Prose della volgar lingua/Libro terzo/XLII

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Terzo libro – capitolo XLII

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Mentre il Magnifico queste cosí diceva, i famigliari di mio fratello, veduto che già la sera venuta, co’ lumi accesi nella camera entrarono e, quelli sopra le tavole lasciati, si dipartirono. Il che vedendo il Magnifico, che già s’era del suo ragionar ritenuto, disse: - Io, Signori, dalla catena de’ nostri parlari tirato, non m’avedea che il dí lasciati ci avesse, come ha. - Né io m’era di ciò aveduto, - disse lo Strozza, - ma tuttavia questo che importa? Le notti sono lunghissime, e potremo una parte di questa, che ci sopravene, donar, Giuliano, al vostro ragionamento, che rimane a dirsi. - Bene avete pensato, messer Ercole - disse apresso messer Federigo. - Noi potremo infino all’ora della cena qui dimorarci, e certo sono che messer Carlo l’averà in grado. - Anzi ve ne priego io grandemente, - rispose loro tutti mio fratello - né si vuole per niente che il dire di Giuliano s’impedisca: ottimamente fate -. E cosí detto, e chiamato uno de’ suoi famigliari, e ordinato con lui quello che a fare avesse e rimandatolne, e già ciascuno tacendosi, Giuliano in questa guisa riprese a dire: