Quel che vidi e quel che intesi/Capitolo XXXVII

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Capitolo XXXVII

La insurrezione di Roma fallisce per tradimento.

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Capitolo XXXVII

La insurrezione di Roma fallisce per tradimento.
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XXXVII.

LA INSURREZIONE DI ROMA FALLISCE

PER TRADIMENTO.


Gli amici ci domandavano da Firenze un moto che avesse facilitato a Garibaldi di entrare in Roma.

Garibaldi, nel frattempo, era stato dal Governo, sotto la pressione della Francia, tratto in arresto e relegato a Caprera. Ma n’era fuggito, aveva passato il confine, avea riunito sotto il suo comando i vari corpi garibaldini, che già si trovavano sul territorio pontificio e campeggiavano intorno a Roma. Non pochi Garibaldini, specie coi carretti del latte, riuscivano a penetrare in Roma e ci incitavano all’azione:

[p. 197 modifica]— Un sol colpo di fucile!... Essi domandavano.

Garibaldi, dopo aver preso Monte Rotondo, si era spinto col grosso della sua gente fino a Castel Giubbileo; e le sue pattuglie erano giunte fino a Casal dei Pazzi.

Bisognava decidersi all’azione o rinunciarvi definitivamente, anche per la stagione che avrebbe fatto meno agevole ai Garibaldini, privi di ogni equipaggiamento, di tener la campagna.

Così decidemmo di agire. E stabilimmo il piano di quanto dovea farsi. Dovevamo cominciar l’azione il 22 Ottobre al tocco di notte. Si dovea, anzitutto, piombar Roma nell’oscurità tagliando le tubazioni del gas; la Caserma Serristori, che Giuseppe Monti scalpellino avea minato, dovea saltare ad un dato segnale; dovea da un forte risoluto nucleo essere assaltato lo Spedale Militare per impadronirsi delle armi che vi erano in deposito e distribuirle agli insorti. Giuseppe Guerzoni con quattrocento uomini dovea andare a prendere a Villa Matteini fuori Porta San Paolo i fucili, che conteneva, ed armare i nostri che li doveano attendere nascosti nelle vicinanze del Foro Romano. E questi con altri, ch’io avrei condotto dalla parte di Piazza Aracoeli, doveano occupare il Campidoglio, ordinariamente presidiato da una guardia di pochi uomini; fortificarvisi e suonare a stormo il campanone. I Cairoli, scendendo per il Tevere a Ripetta, doveano, in un secondo tempo, introdurre altre armi e con gente risoluta, che quivi li doveva attendere, avrebbero dato l’assalto al Ministero della Guerra.

Garibaldi, allora, sarebbe entrato in Roma. E l’Esercito del Re gli avrebbe potuto tener dietro. Francia ed Europa avrebbero dovuto subire la necessità delle cose ed accettare il fatto compiuto.


Questo piano era molto audace. Ma solo perchè difettavano la armi.

D’altra parte da Firenze il «Centro di Emigrazione» calorosamente ci domandava di agire, assicurandoci Rattazzi non ostile e che tale sarebbe rimasto fino al momento in cui avesse [p. 198 modifica]potuto rivelarsi favorevole. Ed, anco più insistentemente, ci raccomandava Garibaldi di non più tardare.

Sornioni, i Moderati secondavano, non potendone fare a meno. Ma un insuccesso sarebbe lor piaciuto che, ad un tempo, avesse sepolta la Quistione di Roma, e svalutati gli avversari politici.

E questa lor mancanza di sincerità e di devozione alla causa nazionale, come già ho accennato, assieme alla mancanza di aiuti dati in tempo dal Governo, rovinarono la nostra bella impresa. E Roma non tornò, come poteva, all’Italia per virtù degli Italiani ed aperta volontà ed azione dei Romani, ma solo potè tornarvi per effetto della sventura della Francia.

Ora, dopo tanti anni, circa trenta, da quei giorni mi domando se la cagione del fallimento del moto insurrezionale che noi volevamo, fu veramente colpa di pochi uomini o del Partito Moderato tutto; e debbo in coscienza rispondermi che fu colpa di questo, o meglio, dei «Consorti» toscani che in quello predominavano. Debbo aggiungere che se Rattazzi avesse smesso di sussidiare il Comitato Nazionale Romano e ci avesse favorito nel provvederci armi, la nostra azione avrebbe potuto essere tanto pronta da cogliere di sorpresa, prima dell’intervento francese, ed il Governo Pontificio e la Diplomazia. Anche la Francia si sarebbe trovata dinanzi al fatto compiuto. E l’ostilità dei Moderati sarebbe stata travolta.

È certo, però, che, anche al punto in cui erano le cose, il nostro piano avrebbe potuto avere felice successo, se non ci fosse stato chi, avvisandone il Governo Pontificio, non ne avesse impedito la riuscita; la quale avea come presupposto indispensabile la sorpresa.

Di questo tradimento fummo certi fino da allora.


