Raimondo Montecuccoli

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F.Z.

1846 R saggi Raimondo Montecuccoli Intestazione 23 maggio 2009 25% Biografie

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Raimondo Montecuccoli

Un uomo che non di un solo, ma di due, ma di tre Stati fu consigliero e salvatore, che seppe d’architettura, di strategica, di lettere e di morale, che fu maestro nell’arte guerresca, e in quella di conoscer gli uomini, non doveva certo trovare mute le pagine di questo giornale, consacrato particolarmente ad eternar la memoria dei grandi fatti e degli uomini grandi; e chi di tanto splendide virtù andò ornato fu indubbiamente Raimondo Montecuccoli.

Egli, nato di famiglia principesca, l’anno di nostra salute 1608, in un castello del Modenese, ch’ha nome dal suo casato, ebbe a genitori Galeotto Montecuccolo ed Anna Bigi, dama ferrarese. A lui, fanciullo ancora, d’ingegno svegliato, furono scuola l’animo severo e l’indole forte del padre, il cupo aspetto della rocca in cui traeva monotoni i giorni, e la cronaca di sua famiglia zeppa di eroici avvenimenti e di generose imprese. Non fu bisogno che, tuttor piccino, altri gli destasse in cuore il sentimento della gloria; il passato e l’avvenire che apprese, il primo nelle pergamene della biblioteca di suo padre, il secondo nel suo ingegno e nel suo cuore, gliel’infusero nell’animo insiem col sentimento della propria natura.

Giunto all’età nella quale era duopo s’applicasse a studi più gravi, Raimondo corse le migliori scuole d’Italia, ove ottenne la lode di giovane studioso e docile. Ma tornato alle mura del suo castello, gli sorse in cuore il desiderio dell’armi, e alla spinta del suo cuore obbedì. Ernesto Montecuccoli, suo zio, teneva allora il primato delle cose guerresche in Germania: Raimondo stimò opportuno di cominciare la sua educazione militare sotto di lui, che tanto faceva parlar il mondo di sé per la forza fisica e morale di che era dotato, ed entrò semplice soldato nelle file imperiali. Prima impresa in cui il determinato coraggio e il genio militare di Raimondo si mostrassero, fu nella malaugurata guerra di Fiandra all’assalto del Nuovo Magdeburgo.

Primo innanzi a tutti ei guida pochi soldati a espugnare la torre settentrionale che difende la città. Ogni maniera di projettili gli giungono micidiali dall’alto, mille ferri gli contrastano il toccar la cima dei merli; i suoi compagni precipitano dalle scale, e pressoché solo il lasciano in faccia ad un esercito. Ma all’eroe non vien meno per questo il coraggio e l’energia; rovescia nei fossati del forte gli assediati che il respingono, urta, ferisce, uccide, e primo fra tutti balza sul muro nemico e penetra nella città. Il seguono rianimati dall’esempio i suoi camerati, e in poco d’ora la città è dell’impero. Il generale Tilli riceve da lui le chiavi della vinta fortezza, e fa le maraviglie di tanto precoce valore. Montecuccoli era pur presente alla celebre giornata di Vistoch: là egli campò l’esercito imperiale da una totale disfatta, opponendo a doppie e fin decuple forze poca mano di sperimentati corazzieri. Ma dove il genio militare e la valentia guerresca del giovane soldato, s’acquistarono fama e riputazione grandissima fu l’assedio di Nemeslau.

Questa città, deliberata di cedere, ove ancor pochi giorni avesse durato nelle strettezze in cui la poneva il nemico Svedese, s’arrendeva già al minaccioso ed ostinato avversario che la molestava, quando venutole inaspettatamente soccorritore Raimondo, la trasse dalle angustie della servitù. I suoi passi non rallentarono gli ostacoli della natura e del luogo, né gli fe’ paura il soverchiar delle forze nemiche. In poco d’ora gli Svedesi erano rotti e messi in fuga; le mura di Nemeslau s’ornavano di nuovo de’ vessilli abbattuti dall’oste che fuggiva, e il Montecuccoli, modesto nella sua gloria, veniva acclamato Salvator della Patria.

Ma gli Svedesi tornati altra volta in campo più numerosi e più forti, fecero aspro governo delle poche truppe dell’impero, e si vendicarono dell’eroico fatto di Nemeslau. Assalito il Montecuccoli in luogo ove le sue genti (minori, nel resto, di più che un decimo delle nemiche) non poteano né difendersi né pugnar di conserva, fu battuto, fatto prigioniero e gettato in fondo a una fortezza Svedese.

Non compiangete però nell’oscuro e tristo tugurio che gli è forza abitare, il nostro guerriero! Il carcere gli è scuola di prudenza, gli matura l’ingegno, gli è campo di grandi e profonde cognizioni. Da quell’asilo di dolore ove il Montecuccoli entrò sapiente d’una sola scienza, uscì dotto di tre e di quattro, e non superficialmente apparate. Colà, s’ispirò alla Musa, e dettò versi di non corrotta eleganza: colà studiò gli autori greci e latini, scrisse di filosofia, di strategica, di morale, di geometria, d’architettura e dié principio alle celebri sue Memorie.

Quando le vicende della guerra, tornate prospere all’Alemagna gli apersero le porte del suo carcere, Montecuccoli si dié tutto agli affari dello Stato promettendosi segretamente di campar l’Italia (s’intende quella parte ch’era sua patria) dagli artigli dello straniero, e la Germania, che lo stipendiava, dalla vittorie nemiche. Il perché, allorché Modena fu assalita, e il luogo ov’egli ebbe nascita arrischiò cader servo, fu egli che corse al riparo, che radunò le sparse milizie, che fe’ cuore alle fuggitive, che le guidò alla zuffa, e che, con terribile braccio sconfisse quante truppe furon pazze tanto da sprezzare la potenza del suo genio, e d’aspettarlo al verso; e quando l’Austria, lui lontano, minacciata da tutte parti, da’ Svedesi e dalla Francia, lo richiamò, appellandolo unico suo scampo, a lui fidando libertà, potere e tutto, fu egli che precipitò sui nemici del suo sovrano, e gli Svedesi frenò, nella Slesia, nella Franconia, nella Moravia, i Francesi ruppe in terra, sul Reno e sul Danubio.

Obbligati gli avversari dell’Alemagna a conchiudere la pace, corse qualche tempo di riposo prima che ricominciassero le ostilità. Questa tregua non sciupò Montecuccoli in ozio o in sollazzi, ma piuttosto mise a frutto percorrendo i paesi lontani e vicini al teatro di quella guerra che fu detta, dal luogo ove arse, guerra del settentrione. I viaggi sono scuola e fonti d’ampie cognizioni a chiunque: all’uom di stato poi, riescono di tant’utile e di sì vantaggioso insegnamento che nulla più. In essi egli impara a rilevar il buono e il cattivo nelle costituzioni dei popoli; confrontar l’uno all’altro i governi; far giudizio della felicità delle nazioni: studiar i costumi nella loro origine, essenza, moralità; investigare le tradizioni, le cronache, le superstizioni, e trar da queste ragione delle tendenze delle masse; tutto infine meditare, pesare, e con occhio esperto scernere il meglio a profitto del proprio paese; quest’è il retto fine dell’onest’uomo di stato che viaggia, e quest’era il coscienzioso scopo delle corse che intendeva intraprendere il Montecuccoli. Egli percorse la Fiandra, l’Olanda, la Svezia, la Polonia, i confini della Russia, e ritornato in Germania, la lasciò di nuovo per andare a visitare ancora una volta la patria sua, dalla quale tanto intervallo lo divideva.

Nel frattempo di questa stessa pace, condusse Raimondo in moglie donna di nobilissimi natali, e d’ancor più nobili qualità della mente e del cuore fornita; fu questa Margherita, principessa di Diechtristein, dama d’onore dell’imperatrice, e fiore splendidissimo della Corte Cesarea. A fianco di essa passò il nostro eroe tutto il tempo che gli permisero le tregue guerresche, e furon gli anni più felici della sua vita. Ma il riposo dell’armi era meteora in que’ tempi di turbolenze e di sangue: manifesta prova n’è la vita del Montecuccoli.

Al trono di Svezia era salito quel Carlo Gustavo, principe prepotente e ambizioso, che per tanti anni tenne tutta la Germania in subbuglio. Sempre fisso in quest’idea, che tutto può la ferma volontà d’un monarca (son sue parole), si provava del continuo a mandar ad effetto questa sentenza. E gli veniva fatto ciò, se l’animo buono di Cesare non metteva a disposizione degli Stati circonvicini assaliti dallo Svedese, il genio di Montecuccoli. Carlo Gustavo s’era diretto sulla Polonia: intestine discordie laceravano quel paese, in cui nobili e plebei sono mai sempre in eterna lotta tra loro; non poteva quindi essa sola far fronte all’irrompente invasione degli Svedesi, forti di disciplinate truppe, e dell’esempio del gran Gustavo Adolfo. L’assalita nazione, ridotta allo stremo, ebbe ricorso all’Austria, e l’Austria le inviò tutta la sua potenza, il Montecuccoli. Ben deve venerar la Polonia la memoria del guerriero modenese!

Per esso, i nemici che l’avean ridotta alle strette furon respinti, per esso riebbe l’onore della vittoria, e sfuggì al più gran pericolo in che possa incorrere un popolo, la schiavitù. E non solo alla Polonia recò di questi gran servigi, il Montecuccoli, ma anche alla Danimarca, stremata ancor più dell’altra di forze, e abbattuta dagli Svedesi. Neuburg, Federichsöde, Alsen, furon testimoni delle grandi sue vittorie. La Fionia vide le navi e le truppe di Carlo Gustavo affondare e perire, e Copenaghen da assediata e pressoché vinta, rifiorì libera e bella per la sola sua opera. Tanto luminosi successi miravano attonite le altre nazioni, e invidiavano all’Italia ed alla Germania, quell’invincibile mastro di guerra. Eppure non era ancora giunta all’apogeo la celebrità del Montecuccoli. Turenna ed i Turchi aspettavano in Francia e a Vienna a più splendide vittorie.

Il Turco, ch’ebbe sempre (finché fu potenza), smaniosa voglia di distendersi più ampiamente in Europa, e mirò a distruggere il maggior ostacolo che impediva d’inoltrarsi in essa, la Germania, salito a importanza grandissima tra le nazioni, armò le sue truppe e si gettò, desioso di conquista, sul suolo austriaco, approfittando del momento in cui altro popolo tenea Cesare in guerra. Spaventate le genti tedesche a quell’inondazione di barbari, che costumi, leggi e tradizioni avevano in non cale, neppur pensarono ad opporre loro resistenza. E nel fatto era follia il solo imaginarlo!

Fortunatamente la guerra cogli Svedesi finì: le truppe austriache ritornarono in patria, e con esse l’eroe di Nemeslau e di Copenaghen. L’imperatore Leopoldo tremava sul trono di Carlo V; la sua potenza ridotta a zero stava per crollare al cozzo dell’armi maomettane. Gli erari erano smunti, i soldati ben disciplinati sì, ma di scarso numero, il popolo malcontento, la pace impossibile. Al contrario ne’ Turchi il desiderio stragrande di conquista, obbedienza cieca al despota che li reggeva, ricchezze immense, esercito di cento mila fanti, e non so quanti cavalli, fortuna grandissima!

Temette per l’impero anche Montecuccoli, ché non era rischio più imminente di quello; ma non gli venne meno il cuore, non gli mancò il coraggio di cimentar quel pericolo. L’Austria era nelle sue mani.

Con sei mila uomini Raimondo tenne fronte a innumerevol nemico fino all’ultima battaglia campale, ed all’ultimo finalmente si ridusse in tal luogo del quale più opportuno trovar non potevasi. Decimati gli Ottomani, ma cento volte ancor più numerosi degli Austriaci, disordinati, stanchi già di quel lungo aspettare (tattica militare del Montecuccoli) accampavano sulle rive del Raab. Raimondo non molto lungi aspettavali colle poche sue genti, sicuro di sé e dell’impero, come pari fosse stato di forze al nemico. Non altro che il suo genio e il valor suo potevano avere, e ispirar tanto ardita fiducia. Applicata la zuffa, non vi so dire le manovre, le evoluzioni, che con tutta calma, e con pesato giudizio egli comandasse; non vi so dire in qual modo egli stesso coll’esempio precedesse gli altri alla pugna, incuorasse il soldato ed il capitano, combattesse egli stesso corpo a corpo. Quel che v’ha di certo si è, che di lì a poche ore i Turchi fuggivano scompigliati, e quasi tutti perivano miseramente affogati ne’ gorghi del Raab. In tal modo i progressi del Gran Signore in Europa, venivano tronchi nella giornata di San Gottardo, celebre negli annali della storia come Maratona e Cartagine. Né verrà meno mai al Montecuccoli, cui tutto si deve il merito di quella vittoria, la gloria di salvatore dell’Austria non solo, ma di tutta Europa.

Di questi tempi la Francia cercava briga al pacifico Cesare: la Francia sicura nello sperimentato genio del suo Turenna. L’Austria accettò l’invito di guerra della sua rivale, a Turenna opponendo Montecuccoli. Non mai scuola militare, produttrice di tanto fruttifero insegnamento, fu aperta tra due nazioni, come questa offerta dai due grandi capitani. L’arte della guerra che mai non si studiò come dal Montecuccoli e dal Turenna, si perfezionò in sublime guisa nella lotta dei due genj. Tutto il mondo attonito sostava a mirar gli sforzi onde cercavano di sorpassarsi l’un l’altro; tutto il mondo ammirava i due rivali che pur si stimavano come si stimano tutti i maestri i quali non mirano che alla perfezione della loro arte, e stava sospeso nel giudicare qual dei due superasse l’altro, quando Turenna morì d’improvviso sul campo a Rocroi. Montecuccoli pianse il suo rivale, che morte gli dava vinto, e più non trovò ostacoli alla sua impresa. Una nazione non può surrogare che dopo il giro di molti secoli, un Turenna.

Alla questione sorta dopo la lor morte, se l’Italiano vincesse il Francese in merito, o questo quello, noi rispondiamo: esser tenuto più meritevole di gloria il compatriota nostro, che, dell’altro al contrario, non solo in vita giovò, ma anche dopo morte. Chi ha letto le Memorie del Montecuccoli non potrà impedirci il pensare a questo modo. Del resto poi, nessuno più grande del Montecuccoli, sia in guerra, sia in pace, sia in campo, sia tra’ lari domestici; niuno di lui più virtuoso di cuore, come ingegnoso di mente, più fermo d’animo, come sensibile e liberale: più studioso e sapiente, come cortese e munificentissimo, più cultore delle scienze, come largo mecenate di esse.

Tante virtù conobbe l’Austria e le ricompensò degnamente; le conobbero l’Italia, l’Ungheria, la Polonia, la Danimarca, e scrissero nelle loro cronache: Eterna riconoscenza all’ingegno di Montecuccoli.

Per lui, la religione, le leggi, i costumi, furono rispettati in tutti i paesi e in tutti i luoghi: per lui l’arti del guerreggiare, la fanteria, la cavalleria, l’artiglieria giunsero a grande eccellenza: per lui furono coltivate la filosofia, l’architettura, la morale. Questi meriti trovarono invidiosi e adulatori alla Corte: ma gl’invidiosi dovettero tacere innanzi al generoso procedere di Raimondo, gli adulatori trovarono in lui sprezzo, giammai amicizia. E quando la morte lo rapì, mentre presiedeva in pace al consiglio, come in guerra presiedeva all’esercito, universale fu il pianto alla Corte, sincero il dolore nell’animo di chi il conosceva. I titoli dei quali Raimondo Montecuccoli a prezzo del suo sangue, de’ suoi talenti e delle sue virtù, fu decorato, sono: Principe del S. R. I. Signore di Hoen-Eg, Gleiss ed Handorf, consigliere privato di S. M. Cesarea, cavaliere del Toson d’oro, presidente al Consiglio di guerra, camerlengo, luogotenente-generale, generale di artiglieria, e governatore di Raab.

Sventure inenarrabili e sanguinose ha durato l’Italia; essa deve piangerle ancora, perché incancellabili: ma nel dolore della perduta sua grandezza, abbia questo conforto almeno, che la sua fu sempre una terra produttrice di grandi genj, e che se di Roma antica non le avanzano che i monumenti e le ruine, le avanzano cuori romani ne’ suoi eroi, e romane virtù ne’ suoi cuori.

F.Z.