Relazione sulla Federconsorzi/V

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L’indebitamento della Federconsorzi nei confronti del sistema bancario italiano ed internazionale

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L’indebitamento della Federconsorzi nei confronti del sistema bancario italiano ed internazionale
IV VI



Capitolo Quinto

L’indebitamento della Federconsorzi nei confronti del ed ile sistema bancario italiano ed internazionale



Banche creditrici , eEntità e La natura e l'entità degli affidamenti


Una delle principali questioni che Lla Commissione ha approfondito il tema dell’enorme indebitamento contratto ffrontato è costituita dall’indebitamento daella Federconsorzi con gli istituti di credito italiani e stranieri.

Alla data del commissariamento, 17 maggio 1991, le banche italiane vantavano crediti nei confronti della Federconsorzi per complessive lire 2.381,268 miliardi.

L’elenco degli istituti creditori italiani, in numero di quarantacinque, è il seguente:


BANCA CARIGE SPA

BANCA CASSA DI RISPARMIO DI TORINO SPA


BANCA COMMERCIALE ITALIANA SPA

BANCA DELLE MARCHE SPA


BANCA DI PIACENZA SPA

BANCA DI ROMA SPA


BANCA FIDEURAM SPA

BANCA INTESA SPA


BANCA LOMBARDA SPA

BANCA NAZIONALE DELL’AGRICOLTURA


BANCA NAZIONALE DEL LAVORO SPA

BANCA POPOLARE COMMERCIO ED INDUSTRIA SCRL


BANCA POPOLARE DELL’ADRIATICO SPA

BANCA POPOLARE DI ANCONA SPA


BANCA POPOLARE DELL’ETRURIA E DEL LAZIO S.C.R.L.

BANCA POPOLARE DI BERGAMO – CREDITO VARESINO SCRL


BANCA POPOLARE DI CREMONA

BANCA POPOLARE DI LODI


BANCA POPOLARE DI MILANO SCRL

BANCA POPOLARE DI NOVARA S.C.R.L.


BANCA POPOLARE DI SONDRIO SCRL

BANCA POPOLARE DI SPOLETO SPA


BANCA POPOLARE DI VERONA , S. GEMINIANO E SAN PROSPERO S.C.R.L.

BANCA POPOLARE DI VICENZA S.C.P.A.R.L.


BANCA TOSCANA SPA

BANCO AMBROSIANO VENETO S.P.A


BANCO DI NAPOLI SPA

BANCO DI SARDEGNA SPA


BANCO DI SICILIA SPA

CARIPLO SPA


CASSAMARCA SPA

CASSA DI RISPARMIO DI BOLOGNA SPA


CASSA DI RISPARMIO DI CITTA’ DI CASTELLO SPA

CASSA DI RISPARMIO DI FANO SPA


CASSA DI RISPARMIO DI PARMA E PIACENZA SPA

CREDITO EMILIANO SPA


DEUTSCHE BANK SPA

DRESDNER BANK A.G.


FORTIS BANK SA

ICCREA SPA


ISTITUTO BANCARIO SAN PAOLO DI TORINO ISTITUTO MOBILIARE ITALIANO SPA

MEDIOVENEZIE SPA


BANCA MONTE DEI PASCHI DI SIENA SPA

ROLO BANCA SPA


UNICREDITO ITALIANO SPA


Le banche estere creditrici, in numero di sedici, erano le seguenti :

Inserire il numero nell’elenco


THE SUMITOMO BANK, LIMITED

THE MITSUBISHI TRUST AND BANKING CORPORATION


THE DAI-ICHI KANGYO BANK, LIMITED

THE TAIYO KOBE BANK, LIMITED


THE SANWA BANK, LIMITED

ASSOCIATED JAPANESE BANK (INTERNATIONAL), LIMITED


CREDIT COMMERCIAL DE FRANCErance

GENOSSENSCHAFTLICHE ZENTRALBANK AKTIENGESELLSCHAFT


THE BANK OF TOKYO, LIMITEDTD

CAISSE D’EPARGNE DE L’ETAT DE GRAND-DUCHE DE LUXEMBOURG


BANQUE NATIONALE DE PARIS (LUXEMBOURG) S.A.

CREDIT GENERAL S.A. DE BANQUE


THE LONG-TERM CREDIT BANK OF JAPAN, LIMITED

REPUBLIC NATIONAL BANK OF NEW YORK, (LUXEMBOURG) S.A.


THE MITSUBISHI BANK, LIMITED

BANQUE HERVET


Al momento del concordato i rischi delle banche estere erano, ai cambio dell’epoca, pari a 429,5 miliardi nei confronti dellai Federconsorzi,. pari a 429,5 miliardi.

Al debito della Fedit va aggiunto quello contratto nei loro confronti daella Agrifactoring sSpa, pari a lire 247,9 miliardi. L’Agrifactoring era, infatti, una società di factoring partecipata dalla Federconsorzi che operava quasi esclusivamente su crediti di quest’ultima e che fu travolta dalla crisi della sua debitrice. (cfr. amplius cap……..)

L’esposizione complessiva delle banche estere, senza tener conto del debito dei consorzi agrari, era pari a 667,6 miliardi; i

I crediti delle banche italiane nei confronti della Fedit derivavano da aperture di credito e dallo sconto di titoli crediti delle .;

qQuelli delle banche estere derivavano da operazioni in pool o prestiti sindacati a lungo termine.

I crediti delle banche italiane nei confronti della Fedit derivavano da numerose tipologie di operazioni come si evince dal seguente elenco relativo al 1991 :Nota:

Sommario Fidi in essere - Intero aggregato bancario

Anno 1991

Anticipi in conto corrente e/o finanziamenti import/export

124.136

Apertura di credito in conto corrente

831.242

Apertura straordinaria di credito in conto corrente

102.292

Castelletto sconto e/o Sbf (salvo buon fine)

941.706

Castelletto sconto e/o Sbf – conc.ne straordinaria

220.030

Crediti agrari di esercizio – articoli 1 e 2 della legge 5 luglio 1928, n. 1760

673.612

Crediti agrari di miglioramento - articolo 1 della legge 5 luglio 1928, n. 1760

45.386

Disponibilità immediata assegni Sbf

7.500

Finanziamenti Fedit/Artigiancassa, legge 949 del 25 luglio 1952

102.000

Finanziamenti a medio termine

150.252

Finanziamenti in divisa estera

55.000

Finanziamenti in divisa estera pool banche / ctv in lire

125.356

Finanziamenti legge 1329 del 1965 (cosiddetta legge Sabatini)

400.000

Mutuo legge 4 agosto 1971, n. 592

129

Operazione pool banche

84.398

Rischi indiretti per impegni di firma

49.749

Rischio su fideiussioni

171.040

Sovvenzione diretta

23.330

Importo totale utilizzato

2.381.064

Saldo accordato

4.107.158



1.1 Le ragioni dell’indebitamento: il sistema Fedit–consorzi–Agrifactoring


La Fedit non aveva, in pratica, disponibilità proprie perché il suo capitale era modestissimo ed insuscettibile di aumenti, come si è evidenziato nel capitolo precedente.

La Fedit, per svolgere tutta la sua attività d’impresa e compiere tutte le connesse operazioni economiche e finanziarie, non poteva, pertanto, che attingere al credito bancario.

In particolare, poiché non si limitava a svolgere flimitato per legge a 4,65 milioni.

Non limitandosi a funzioni di intermediazione tra i produttori ed i consorzi, ma acquistanva do e vendeva ndo in proprio tutti i prodotti, la Fedit doveva ricorrere sistematicamente, per pagare i fornitori, all’indebitamento. credito bancario.

Essa riceveva in pagamento dai propri clienti e soci, vale a dire e cioè dai consorzi agrari, cambiali emesse dai consorzi stessi o dagli agricoltori che ne erano i clienti finali.

I titoli venivano passati allo sconto presso le banche o fattorizzati presso l’Agrifactoring, di cui la Fedit era il cliente quasi esclusivo.

Quando, negli anni Oottanta, si manifestò una difficoltà sempre crescente fino a diventare una irreversibile e diffusa impossibilità dei cConsorzi agrari adi far fronte ai loro impegni, cominciò a crescere l’indebitamento della Federconsorzi nei confronti del sistema bancario.

