Prose della volgar lingua/Libro secondo/XI

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Secondo libro – capitolo XI

../X ../XII IncludiIntestazione 01 ottobre 2009 75% Saggi

Libro secondo - X Libro secondo - XII

È il vero che egli nel verso piglia eziandio qualità dalle rime; le quali rime graziosissimo ritrovamento si vede che fu, per dare al verso volgare armonia e leggiadria, che in vece di quella fosse, la quale al latino si dà per conto de’ piedi, che nel volgare cosí regolati non sono. Ad esse adunque passando, dico che sono le rime comunemente di tre maniere: regolate, libere e mescolate. Regolate sono quelle che si stendono in terzetti, cosí detti perciò che ogni rima si pon tre volte, o perché sempre con quello medesimo ordine di tre in tre versi la rima nuova incominciando, si chiude e compie la incominciata. E perciò che questi terzetti per un modo insieme tutti si tengono, quasi anella pendenti l’uno dall’altro, tale maniera di rime chiamarono alcuni Catena; delle quali poté per aventura essere il ritrovator Dante, che ne scrisse il suo poema; con ciò sia cosa che sopra lui non si truova chi le sapesse. Sono regolate altresí quelle, che noi Ottava rima chiamiamo per questo, che continuamente in otto versi il loro componimento si rinchiude; e queste si crede che fossero da’ Ciciliani ritrovate, come che essi non usassero di comporle con piú che due rime, perciò che lo aggiugnervi la terza, che ne’ due versi ultimi ebbe luogo, fu opera de’ Toscani. Sono medesimamente regolate le sestine, ingenioso ritrovamento de’ provenzali compositori. Libere poi sono quell’altre, che non hanno alcuna legge o nel numero de’ versi o nella maniera del rimargli, ma ciascuno, sí come ad esso piace, cosí le forma; e queste universalmente sono tutte madriali chiamate, o perciò che da prima cose materiali e grosse si cantassero in quella maniera di rime, sciolta e materiale altresí; o pure perché cosí, piú che in altro modo, pastorali amori e altri loro boscarecci avenimenti ragionassero quelle genti, nella guisa che i Latini e i Greci ragionano nelle egloghe loro, il nome delle canzoni formando e pigliando dalle mandre; quantunque alcuna qualità di madriali si pur truova, che non cosí tutta sciolta e libera è, come io dico mescolate ultimamente sono qualunque rime e in parte legge hanno e d’altra parte sono licenziose, sí come de’ sonetti e di quelle rime, che comunemente sono canzoni chiamate, si vede che dire si può. Con ciò sia cosa che a’ sonetti il numero de’ versi è dato, e di parte delle rime; nell’ordine delle rime poi, e in parte di loro nel numero, non s’usa piú certa regola che il piacere, in quanto capevoli ne sono quei pochi versi; il qual piacere di tanto innanzi andò con la licenza, che gli antichi fecero talora sonetti di due rime solamente, talora in amenda di ciò, non bastando loro le rime che s’usano, quelle medesime ancora trametteano ne’ mezzi versi. Taccio qui che Dante una sua canzone nella Vita nuova sonetto nominasse; perciò che egli piú volte poi, e in quella opera e altrove, nomò sonetti quelli che ora cosí si chiamano. E nelle canzoni puossi prendere quale numero e guisa di versi e di rime a ciascuno è piú a grado, e compor di loro la prima stanza; ma, presi che essi sono, è di mestiero seguirgli nell’altre con quelle leggi che il compositor medesimo, licenziosamente componendo, s’ha prese. Il medesimo di quelle canzoni, che ballate si chiamano, si può dire, le quali quando erano di piú d’una stanza, vestite si chiamavano, e non vestite quando erano d’una sola; sí come se ne leggono alquante nel Petrarca, fatte e all’una guisa e all’altra.