Quando da Francesco Cucchi, con me ed altri pochissimi, venne definitivamente stabilito il piano di azione, egli volle che ne fosse fatto partecipe anche il già nominato A. D. D. del Comitato Nazionale Romano. A ciò io mi opposi con la [p. 199 modifica]maggior violenza. Ma invano. Francesco Cucchi fece valere la sua volontà di capo.

Frattanto Rattazzi, che non avea saputo cogliere il momento buono per agire, sotto le minacce della Francia aveva dovuto dimettersi. La crisi non fu breve. A Firenze regnava la confusione della paura. Venne chiamato al Governo il Generale Menabrea. Si disse, allora, Re Vittorio essere indignato contro la «Consorteria» e che questa, invece, avesse le simpatie del Principe Umberto.

Malgrado tutto Garibaldi non rinunciava all’azione.


Il 22 Ottobre il piano insurrezionale era spezzato.

Uno ad uno, durante la giornata, una quarantina di giovinotti più ardimentosi e fedeli, erano andati a celarsi nel mio studio di Via Margutta. A notte alta li mandai, a piccoli gruppi, a sorprendere lo Spedale Militare per impadronirsi delle armi che vi erano custodite.

Io con pochi altri, all’ora stabilita, mi avviai al Campidoglio, nei pressi del quale trovai altri dei nostri che, sparsi a nuclei di due o tre, aspettavano i miei ordini per l’assalto. Eravamo armati di vecchi fucili, di pistole e di alcune bombe all’Orsini. Prendere il Campidoglio non aspettavamo dovesse essere difficile impresa. Ordinariamente era guardato da un picchetto di pochi soldati al comando di un sott’ufficiale, tranne le sentinelle ci aspettavamo di trovar tutti addormiti. Una volta preso il Campidoglio, doveano venire ad afforzarvisi assieme a noi gli uomini di Guerzoni e quelli che essi avessero armati coi fucili presi a Villa Matteini.

Senonchè Guerzoni ed i suoi trovarono questa attorniata da forze preponderanti e, dopo un breve combattimento, avean dovuto ritirarsi.

Quando, poi, io ed i miei uomini andammo per salire al Campidoglio, sbucarono fuori numerosissimi soldati — ne eran stati empiti i sotterranei — che ci salutarono con una scarica. Rimase ucciso un Carabiniere del Papa che passava. Spirò mormorando; [p. 200 modifica]Addio mia bella addio!...

Fran queste le prime parole di una canzone popolare in gran voga a quel tempo. È cadde, pure, uno dei nostri che morì dicendo:

— Madonna Santa!... —

Rispondemmo al fuoco, nella speranza che Guerzoni coi suoi e gli altri sopraggiungessero da un momento all’altro ed attaccassero il Campidoglio dal Foro Romano. Ma, dopo lo scambio di alcune altre fucilate, ebbi l’avviso dell’insuccesso di Guerzoni e sciolsi i miei uomini. Io mi rifugiai da Bedeau, dove altri amici vegliavano in attesa degli avvenimenti e mi feci dare da cena. V’era un giovane amico inglese che mi disse che partiva e che avrebbe veduto Leighton. Io ne profittai per mandare un saluto all’amico carissimo e scrissi queste parole, che Federico comunicò ai comuni amici, i quali tante volte, in seguito, doveano ricordarmele sorridendo:

«Oggi ci siamo battuti sul Campidoglio, dopo abbian cenato da Bedeau».


Il movimento rivoluzionario falliva su tutta la linea.

I giovanotti da me mandati all’attacco dello Spedale Militare, come Guerzoni e come me, vi avean trovato grosso presidio che stava bene all’erta. Alla Caserma Serristori era scoppiata la mina, ma facendo pochissimo danno; Giuseppe Monti ed il suo compagno Tognetti erano stati colti sul fatto ed arrestati.

All’assalto di casa Aiani finito, come tutti sanno, col feroce massacro di Giuditta Tavani Arquati e dei suoi compagni, i Pontifici erano andati in grandi forze, aveano messo in moto perfino i cannoni. I ponti erano fortemente sbarrati. Impossibile anche il solo tentativo di andare in loro soccorso.

Quanto ai Cairoli, invece di arrivare a Ripetta, come si sa, furono sorpresi a Villa Glori dove entrambi caddero. Enrico morì combattendo; Giovannino cadde assai gravemente ferito e venne fatto prigioniero. Non molto dopo Giovannino io rividi a Firenze sofferentissimo per le ferite che presto doveano [p. I 44 modifica] Ritratto. Autografo di Garibaldi. [p. I 44 modifica] Nino Costa negli abiti in cui combattè a Mentana. [p. 201 modifica]condurlo alla tomba. Con grandissima commozione, sua e mia, egli mi mostrò gli abiti che indossava a Villa Glori rossi del sangue del suo Enrico.


Tutto quanto era avvenuto rivelava, in modo non dubbio, il tradimento di alcuno della nostra parte. Siccome chi l’insurrezione avversava, come era da più segni manifesto, erano i Moderati, così non era calunnia argomentarne che nel campo loro fosse il traditore.

Ma chi e come avea il tradimento consumato?

Per quanto avessi non poche ragioni di sospetto, non si poteva con certo fondamento accusare alcuno.

Erano passati parecchi anni, l’Italia avea già da molto in Roma la sua Capitale quando, ad uno dei miei ritorni dall’Inghilterra, fermatomi a Parigi m’imbattei in certo Monsieur Bouvet che era stato molti anni in Roma Cancelliere dell’Ambasciata di Francia e che ancora vi si trovava all’epoca degli avvenimenti che ho narrato. Io era stato con esso nei migliori termini, poichè egli ambiva a frequentare artisti. Così quando ci incontrammo, assieme riandando gli straordinari avvenimenti del ’67, che noi due avevamo osservato da punti così diversi, egli spontaneo mi rivelò quello che avea mandato all’aria tutto il nostro piano insurrezionale. Così erano andate le cose. Quel tale avvocato A. D. D., cui ho più volte di sopra accennato, che come ho detto era consulente legale dell’Ambasciata di Francia, recatosi un giorno a trovar l’Ambasciatore, dimenticò su un tavolo del gabinetto di questo una carta. L’Ambasciatore, per caso, mise la mano su questa carta e vi lesse dentro intero il piano di insurrezione da noi stabilito; e difilato corse a consegnar la carta al Cardinale Antonelli.

A spiegarmi quanto ancor di misterioso era per me, nei fatti romani del ’67, non avea bisogno di altro!


Dopo il 22 Ottobre nulla più a me rimaneva da fare in Roma. Vana era divenuta ogni speranza, che per allora ed [p. 202 modifica]ancor per molto tempo, i Romani potessero fruttuosamente tentare altro moto nella città. Molti amici e compagni si affrettarono, non pochi anche col mio aiuto, a fuggir Roma e lo Stato Pontificio onde cansare l’arresto da cui io pure ero minacciato. Emigrati che, segretamente, avean fatto ritorno in Roma per liberarla riprendevano la via dell’esilio. Ed io, pure, non indugiai molto in Roma, dove ero esposto alle severità del Governo Pontificio ed alle vendette dei nemici politici del Comitato Nazionale Romano i quali avevano rialzata la cresta, mentre la «Consorteria» gongolava a Firenze. Garibaldi teneva tuttora la campagna con ragguardevoli forze; e queste potevano essere adoperate sia contro il Papa, sia contro l’imbelle Governo Italiano al fine di matener viva la Quistione di Roma. Decisi, quindi, di raggiungere il Generale, raccomandando i miei averi ed i tesori del mio lavoro, che ero costretto lasciar nel mio studio, alla grazia di Dio ed al buon volere degli amici miei. I quali, nel giovarmi, furono per devozione ed abilità impareggiabili.


(Sir William B. Richmond, che si trovava in quei giorni a Roma, scriveva come in appresso dei casi di Nino Costa e delle cose sue ad Olivia Rossetti Agresti. G. G. C.)


«Il Sacro Collegio (sic) e la Polizia del Governo di Roma tenevano d’occhio Costa. Sapendolo riuscito a mettersi al sicuro in Firenze, venne decisa la confisca del suo studio con tutto il contenuto, che comprendeva bellissima roba artistica antica assieme ai suoi dipinti, resultato di anni ed anni del suo lavoro.

«Si voleva, pure, confiscare il danaro che egli aveva investito in banche di Roma, od almeno quello che ne rimaneva, poichè la sua generosità, durante il movimento rivoluzionario, era stata fenomenale.

«Queste intenzioni, comunque, furono bravamente frustrate nel modo seguente:

«Era in Roma un pittore americano, certo Wilde, che di [p. 203 modifica]Costa era devoto amico. Egli avea fiutato il vento circa le intenzioni del Governo. Egli venne diritto da me. E mi disse:

«— Sta succedendo così e così. Che cosa si deve fare?

«Mi venne subito in testa che potevamo rivolgerci al Console Britannico. Nello studio vi erano quadri appartenenti a sudditi inglesi, taluni finiti, altri ancor da finire. Joseph Severn, il Console, era egli stesso pittore e, benchè intimo del Vaticano, le sue simpatie erano tutte per la libertà.

«L’ingiustizia e la durezza del Governo verso uno dei suoi primi eminenti sudditi venner da Wilde e da me fatte notare a Severn. Il quale, dopo alquante considerazioni e dopo che io dichiarai assumermi tutta la responsabilità del procedimento, acconsentì di sigillare la porta dello studio di Costa al N. 33 di Via Margutta col sigillo d’Inghilterra e dichiararlo proprietà britannica. Questo salvò la situazione. E quando, tre anni dopo, Costa tornò a Roma, nel settembre 1870, egli trovò lo studio ed il suo contenuto allo statu quo.

«La difficoltà circa il danaro venne superata dal detto artista americano Wilde, il quale abilmente manovrò per trasferire i fondi da Roma a Firenze, ove Costa s’era rifugiato.»