All’origine dell’indebitamento della Fedit ci furono, quindi, una ragionie strutturalie derivanti dall’architettura del sistema federconsortile e dal connessa con il suo stesso ruolo creditizio che la Fedit si assunse da essa svolto nei confronti dei consorzi agrari.

A queste va aggiunto il venir meno dei ricavi che, insieme con i ricavi della gestione degli ammassi che ,ne aveva in precedenza, per decenni, fatto la fortuna.

Tuttavia se la Federconsorzi non avesse praticato una sconsiderata politica di sostegno ad oltranza dei cConsorzi in crisi, anche attraverso la concessione di credito commerciale e finanziario, l’inaridirsi dei flussi positivi non avrebbe di per sé comportato una progressione esponenziale dei debiti nei confronti del sistema bancario e dell’Agrifactoring.

Quest’ultima, per far fronte alle richieste della Federconsorzi, che si traducevano di fatto in anticipazioni ed in pagamenti di debiti, fu era costretta ad indebitarsi a sua volta fortemente sul mercato italiano ed estero.

L’indebitamento dell’Agrifactoring, al tempo del commissariamento della Fedit, era pari a ben 1.242,6 miliardi, di cui 429 miliardi verso le banche che ne erano socie e cioè la Banca nNazionale del lavoro, l’Ifibanca ed il Banco di Santo Spirito.





1.2 Le procedure di concessione degli affidamenti e le garanzie



Alla data del commissariamento gran parte delle banche italiane era di proprietà pubblica e, proprio tra le banche a partecipazione diretta del Tesoro e di proprietà dell’IRI, vi sono alcuni tra i maggiori creditori della Fedit e di Agrifactoring.

Non esisteva nessuna garanzia

Pper crediti così ingenti, come quelli sopra esposti né le banche italiane né le banche estere vantavano garanzie..


I crediti erano, inoltre, progressivamente lievitati nel corso degli anni egli anni senza che una sola banca avesse ritenuto di ridurre o contenere la prendesse una qualche iniziativa a tutela del propriao esposizione.

Al contrario, nella maggior parte dei casi, l’affidamento fu progressivamente aumentato.

credito.

Ciò sembra tanto più sconcertante se si considera che, alla data del commissariamento, gran parte delle banche italiane era di proprietà pubblica e proprio tra le banche a partecipazione diretta del Tesoro e di proprietà dell’Iri vi sono alcuni tra i maggiori creditori della Fedit e di Agrifactoring.

La Commissione si è, pertanto, posta i seguenti interrogativi: le Le procedure di concessione furono corrette?

Le banche conoscevano le reali condizioni della Federconsorzi?

In particolare, le banche avevano avvertito che la situazione economica e finanziaria della Fedit si era progressivamente degradata e che, quindi, i loro crediti erano esposti ad un rischio sempre maggiore d’insolvenza?

Perché non avevano chiesto garanzie e perché -, come si è già evidenziato – - invece di contenere l’esposizione l’avevano complessivamente e progressivamente aumentata?


Gli interrogativi che l’entità degli affidamenti hanno posto alla Commissione sono i seguenti :



perché le banche li concessero?

chiesero ed ottennero garanzie ed, in caso negativo, perché non se preoccuparono ?

le procedure di concessione furono corrette ?

conoscevano le banche le reali condizioni della Federconsorzi?


Per rispondere a tali quesiti, in base a parametri il più possibile attendibili, gli interrogativui A tal fine sembra opportuno esporre, innanzitutto, sinteticamente, lo schema delle procedure considerate tecnicamente ottimali, imposte e suggerite dalla Banca d’Italia, valide al tempo dei fatti, che le banche seguivano (od avrebbero dovuto seguire) per la concessione del credito.


Il riconoscimento, da parte degli istituti di credito della capacità di credito del mutuante si concretizza nella procedura di concessione fido.

Gli affidamenti sono concessi su espressa richiesta del cliente tenuto ad esporre l’importo del fido, la durata del fido, le eventuali garanzie.

Sono inoltre previsti contenuti specifici in relazione alla qualità del soggetto richiedente: in particolare, per le società come la Federconsorzi, rivestono fondamentale importanza il bilancio e la situazione contabile.

Le banche provvedono ad assumere tutte le informazioni utili per l’istruttoria delle pratiche di fido che debbono avere un approfondimento adeguato all’entità ed al grado di rischio del finanziamento da concedere.

In presenza di una domanda di fido o di rinnovo, le banche si avvalgono di fonti di informazione esterne come i dati della Centrale rischi e di fonti di informazione interne che si concretizzano nelle analisi di bilancio per indici e per flussi e nella verifica del patrimonio e della credibilità dei valori dichiarati.

Gli accertamenti possono comportare anche l’accesso dei funzionari incaricati di condurre l’istruttoria. Sono, infatti, importanti le caratteristiche organizzative e gestionali dell’impresa e le qualità manageriali degli amministratori.

Le indagini interne proseguono con l’analisi dei supporti informativi dell’impresa; si tratta di supporti storici, quali i bilanci di esercizio, o prospettici, quali piani particolari e budget.

Le analisi di carattere storico, nel senso sopra chiarito, vengono attuate di solito mediante la tecnica degli indici ed in certi casi mediante la tecnica dei flussi.

La "tecnica degli indici" è chiamata in linguaggio internazionale ratio analysis perché si avvale di una serie di quozienti o rapporti (ratios) con valore segnaletico sulla situazione finanziaria, economica e patrimoniale.

La "tecnica dei flussi" analizza l’azienda in senso dinamico, prendendo in esame i movimenti finanziari, manifestatisi nel corso della gestione, e l’equilibrio tra entrate ed uscite.

Le analisi di carattere prospettico sono rivolte ad individuare l’evoluzione della gestione aziendale e la futura solvibilità, cioè la sua attitudine ad autogenerare i mezzi per far fronte all’indebitamento.

Gli strumenti che, a questo scopo, le banche utilizzano principalmente sono: il budget e i suoi bilanci prospettici.

In nota:

I "bilanci prospettici o proforma" costituiscono anticipazioni dei bilanci degli esercizi successivi, costruite tenendo conto dei dati storici, delle tendenze in corso e delle probabili variazioni che interverranno in futuro nella struttura del capitale aziendale e nella formazione del reddito di esercizio.

Esaurite positivamente tali indagini ed analisi, è compito del dirigente dell’ufficio addetto alla istruzione della pratica (Ufficio Ffidi, Ufficio Ssviluppo o Segreteria) provvedere a formulare la proposta di concessione di fido.

La proposta è corredata da una valutazione dettagliata sui risultati delle informazioni assunte e deve contenere le osservazioni sulla struttura giuridica del richiedente, sulle proprietà immobiliari, sugli scopi della richiesta di fido, e sulla durata di esso, sugli eventuali garanti, in sintesi sull’affidabilità.

L’ultima fase della procedura per la concessione di fido è la deliberazione di affidamento.

La decisione sulla proposta di concessione di fido spetta ad appositi organi deliberanti, solitamente formati da più persone e diversi a seconda dell’importo dell’affidamento da accordare.

Di norma, infatti, le singole dipendenze delle banche sono delegate ad istruire e deliberare direttamente le concessioni di fido entro determinati limiti di importo, mentre le pratiche di importo superiore devono essere sottoposte ad organi di livello più elevato. I limiti di importo, le facoltà e le denominazioni dei vari organi sono previsti nei singoli statuti e regolamenti di ciascuna banca.

Le procedure descritte sono codificate da decenni e, parimenti da decenni, sono note le tecniche di analisi.

Sulla base di quanto esposto, appare evidente che le banche disponevano di strumenti di indagine idonei a consentire loro una conoscenza realistica delle condizioni economiche e finanziarie della Federconsorzi.

Con l'ausilio di tali strumenti, le osservate e descritte anomalie di bilancio, non

In nota:Vedi retro Cap.quarto

potevano costituire ostacoli insormontabili alla conoscenza delle reali condizioni economiche, e, soprattutto finanziarie, della Federconsorzi.

Va, inoltre, rammentato che gli istituti di credito potevano giovarsi della conoscenza delle condizioni economiche e finanziarie dei principali clienti della Fedit: i consorzi agrari.

Sulla base di tali premesse, la Commissione ha chiesto, con una propria articolata nota, a tutte le banche italiane creditrici le ragioni per le quali concessero crediti così rilevanti senza nessuna garanzia da parte della Federconsorzi ed ha proceduto a raccogliere le valutazioni contenute nelle istruttorie, prodromiche alla concessione e/o al rinnovo degli affidamenti, condotte dal personale di ciascun istituto.


In nota :Sulla documentazione acquisita è stato condotto uno studio dettagliato trasfuso, per comodità di lettura, su supposto informatico(C.D.).

È stato, in tal modo, possibile eseguire la verifica dell’adeguatezza e completezza delle istruttorie eseguite da tutte banche.

In nota L’esame è stato limitato, in aderenza al mandato ricevuto dalla Commissione , al periodo dal 1982 in poi.

Passando, quindi, al loro esame, è emerso che i bilanci della Federconsorzi venivano valutati ogni anno, ma ne venivano tratte conclusioni infondatamente positive a seguito di analisi palesemente insufficienti e superficiali.

L’ammontare complessivo dell’indebitamento veniva sistematicamente sottovalutato; non si dava rilevanza al fatto che il credito aveva natura esclusivamente commerciale e non era destinato ad investimenti che potessero modificare positivamente il quadro economico.

Un significato di particolare rilievo sembra aver assunto agli occhi degli analisti delle banche la notevolissima consistenza del patrimonio immobiliare della Federconsorzi.

Si riteneva, non infondatamente, che esso fosse stato e fosse persino sottostimato nei bilanci e, quindi, veniva considerato una garanzia di solvibilità.

Significativamente, però, non ci preoccupava di stimarne il reale valore e di compararlo con l’ammontare dei debiti esposti e/o occultati.

Si è constatato l’affiorare, nelle relazioni degli organi tecnici di alcune banche, di timidi dubbi e di perplessità .

Non si è mai, però, riscontrato un adeguato approfondimento critico dei dati di bilancio e mai si è rinvenuta una rielaborazione eseguita sulla base degli indici tecnici, finalizzata a far emergere le reali condizioni economiche e finanziarie della Federconsorzi.

D'altra parte, a giustificazione del loro operato, le banche non avrebbero potuto invocare, sul piano tecnico, la circostanza che la Federconsorzi presentasse bilanci criptici e non veridici.

Come si è esposto, esse disponevano degli strumenti tecnici che avrebbero consentito di cogliere il reale stato dell’impresa, va piuttosto osservato che non è parso che fosse per loro decisivo conoscerlo.

Nessuna delle banche ha comunque affermato che la comune politica di non garantire i crediti fosse motivata da presunte buone condizioni economiche e finanziarie della Federconsorzi.




IN NOTA

In proposito il ragionier Luigi Scotti, già direttore generale e presidente della Federconsorzi, dichiarava il 20 marzo 1995 alla Commissione ministeriale di indagine sulla Fedit: "(…) Le banche ci davano i soldi senza una garanzia. Noi abbiamo ipotecato immobili solo per i mutui agevolati o a lungo termine per gli altri non abbiamo dato garanzie. Solo il Credito Italiano per i 250 miliardi ci chiese garanzie.

Siccome le banche ricevevano i nostri bilanci e noi fornivamo le necessarie delucidazioni, se richieste, evidentemente si ritenevano soddisfatte".

La tesi del ragionier Scotti è coerente con l’assunto, suo e di altri, secondo il quale la Federconsorzi non era in stato di insolvenza e quindi non doveva essere commissariata: le banche avrebbero finanziato l’impresa a ragion veduta confidando nelle sua affidabilità economica e finanziaria ed anzi, in tal modo, attestandone la solidità.

La Commissione ha verificato che, in realtà, le condizioni della Federconsorzi erano da tempo di irreversibile decozione.




La Commissione ha così, maturato il documentato convincimento che le analisi, funzionali alla concessione ed ai rinnovi del crediti, furono condotte in maniera del tutto insufficiente, quasi in forma di un mero rituale d’obbligo, come se non fosse neppure da dubitarsi che la Federconsorzi, indipendentemente dall’andamento dell’impresa, dovesse godere degli affidamenti che chiedeva , senza nessun’altra garanzia oltre a quella del suo stesso nome.

La principale preoccupazione che traspare, infatti , con chiarezza, da tutti i documenti acquisiti non era costituita dall’affidabilità, ma dalla rilevanza del cliente e, quindi, dall’entità e dalla remuneratività dei flussi del lavoro che la Fedit poteva assicurare.

Nessuna banca, nessun operatore intendeva rimanere fuori dal giro Federconsorzi. Non si badava, quindi, ad acquisire garanzie ma ad acquisire o a non perdere l’ottimo cliente.

A riprova della natura rituale delle analisi condotte dagli istituti va osservato che, anche quando, eccezionalmente, le valutazioni tecniche assumevano un contenuto allarmante, nulla mutava.

Ed invero, negli atti della Cariplo si legge: "(…) Nel contesto delle crescenti difficoltà dei Consorzi Agrari e della gestione ancora negativa della controllata Fedital, la Federconsorzi ha chiuso l’esercizio ’89 formalmente in pareggio ma sostanzialmente invece con un - forte disavanzo - che è stato ripianato con utilizzo fondi vari ed altri marchingegni che quantomeno suscitano perplessità (…)".

La Cariplo non modificò la sua linea e, anzi, dimostrò massima disponibilità e fiducia nei confronti della Federconsorzi e della sua nuova gestione.

Le banche agirono, dunque, improvvidamente, non tutelando adeguatamente i loro azionisti pubblici e privati. Non levarono allarmi o moniti, che avrebbero costretto amministratori e politici ad affrontare tempestivamente il problema dell’indebitamento consentendo soluzioni meno dannose e traumatiche di quella che maturò il 17 maggio 1991.


1.3 La posizione delle banche creditrici italiane sull’assenza di garanzie a presidio degli affidamenti concessi alla Federconsorzi


Nel presente paragrafo, si esporranno sinteticamente le risultanze delle indicazioni specificamente fornite dalle banche sulle ragioni per le quali non ritennero di presidiare i loro crediti nei confronti della Fedit con garanzie e si riporteranno alcuni elementi significativianalisi dei rapporti di tutte le banche creditrici con la Federconsorzi e si riporteranno gli elementi più significativi, ddedotti dalla documentazione acquisita relativa agli affidamenti. ed alle ragioni di questi ultimi.



In nota: Lla Commissione ha chiesto a tutte le banche creditrici di trasmettere :::::e di valutazione di tutte le banche.



italiane creditrici le ragioni per le quali concessero crediti così rilevanti senza nessuna garanzia da parte della Federconsorzi ed a raccogliere le valutazioni contenute nelle istruttorie, prodromiche alla concessione e/o al rinnovo degli affidamenti, condotte dal personale di ciascun istituto.

È stato eseguito uno studio dettagliato di

Sulla tutta la documentazione acquisita è stato, di poi, eseguito uno studio dettagliato .

Un elenco …………………è stato trasfuso su supposto informatico.




LE BANCHE CREDITRICI / ANALISI



BANCA CARIGE - Cassa di risparmio di Genova e Imperia

I rapporti con Federconsorzi furono avviati nel 1989 e furono oggetto di modesta movimentazione.

A garanzia delle linee di credito concesse non furono acquisite garanzie accessorie.

La Carige ha riferito che ciò avvenne "(…) per uniformità con il comportamento seguito in precedenza dalle altre banche finanziatrici" appellandosi, quindi, a null’altro che alla prassi.

Le note dell’area crediti speciali poste a base dell’istruttoria non denotano traccia di analisi tecniche.


BANCA CRT - Cassa di risparmio di Torino

L’istituto intrattenne rapporti con la Federconsorzi dal giugno del 1984. Dalla relazione della Banca sulla costituzione ed evoluzione del rapporto creditizio si rileva che "(…) il parere favorevole si fonda su valutazioni positive in merito a: controparte pubblica (…) - compagine sociale costituita da 74 consorzi agrari provinciali e interprovinciali - organizzazione capillare sul territorio nazionale e presenza di uffici commerciali all’estero e presso la Cee - presenza attiva nella ricerca applicata e nella partecipazione / costituzione di nuove imprese (partecipazioni iscritte in bilancio per 62 miliardi) - bilanci 81/83 che evidenziano discreta liquidità e ottima patrimonializzazione, con indebitamento elevato ma inferiore al settore ed ai singoli consorzi; la redditività operativa negativa viene motivata dalle finalità "cooperative" dell’azienda che precludono il conseguimento di margini su commercializzazione; il conto economico chiude in utile con il concorso di redditi finanziari consistenti – trend di fatturato positivo in particolare per sementi e mangimi (…) – previsioni di ottenere operatività soddisfacente – elevato indebitamento sul sistema (88% del fatturato di cui garantito per l’11%) ma con utilizzi contenuti al 53 % - concessione recente di nuovi affidamenti per 230 miliardi circa da BNL e da Caisse Nationale de Credit Agricole per 76 miliardi".

A fronte del considerevole fido accordato non fu richiesta nessuna garanzia.

A seguito di successivi riesami della posizione Federconsorzi, nel corso del rapporto, vennero evidenziati in qualche caso elementi di valutazione anche negativi.

Non fu però adottato nessun provvedimento di restrizione degli affidamenti ma, al contrario, fu allargato il fido sempre in assenza di garanzie.

In particolare si legge nella documentazione acquisita: "(…) Il riesame ad agosto ’88 esamina il bilancio ’87, da cui si rileva un peggioramento della situazione con una non più sufficiente copertura delle immobilizzazioni da parte del capitale permanente, un forte incremento dell’indebitamento e riduzione della liquidità; il fatturato è comunque in ripresa e l’utile finale consegue da proventi finanziari e plusvalenze; la redditività è sempre negativa ed i margini si deteriorano a causa della riduzione registrata dai prezzi dei prodotti agricoli (da notizie di stampa si registrano situazioni deludenti e preoccupazioni sull’indebitamento dei consorzi); (…) con delibera del Comitato del 26/3/90 viene erogato un finanziamento in valuta di 5 miliardi, scadenza 10/10/90, con parere favorevole espresso in considerazione della durata e della destinazione del finanziamento (importazione di bovini da parte di alcuni consorziati)".

Nella nota esplicativa trasmessa dall'istituto di commento si legge: "(…) Dall’esame dell’evoluzione del rapporto creditizio appare chiaro come all’epoca la Banca nutrisse aspettative positive in merito alle capacità esdebitative della Fedit, tenuto conto da un lato della ripresa registrata nel Bilancio ’88 accompagnata da prospettive di sviluppo favorevoli e dall’altro dal tipo di controparte rappresentato da una figura istituzionale pubblica che non ha fatto ritenere necessaria l’acquisizione di garanzie a supporto del credito, nonché in considerazione della consistenza e regolarità dell’operatività appoggiata".


Osserva in proposito la Commissione che il bilancio 1988 non poteva indicare un’inesistente ripresa.


BANCA COMMERCIALE ITALIANA

La banca intrattenne con la Federconsorzi, a far data dal 1947, innumerevoli rapporti. Le motivazioni per le quali la banca non chiese garanzie sono state così esposte dall'istituto: "(…) il rapporto fiduciario con tale contropartita ( la Federconsorzi – n.d.r.) si presentava quale relazione di elevato standing per tutto il ceto bancario, sia per la rilevante ampiezza del fatturato, sia per la consistente corrente dei flussi di lavoro utile, anche indotto, che potevano essere acquisiti, costituendo un preciso punto di riferimento nell’ambito dell’intero settore agricolo ed agroindustriale (…). Sin dall’origine delle operazioni si confidò sul fatto che i finanziamenti bancari fossero assistiti direttamente dalla garanzia dello Stato a favore delle banche (…) il perseguimento da parte della "Federconsorzi" di finalità di pubblico interesse nonché il quadro operativo generale comportante un’aspettativa di sorveglianza da parte dello Stato, hanno indubbiamente avuto riflessi sotto il profilo della valutazione del merito creditizio della relazione fiduciaria".


BANCA DELLE MARCHE SPA

La Banca ha riferito che: "(…) dall’esame dei libri fidi e della documentazione rinvenuta è emerso che gli affidamenti concessi alla Federconsorzi non sono stati mai assistiti da garanzia di terzi. Dalla stessa documentazione non è dato rilevare quali siano state le motivazioni che all’epoca indussero la Banca a concedere le facilitazioni in assenza di garanzie".


BANCA DI PIACENZA SPA

I rapporti tra la Banca e la Federconsorzi risalgono al 1971.

L'istituto ha riferito che "(…) non esistono garanzie a favore di questo Istituto, nell’interesse della Federazione italiana dei consorzi agrari, stanti l’ingente patrimonializzazione e la generalizzata indisponibilità di Fedit a rilasciarle al sistema". In merito all’istruttoria degli affidamenti, emblematica sembra una annotazione in calce ad un verbale del 27 gennaio 1988 di approvazione di un finanziamento in pool :"(…) valutati positivamente la convenienza ed il rischio dell’operazione – stante l’importanza del beneficiario – il Comitato unanime dispone l’intervento dell’Istituto con una quota di partecipazione di £. 2 miliardi".


BANCA DI ROMA SPA

La banca ha così motivato la mancata acquisizione di garanzie assumendo che:: "(…) la Federconsorzi era equiparata ad ente pubblico e pertanto le tre Aziende Bancarie confluite nella Banca di Roma non avevano ritenuto necessaria l’acquisizione di garanzie".


BANCA FIDEURAM SPA

In merito alle ragioni della mancata acquisizione di garanzie si legge nella nota della Banca "(…) non si è ritenuto di richiedere garanzie a sostegno degli affidamenti concessi. Si trattava, infatti, di controparte già in relazione con la maggioranza del sistema bancario per la cui acquisizione si rendeva opportuno da parte delle banche non ancora in rapporto praticare condizioni vantaggiose e competitive al fine di ottenere la canalizzazione di operatività".


BANCA INTESA

In merito all’esistenza, natura ed entità delle garanzie acquisite la Banca Carime ha comunicato "(…) le linee di credito ordinarie non erano assistite da alcuna garanzia trattandosi di affidamenti in prevalenza strutturati su forme tecniche autoliquidabili, validamente supportate dai crediti vantati dalla Fedit".


BANCA LOMBARDA

Nella nota della banca, in merito alle garanzie si legge: "(…) posso affermare che i tre Istituti ritenessero Federconsorzi controparte solida ed affidabile in proprio, tant’è che i rapporti sono frutto di una azione di sviluppo (…)" .

BANCA NAZIONALE DELL’AGRICOLTURA La Federconsorzi deteneva il 13 per cento circa del capitale sociale della Bna.

Nella relazione trasmessa in merito alle garanzie si legge: "(…) la natura delle linee di credito concesse alla Federconsorzi, di per sé, escludeva l’acquisizione di ulteriori garanzie che non fossero la solidità dell’Ente e la sua configurazione giuridica sostanzialmente pubblica".


BANCA NAZIONALE DEL LAVORO SPA


Molteplici e di rilevante importo furono i rapporti intercorsi tra l’istituto in esame e la Federconsorzi.

Le motivazioni poste a base delle delibere di affidamento fanno tutte indistintamente riferimento al ruolo svolto dalla Fedit nel settore agricolo in campo nazionale ed alla sua natura di organo "statale".


BANCA POPOLARE COMMERCIO ED INDUSTRIA S.c.r.l.

I rapporti ebbero inizio nell’anno 1988 ed ebbero contenuto minore.

Non furono acquisite garanzie.ad ad oggetto operazioni in pool, comodo di cassa ordinario su conto corrente, castelletto generico di portafoglio ecc..


BANCA POPOLARE DELL’ADRIATICO SPA

Il rapporto ebbe inizio nell’anno 1989 con la Banca popolare abruzzese marchigiana, divenuta successivamente Banca popolare dell’Adriatico.

