimamente la O piú aperta e piú spaziosa se n’esce, che nel dire Ombra e Sopra, e con piú ampio cerchio. Quantunque ancor della E questo medesimamente si può dire: perciò che nelle voci Gente, Ardente, Legge, Miete e somiglianti, la prima E alquanto piú alta esce che non fa la seconda; sí come quella che dalla E latina ne vien sempre, dove le rimanenti vengono dalla I le piú volte. Il che piú manifestamente apparisce in queste parole del Boccaccio: Se tu di Costantinopoli se’. Dove si vede che nel primo Se, perciò che esso ne viene dal Si latino, la E piú chinata esce che non fa quella dell’altro Se, il quale seconda voce è del verbo Essere, e ha la E nel latino e non la I, sí come sapete. Accompagnate, d’altra parte, rendono suono tutte quelle lettere che rimangono oltre a queste, tra le quali assai piena, e nondimeno riposata, e perciò di buonissimo spirito è la Z, la qual sola delle tre doppie, che i Greci usano, hanno nella loro lingua ricevuta i Toscani; quantunque ella appo loro non rimane doppia, anzi è semplice, come l’altre; se non quando essi raddoppiare la vogliono raddoppiando la forza del suono, sí come raddoppiano il P e il T, e dell’altre. Perciò che nel dire, Zafiro, Zenobio, Alzato, Inzelosito e simili, ella è semplice, non solo per questo che nel principio delle voci, o nel mezzo di loro in compagnia d’altra consonante, niuna consonante porre si può seguentemente due volte, ma ancora per ciò che lo spirito di lei è la metà pieno e spesso di quello che egli si vede poscia essere nel dire Bellezza, Dolcezza. Perché dire si può che ella sia piú tosto un segno di lettera, con la quale essi cosí scrivono quello cotale spirito, che la lettera che usano i Greci; quando si vede che niuna lettera di natura sua doppia è in uso di questa lingua; la quale non solamente in vece della X usa di porre la S raddoppiata, quando ella non sia in principio delle voci, dove non possono, come s’è detto, due consonanti d’una qualità aver luogo, o ancor quando nel mezzo la compagnia d’altra lettera non vocale non gliele vieti, ne’ quali due luoghi la S semplice sodisfa; ma ancora tutte quelle voci che i Latini scrivono per Ps, ella pure per due S medesimamente scrive sempre. E questa S, quantunque non sia di purissimo suono, ma piú tosto di spesso, non pare tuttavolta essere di cosí schifo e rifiutato nel nostro idioma, come ella solea essere anticamente nel greco; nel quale furono già scrittori, che per questo alcuna volta delle loro composizioni fornirono senza essa. E se il Petrarca si vede avere la lettera X usata nelle sue canzoni, nelle quali egli pose Experto, Extremo, e altre simili voci, ciò fece egli per uscire in questo dell’usanza della fiorentina lingua, affine di potere alquanto piú inalzare i suoi versi in quella maniera; sí come egli fece eziandio in molte altre cose, le quali tutti si concedono al verso, che non si concederebbono alla prosa. Oltre a queste, molle e dilicata e piacevolissima è la L, e di tutte le sue compagne lettere dolcissima. Allo ’ncontro la R aspera ma di generoso spirito. Di mezzano poi tra queste due la M e la N, il suono delle quali si sente quasi lunato e cornuto nelle parole. Alquanto spesso e pieno suono appresso rende la F. Spesso medesimamente e pieno, ma piú pronto il G. Di quella medesima e spessezza e prontezza è il C ma piú impedito di quest’altri. Puri e snelli e ispediti poi sono il B e il D. Snellissimi e purissimi il P e il T, e insieme ispeditissimi. Di povero e morto suono, sopra gli altri tutti, ultimamente è il Q; e in tanto piú ancora maggiormente, che egli, senza la U che ’l sostenga, non può aver luogo. La H, perciò che non è lettera, per sé medesima niente può; ma giugne solamente pienezza e quasi polpa alla lettera, a cui ella in guisa di servente sta accanto. Conosciute ora queste forze tutte delle lettere, torno a dire, che secondamente che ciascuna voce le ha in sé, cosí ella è ora grave, ora leggiera, quando aspera, quando molle, quando d’una guisa e quando d’altra; e quali sono poi le guise delle voci, che fanno alcuna scrittura, tale e il suono, che del mescolamento di loro esce o nella prosa o nel verso, e talora gravità genera e talora piacevolezza.