Dalla documentazione richiesta si evince che nessuna garanzia fu acquisita in merito alle operazioni di affidamento.


BANCA POPOLARE DI ANCONA SPA

La Federconsorzi fu affidata per la prima volta nell’ottobre del 1986. Nessun. Anche i successivi affidamentoi non furono assistitoi da garanzie a supporto.


BANCA POPOLARE DELL’ETRURIA E DEL LAZIO S.c.r.l.

Nessun affidamento fu assistito da garanzie.

La banca ha subito sostanziali modificazioni per fusioni ed incorporazioni. La documentazione è stata prodotta dal 1989 in quanto proprio per effetto di tali fusioni non è stato possibile reperire quella per i periodi precedenti.


BANCA POPOLARE DI BERGAMO – CREDITO VARESINO S.c.r.l.

L’istituto, nato dalla fusione della Banca popolare di Bergamo e del Credito Varesino, ebbe con la Federconsorzi rapporti di scarso rilievo.

Alla data del commissariamento la posizione creditoria di tutti e tre gli istituti esaminati era globalmente pari a 5,5 miliardi, privi di garanzie accessorie.



BANCA POPOLARE DI CREMONA

I rapporti con la Federconsorzi ebbero inizio nell’anno 1987, con la concessione delle seguenti linee di credito: scoperto di conto corrente e castelletto per sconto o accredito salvo buon fine di portafoglio commerciale.


6.18BANCA POPOLARE DI LODI

L’assenza di garanzie sussidiarie sugli affidamenti concessi è così motivata dalla banca: "il n.s. Istituto ha concesso linee di credito nel corso del 1989 senza garanzie, peraltro non presenti sul sistema per analoghe tipologie di credito, nella convinzione che l’attività di Fedit ricoprisse un ruolo d’interesse pubblico salvaguardato dallo Stato".


BANCA POPOLARE DI MILANO S.c.r.l.

L’Istituto ebbe rapporti con la Federconsorzi sin dal 1982.

Non risultano essere mai state acquisite garanzie.


BANCA POPOLARE DI NOVARA S.c.r.l.

La banca non ha fornito nessuna informazione per quanto attiene alle comunicazioni alla Centrale Rischi in quanto: "(…) le norme allora vigenti stabilivano che le informazioni dovessero essere conservate per almeno un anno a decorrere dall’ultima trasmissione/ricezione/segnalazione con /da la Centrale dei Rischi".


Nella relazione dell'istituto si legge: "(…) gli assecondamenti relativi alla gestione statale olio di semi e semi oleosi importati e le operazioni connesse alle campagne ammassi obbligatori grano e cereali minori sono stati concessi a valere sulla garanzia statale del loro ripianamento (…). Altri assecondamenti concessi alla Fedit nel periodo considerato sono stati concessi in via fiduciaria, sulla base delle risultanze di bilancio (…)".


BANCA POPOLARE DI SONDRIO S.c.r.l.

?Nessuna garanzia????.


BANCA POPOLARE DI SPOLETO SPA

L’assenza di garanzie è stata così giustificata: "rapporto di vecchia data, ampiamente sperimentato e con andamento regolare e corretto; nell’importanza del Gruppo (V gruppo alimentare in Europa); per la natura degli affidamenti (autoliquidabili) per la circostanza che uno degli Organi Vigilanti era il Ministero dell’Agricoltura e Foreste (…)".


BANCA POPOLARE DI VERONA, S.GEMINIANO E SAN PROSPERO S.c.r.l.

La Federconsorzi godette, presso l’istituto in esame, di linee di credito cosiddetto "finanziamento ammassi" sia in forma di apertura di credito in conto corrente sia in forma di prestito cambiario nonché di linee di credito in forma di anticipazioni su effetti salvo buon fine; nessuna delle linee di credito era presidiata da garanzie reali o personali.

Le motivazioni poste a sostegno degli affidamenti sono sintetizzate in una nota nelinterna ala relazione dell’istituto del 14 dicembre 1988, nella quale ove si legge: "il bilancio Federconsorzi è di non facile lettura e la situazione finanziaria influenzata da ritardi nell’incasso dei crediti verso lo Stato, tuttavia la ns. tranquillità di rischio si basa essenzialmente sul compito svolto dalla stessa, che riteniamo insostituibile e paragonabile a quello di in vero e proprio ente governativo (…)".


BANCA POPOLARE DI VICENZA S.c.p.a.r.l.

L’istituto ebbe rapporti con la Federconsorzi sin dal 1982, con l’accensione di conti correnti di gestione relativi alle campagne ammassi obbligatori per le annualità 1962-1963 e 1963-1964.


BANCA TOSCANA SPA

La documentazione trasmessa dalla banca in esame ha riguardato unicamente il Banco di Perugia, istituto incorporato dalla Banca Toscana spa in data 11 ottobre 1991.


BANCO AMBROSIANO VENETO SPA

L’assenza di garanzie specifiche in ordine alla concessione dei fidi deriva "(…) dall’ingente patrimonio della cliente".


BANCO DI NAPOLI SPA

I rapporti tra la banca in esame e la Federconsorzi furono molteplici.

Nelle relazioni tecniche in calce alle singole delibere di affidamento, in merito alle motivazioni poste a base delle stesse per la formulazione di parere positivo, si rinviene la seguente considerazione, più volte ripetuta: "considerata l’importanza rivestita dalla cliente in campo nazionale, nonché i compiti istituzionalmente attribuiti alla Federconsorzi a sostegno dell’economia agricola e che, a tal fine, affianca l’opera dei Consorzi Agrari, soci – ope legis – della stessa (…)".

In merito alle garanzie, l’istituto ha precisato che non venivano acquisite in modo particolare per i finanziamenti di campagna, in relazione alle positive risultanze degli annuali studi di revisione e tenuto conto della correttezza e regolarità pluridecennale dei rapporti intrattenuti.


BANCO DI SARDEGNA SPA

In merito alla mancanza di garanzie la banca ha scritto "(…) dalla regolarità di andamento del rapporto nel corso degli anni, nonché infine dalla generica rispondenza comunque costituita dal patrimonio della Federconsorzi".


BANCO DI SICILIA SPA

Il rapporto tra la banca in esame e la Federconsorzi può essere suddiviso nei seguenti raggruppamenti:


linee di credito finalizzate al sostegno dell’attività commerciale ed all’integrazione del fabbisogno finanziario della Federconsorzi;


linee di credito a carattere ciclico, finalizzate all’approntamento dei mezzi finanziari occorrenti per lo svolgimento della gestione delle campagne di ammasso volontario;


posizione debitoria derivante dalla gestione oli e semi oleosi campagna 1950/1951.

Le linee di credito di cui al punto a) fecero registrare un incremento da £. 9 miliardi del 1982 a ben £. 110 miliardi del 1989.

Il maggiore incremento interessò lo smobilizzo del portafoglio crediti sia attraverso l’apertura di credito contro cessione in garanzia degli effetti (+ 44 miliardi) sia attraverso lo sconto ex legge 28 novembre 1965, n. 1329, cosiddetta legge Sabatini (+ 30 miliardi).

Gli affidamenti concessi per smobilizzo crediti furono garantiti da firma dei trattatari; i restanti fidi di credito ordinario non furono assistiti da specifiche garanzie.


CARIPLO SPA

I dati comunicati riguardano l’azienda bancaria Cariplo, la sezione di credito agrario, l’Istituto bancario italiano, la Cassa di risparmio di Calabria e Lucania (Carical).

Anche nel caso in esame ed in ordine alle garanzie si legge: "gli affidamenti accordati alla Fedit erano senza specifica garanzia, con l’eccezione delle aperture di credito concesse a fronte di ammassi volontari i cui utilizzi erano assistiti da privilegio sulle sementi e sulle somme ricavate dalla vendita ai sensi della legge 1297 del 20/11/51".

Quanto alle motivazioni sulla concessione di affidamento nella relazione conclusiva di una delle pratiche testualmente si legge "(…) nel contesto delle crescenti difficoltà dei Consorzi Agrari e della gestione ancora negativa della controllata Fedital, la Federconsorzi ha chiuso l’esercizio ’89 formalmente in pareggio ma sostanzialmente invece con un – forte disavanzo – che è stato ripianato con utilizzo fondi vari ed altri marchingegni che quantomeno suscitano perplessità (…)" .


CASSAMARCA SPA

La nota della banca così recita: "la Cassa riteneva, così come la totalità delle banche italiane e straniere (è ben nota la "querelle" in proposito sollevata sia in sede ABI sia da queste ultime), che la Federazione dei Consorzi Agrari fosse un’entità pubblica per la quale avrebbe – all’occorrenza – risposto lo Stato Italiano".


CASSA DI RISPARMIO DI BOLOGNA SPA

Dalla relazione agli atti si legge: "(…) Preme precisare che i motivi che hanno portato gli Organi deliberanti di questa Banca ad affidare la Federazione italiana dei consorzi agrari sono riconducibili, oltre alla natura pubblica o semipubblica del consorzio stesso, alla bontà dei dati contabili esibiti in quel periodo ed al consistente patrimonio immobiliare intestato (…) al momento della concessione delle linee di credito gli Organi deliberanti non avevano alcun dubbio in merito al positivo rientro degli affidamenti concessi (…) queste motivazioni trovavano conforto anche negli affidamenti accordati nel periodo da altri Istituti facenti parte del sistema creditizio".


CASSA DI RISPARMIO DI CITTA’ DI CASTELLO SPA

Il rapporto con la Federconsorzi ebbe inizio nell’anno 1982 e, fino al secondo semestre dell’anno 1990, il credito fu rappresentato esclusivamente da ammassi volontari e obbligatori e da campagne di commercializzazione.

In merito alla mancanza di garanzie accessorie si legge nella relazione trasmessa dalla banca: "la posizione è stata ritenuta sicura sotto il profilo del rischio in considerazione dell’importanza della Federazione nel comparto agroalimentare in campo nazionale".

La posizione Fedit non è mai stata assistita da alcun tipo di garanzia, né reale né personale.


CASSA DI RISPARMIO DI PARMA E PIACENZA SPA

In merito alle garanzie nella relazione trasmessa dalla banca si legge "(…) Mentre per le linee di credito di tipo ordinario (apercredito in conto corrente e castelletto sconto) non erano previste forme di garanzie speciali, i finanziamenti agli ammassi erano supportati dagli specifici privilegi agrari disciplinati dalla legge. La mancata acquisizione di garanzie aggiuntive a fronte delle facilitazioni creditizie di tipo ordinario, era verosimilmente da collegare alla natura autoliquidante della forma tecnica prevalente (castelletto), avute per di più presenti le coobbligazioni cambiarie assunte dai vari Consorzi con l’emissione dei titoli scontati".


CREDITO EMILIANO SPA

Fino all’anno 1982 le linee di credito concesse alla Federconsorzi ebbero la forma di "conti correnti temporanei" per il regolamento delle operazioni di finanziamento degli ammassi obbligatori e volontari effettuate sotto il coordinamento (operazioni in pool) dell’Istituto regionale di credito agrario Emilia Romagna di Bologna.

In ordine alle garanzie, nella relazione dell’istituto si legge: "i disavanzi delle gestioni afferenti alle campagne di ammasso obbligatorio, commercializzazione ed importazione di prodotti agricoli avevano natura di - debito di Stato – e come tale non richiedevano ulteriori garanzie".


DEUTSCHE BANK SPA

L’istituto in esame (ex Banca d’America e d’Italia) intrattennne con la Federconsorzi numerosi rapporti.


La mancanza di garanzie accessorie è così spiegata: "il rapporto Fedit non era assistito da garanzie personali e/o reali, considerato il rischio attenuato insito in questa relazione, riconducibile alla tipologia in gran parte – autoliquidante – delle linee di credito ed al conseguente frazionamento del rischio a carico di soggetti terzi".

Le note rilevate a margine delle delibere di affidamento fanno riferimento al ruolo della Federconsorzi nella economia nazionale, all’evidente supporto prestato da tutto il sistema bancario italiano ed alla notevole redditività del rapporto.

Nella delibera del Comitato esecutivo dell’11 luglio 1988, in merito al parere favorevole espresso sull’affidamento, testualmente si legge: "quanto sopra nonostante il permanere di punti negativi, già evidenziati in passato, quali la situazione precaria di alcuni consorzi agrari (notizie di stampa riportate dalla nostra Sede cifrano a Lit.640 mil. l’esposizione Fedit), la gestione commerciale della Fedit, che risente, nonostante i programmi di ristrutturazione, della antica impostazione piuttosto politica che manageriale dell’attività produttiva, per finire la scarsa disponibilità di informazioni commisurate, come quantità e qualità, alle dimensioni del Gruppo e del nostro rischio. Sotto il profilo del controllo del rischio, e tenuto conto dei punti negativi sopra elencati, la nostra Sede ritiene di potersi basare, in mancanza di meglio, sulla reattività della cliente a richieste di rientro (…)".


DRESDNER BANK A.G.

Nella relazione trasmessa, la banca ha evidenziato che il rapporto di credito si sviluppò in una logica di accordato/utilizzato che non dava adito ad allarmismi.

Soltanto nell’anno 1988/89 vi fu un utilizzo pieno delle linee di credito.

Quanto alle garanzie: "(…) la linea di credito non era assistita da alcuna garanzia trattandosi di affidamento a breve termine, valido fino a revoca".


FORTIS BANK S.A.

Nella relazione trasmessa dalla banca si legge: "(…) la nostra banca ha sempre considerato il rischio di credito verso Fedit, come un rischio verso il settore pubblico italiano per le seguenti ragioni:


Fedit aveva chiaramente una funzione istituzionale di pubblico interesse, perché partecipava alla definizione e coordinamento della politica agricola nazionale, e non aveva, quindi, prevalente scopo di profitto;


il Governo italiano ha sempre confermato che Fedit era al servizio dell’agricoltura nazionale, come del resto veniva dimostrato nei fatti dalla tipicità delle attività svolte da Fedit;


il Ministero dell’Agricoltura aveva piena autorità di controllo e sorveglianza sull’attività di Fedit ed approvava i suoi bilanci; tre sindaci Fedit venivano nominati direttamente dal Ministero".


ICCREA SPA

Il giudizio globale, posto alla base delle concessioni degli affidamenti da parte della banca si rinviene nella deliberazione del Comitato esecutivo del 9 marzo 1989 nella quale si legge: "(…) appare evidente che la Federconsorzi è una realtà economica molto importante in Italia in grado di indirizzare e condizionare l’intero settore agrario (…) l’ampia fiducia espressa dal sistema bancario che affida complessivamente l’esaminata per circa £.4.000/mld (…) la possibilità di entrare in rapporti d’affari con un primario gruppo (…)".


SAN PAOLO-IMI SPA

La banca non ha trasmesso le informazioni richieste dalla Commissione, necessarie per poter formulare adeguate valutazioni di merito.


MEDIOVENEZIE SPA

La banca non ha trasmesso le informazioni richieste dalla Commissione, necessarie per poter formulare adeguate valutazioni di merito.


BANCA MONTE DEI PASCHI DI SIENA SPA

Il rapporto fiduciario con la Federconsorzi risulta iniziato nel gennaio 1974, ha avuto andamento sostanzialmente regolare e caratterizzato da periodiche oscillazioni nell’utilizzo delle linee di credito.

Non risultano acquisite garanzie a fronte degli affidamenti concessi.


ROLO BANCA SPA

Le note introduttive alle delibere di affidamento, pur facendo riferimento ad una situazione non rosea sotto il profilo dei risultati:

"(…) anche per il 1989 il rapporto costi/ricavi è risultato deludente (…) purtroppo anche nel 1989 non si sono verificate evoluzioni significative (…) il reale problema della società scaturisce però dall’esame della situazione patrimoniale il cui dato più significativo è rappresentato dalla elevatissima esposizione verso il sistema creditizio a breve, pari ad oltre 2.000 mld (…)"

si concludono con un parere favorevole alla concessione delle linee di credito, in relazione al ruolo svolto dalla Federconsorzi nel campo agricolo nazionale.


UNICREDITO ITALIANO SPA

La Federconsorzi intrattenne rapporti con l’istituto a far data dal 1986.

Nella relazione agli atti in merito alla costituzione ed evoluzione del rapporto creditizio, la banca ha affrontato la questione dell’effettiva natura giuridica della Federconsorzi s, scrivendo chei legge:: "(…) benché la sua forma costitutiva fosse all’evidenza privatistica – in quanto costituita quale società cooperativa a responsabilità limitata – non poteva essere ignorata la circostanza che alla medesima fosse sicuramente attribuibile una rilevanza strategica di natura pubblica (…) i Consorzi e la Federazione debbono dare comunicazione al Ministero delle proposte di modifiche statutarie, dei bilanci, delle deliberazioni dei Consigli, dei Comitati e delle assemblee (…)" con il risultato che il loro operato era di fatto sottoposto al "controllo statale".

Nessuna garanzia fu richiesta a sostegno dei fidi concessi.



1.4 Il ruolo "pubblico" della Federconsorzi


Nessuna delle banche interpellate ha rivendicato l’adeguatezza delle proprie determinazioni sul merito creditizio intrinseco della Federconsorzi.

Esso non ebbe, quindi, come già rilevato, un ruolo decisivo nell’erogazione dei crediti.











1.2 Le ragioni della concessione dei crediti


Nel paragrafo precedente si è esposta, in estrema sintesi, quella che la Commissione ritiene essere stata la ragione dell’indebitamento della Federconsorzi.

Le enunciazioni trovano amplio sviluppo in altri capitoli della presente relazione ed ad essi si rinvia per un approfondimento.

In questa sede s’intende dar risposta ad alcuni quesiti riguardanti l’azione delle banche, rammentando che alla data del commissariamento gran parte delle banche italiane erano di proprietà pubblica e che, proprio tra le banche a partecipazione diretta del Tesoro e di proprietà dell’IRI, si rivengono alcuni tra i maggiori creditori della Fedit e di Agrifactoring.

Due fatti sono incontrovertibili.

Non esisteva nessuna garanzia per crediti così ingenti: circa 4.000 miliardi nei confronti della sola Federconsorzi.

I crediti erano lievitati nel corso degli anni senza che una sola banca prendesse una qualche iniziativa a tutela del proprio credito.

Come era potuto accadere?

Avevano le banche avvertito che la situazione economica e finanziaria della Fedit si era progressivamente degradata e che, quindi, i loro crediti erano a esposti ad un rischio sempre maggiore d’insolvenza?

Perché non avevano chiesto garanzie e perché, invece di contenere l’esposizione l’avevano complessivamente e progressivamente aumentata?



Una risposta di parte a questi interrogativi era è stata data dal ragionier Luigi Scotti, già direttore generale e presidente della Federconsorzi, che dichiarava il 20 marzo 1995 alla Commissione ministeriale di indagine sulla Fedit: "(…) Le banche ci davano i soldi senza una garanzia. Noi abbiamo ipotecato immobili solo per i mutui agevolati o a lungo termine per gli altri non abbiamo dato garanzie. Solo il Credito Italiano per i 250 miliardi ci chiese garanzie.

Siccome le banche ricevevano i nostri bilanci e noi fornivamo le necessarie delucidazioni, se richieste, evidentemente si ritenevano soddisfatte".

La tesi del ragionier Scotti è coerente con l’assunto suo e di altri, secondo il quale la Federconsorzi non era in stato di insolvenza e che quindi non doveva essere commissariata:, le banche avevano finanziato l’impresa a ragion veduta confidando nelle sua affidabilità economica e finanziaria ed anzi, in tal modo, attestandone la solidità’affidabilità.

La Commissione ha verificato (cfr. cap. ) che, in realtà, le condizioni della Federconsorzi erano da tempo di irreversibile decozione e che la politica creditizia delle banche non confidava nella solidità dell’impresa.


La Commissione ha proceduto, infatti, a chiedere a tutte le banche italiane creditrici le ragioni per le quali avessero concessero crediti così rilevanti senza nessuna garanzia allada parte della Federconsorzi ed a raccogliere le valutazioni contenute nelle’ istruttoriae, prodromicahe alla concessione e/o al rinnovo degli affidamenti, condottea dal personale di ciascun istituto.


Nessuna delle risposte raccoltetrasmesse ha fatto riferimento a presunte positive condizioni della Federconsorzi.


Alcune banche si sono appellate alla prassi, come la Cassa di rRisparmio di Genova e Imperia, che ha riferito che non erano state acquisite garanzie "(…) per uniformità di comportamento seguito in precedenza dalle altre banche finanziatrici".

La Banca Fideuram ha posto in evidenza l’aspetto della concorrenza interbancaria: "(…) non si è ritenuto di richiedere garanzie a sostegno degli affidamenti concessi. Si trattava, infatti, di controparte già in relazione con la maggioranza del sistema bancario per la cui acquisizione si rendeva opportuno da parte delle Banche non ancora in rapporto praticare condizioni vantaggiose e competitive al fine di ottenere la canalizzazione di operatività".

Le banche , come si è esposto, hanno coralmente affermato Tutte le altre hanno riferito che finanziarono, e finanziarono senza garanzie formali, la Federconsorzi, ritenendo che essa espletasse una funzione pubblicistica e confidando, quindi, nel sostegno dello Stato, garanzia implicita che non richiedeva altre, più concrete garanzie.

In merito è illuminante un’antologiauna sintesi delle risposte pervenute.



La Cassa di rRisparmio di Torino ha tentato di collegarsi anche ad un dato economico scrivendo che: "Dall’esame dell’evoluzione del rapporto creditizio appare chiaro come all’epoca la Banca nutrisse aspettative positive in merito alle capacità esdebitative della FEDIT, tenuto conto da un lato della ripresa registrata nel Bilancio ’88 accompagnata da prospettive di sviluppo favorevoli e dall’altro dal tipo di controparte rappresentato da una figura istituzionale pubblica che non ha fatto ritenere necessaria l’acquisizione di garanzie a supporto del credito, nonché in considerazione della consistenza e regolarità dell’operatività appoggiata". I"n tal modo ma si è riferita ad una ripresa inesistente e si è spinta oltre ogni limite giuridico giungendo ad identificare nella Fedit addirittura "una figura istituzionale pubblica".



La Banca Commerciale ha evidenziato sia il profilo della redditività sia quello della i ritenuta qualificazione fattuale pubblicistica : "(…) Il rapporto fiduciario con tale contropartita (la Federconsorzi – n.d.r.) si presentava quale relazione di elevato standing per tutto il ceto bancario, sia per la rilevante ampiezza del fatturato, sia per la consistente corrente dei flussi di lavoro utile, anche indotto, che potevano essere acquisiti, costituendo un preciso punto di riferimento nell’ambito dell’intero settore agricolo ed agroindustriale (…)."

"(…) Il perseguimento da parte della Federconsorzi" di finalità di pubblico interesse nonché il quadro operativo generale comportante un’aspettativa di sorveglianza da parte dello Stato, hanno indubbiamente avuto riflessi sotto il profilo della valutazione del merito creditizio della relazione fiduciaria"".


La Banca di Roma è stata categorica : "(…) La Federconsorzi era equiparata ad ente pubblico e pertanto le tre Aziende Bancarie confluite nella Banca di Roma non avevano ritenuto necessaria l’acquisizione di garanzie"".

La Banca pPopolare di Lodi ha espresso un concetto analogo: "(…) Il nostro Istituto ha concesso linee di credito nel corso del 1989 senza garanzie, peraltro non presenti sul sistema per analoghe tipologie di credito, nella convinzione che l’attività di Fedit ricoprisse un ruolo d’interesse pubblico salvaguardato dallo Stato."


Sulla stessa linea si è posta la Banca nazionale dell’l’aAgricoltura che siè stata però l’unica ad appellarsi anche all’affidabilità della Federconsorzi: "(…) La natura delle linee di credito concesse alla Federconsorzi, di per sé, escludeva l’acquisizione di ulteriori garanzie che non fossero la solidità dell’Ente e la sua configurazione giuridica sostanzialmente pubblica".

Se si considera che la Federconsorzi deteneva il 13 per cento circa del capitale sociale delladi tale b Banca appare evidente la preoccupazione di proclamare l’esistenza di un effettivo merito creditizio nei confronti dell’azionista-finanziata.



Il tema della effettiva natura giuridica della Federconsorzi è stato affrontato solo dall’Unicredito: "(…) Benché la sua forma costitutiva fosse all’evidenza privatistica – in quanto costituita quale società cooperativa a responsabilità limitata – non poteva essere ignorata la circostanza che alla medesima fosse sicuramente attribuibile una rilevanza strategica di natura pubblica (…)".




Nessuna delle banche interpellate ha rivendicato l’adeguatezza delle proprie determinazioni sul merito creditizio intrinseco della Federconsorzi che non ebbe, quindi, un ruolo decisivo nell’erogazione dei crediti.



Il ceto bancario si è richiamato ad una garanzia governativa che non aveva nessun fondamento dal punto di vista giuridico.

E’ stato, in tal modo, ribadito un punto di vistadelle che, , che all’epoca del commissariamento, fu sostenuto pubblicamente,, con grande virulenza, dalle sole banche estere.

La natura giuridica della Federconsorzi era, infatti, così chiaramente privatistica, da non consentire di poter contare, ma solo di poster sperare, nell’intervento dello Stato e, quindi, non abilitava nessuna pretesa giuridica.

In proposito, sembra opportuno riprodurre il testo di cordare una sorta di memorandum scritto all’indomani del commissariamento della Fedit da un dirigente bancario italiano, nel quale sembra di poter cogliere l’espressione, senza riserve, del punto di vista degli operatori..

Scriveva, il 23 maggio 1991, Gian Marco Petrelli, alla guida della filiale milanese della Barclays bBank di Milano, al dottor Felice Gianani, direttore generale della Associazione bancaria italiana (ABI): "La Federconsorzi pur non essendo strettamente un ente pubblico, si è di fatto, comportata come tale.

L'attività di sostegno degli agricoltori e dei prezzi agricoli è stata condotta come se la Federconsorzi avesse in effetti il ruolo di ente di pubblica utilità.

Gli stretti legami politici intrattenuti durante tutta la propria vita aziendale, hanno portato all'elezione in Parlamento di uomini dell'organizzazione e, in varie occasioni, alla designazione dei Ministri dell'Agricoltura. La commistione di Federconsorzi con "il palazzo" e con lo Stato e' innegabile.

(…) La comunità bancaria internazionale ha sempre considerato la Federconsorzi come un ente pubblico italiano; né la Federconsorzi né il Governo hanno fatto alcunché, per correggere detta impressione. In pratica la Federconsorzi e l’AIMA, sono state considerate i principali enti pubblici italiani preposti al sostegno dell'agricoltura.

Lo stesso processo seguito per il commissariamento si è svolto con modalità' (convocazione dei creditori fatta dal Ministro dell'Agricoltura presso il Ministero, progetto di piano finanziario prospettato direttamente dal Ministro, ecc.) più appropriate a quanto avviene negli enti pubblici che nelle imprese private.

La precipitosa decisione del Ministro dell'Agricoltura di commissariare la Federconsorzi, per i tempi e le circostanze in cui è stata attuata, sembra inquadrarsi nella manovra governativa per ridurre o limitare il disavanzo pubblico, con ciò implicitamente confermando la natura di ente pubblico di Federconsorzi.

(…) Il comunicato stampa afferma che le proposte per definire le posizioni debitorie e rilanciare l'attività di Federconsorzi sono del Governo, con ciò confermando glig1i intendimenti di politica economica generale che si vogliono perseguire e la natura di Federconsorzi quale strumento governativo per l'attuazione di tale politica.

(...) La Federconsorzi può anche essere stata mal gestita, tuttavia nei fatti ha sostenuto il mondo agricolo italiano con il beneplacito del Governo per vari decenni. Che in queste attività aventi finalità pubbliche il profitto e l'equilibrio dei conti non fossero la priorità essenziale di Federconsorzi era da molti anni noto ed accettato dal Governo, che ha sempre avuto a disposizione i bilanci della Federconsorzi.

(…) L’acquiescenza del Governo ai risultati economico finanziari della Federconsorzi conferma la pratica natura di ente pubblico della Federconsorzi, individua una specifica responsabilità del Governo per non essere intervenuto molti anni prima, con ciò traendo in inganno e danneggiando i creditori.

(…) Il caso Federconsorzi è strettamente collegato alla lotta politica fra partiti di Governo e non.

(…) Nel caso di insolvenza di Federconsorzi, i creditori danneggiati dovrebbero ripetere le somme da tutti coloro che hanno tratto beneficio dalla Federconsorzi stessa con ciò contribuendo all'insolvenza della medesima. Ciò significa perseguire gli agricoltori italiani, chi ha venduto, a prezzi superiori di quelli europei, il latte e la frutta a Polenghi e Massalombarda; chi ha ricevuto credito a condizioni favorevoli dai consorzi agrari per l'acquisto di concimi, sementi e mezzi meccanici; chi ha ottenuto prezzi di favore su acquisti, sull’ammasso di prodotti agricoli, sulle coperture assicurative, ecc. (…)".

Osserva la Commissione che in effetti la Federconsorzi aveva svolto a lungo i compiti tipici di una agenzia governativa ed aveva avuto grande rilievo anche nell'assetto strutturale dell'agricoltura italiana.

Ciò è vero però fino a quando è durata la stagione degli ammassi e fino a quando il centro decisionale dalla politica agricola non si è spostatoa da Roma a Bruxelles.

Ma da moltissimi anni prima del Ccommissariamento la Federconsorzi aveva cessato di essere il braccio esecutivo della politica degli ammassi.

Essa non svolgeva più nessuna funzione pubblicistica.

Ciò era ben noto alle banche che praticavano alla Federconsorzi un credito di natura esclusivamente commerciale.


Dalle istruttorie raccolte dalla Commissione emerge, da un lato, che non veniva fatto nessun riferimento alla garanzia statale; dall’altro, che veniva analizzato l’andamento economico e finanziario dell’impresa.

I bilanci venivano valutati ogni anno e ne venivano tratte conclusioni infondatamente positive a seguito di analisi palesemente insufficienti e superficiali.

L’ammontare complessivo dell’indebitamento veniva sottovalutatoo; non ci si chiedeva come potesse essere arginato; non si dava rilevanza al fatto che il credito aveva natura esclusivamente commerciale e non era destinato ad investimenti che potessero modificare positivamente il quadro economico.

Un ruolo decisivo giocava agli occhi degli analisti la notevolissima consistenza patrimoniale della Federconsorzi che si riteneva persino sottostimata nei bilanci e che, quindi, si riteneva una garanzia di solvibilità.

Ma, la principale preoccupazione che traspare con chiarezza da tutti i documenti acquisiti non era per nulla costituita dall’affidabilità ma dalla rilevanza del cliente e, quindi, dall’entità del lavoro che la Fedit assicurava poteva assicurare.

A favore della banche va tuttavia rilevato che la Federconsorzi non utilizzava totalmente gli affidamenti di cui godeva: perché? Volpe

Nessuna bBanca, nessun operatore intendeva rimanere fuori dal giro Federconsorzi.

Non si badava, quindi, ad acquisire garanzie ma ad acquisire o a non perdere l’ottimo cliente.

Si era da anni innestata una spirale perversa ed incontrollata tra credito, lavoro e rischi.

Le bBanche non possono inoltre invocare, a giustificazione del loro operato, la circostanza che la Federconsorzi presentava bilanci criptici e non veridici.

Serie e doverosamente approfondite analisi avrebbero consentito di cogliere con facilità il reale stato dell’impresa perché i documenti contabili ne consentivano comunque l’intelligibilità.

Va considerato che, anche quando le valutazioni tecniche avevano un contenuto allarmante, nulla mutava.

Ed invero, negli atti della Cariplo si legge: "(…) Nel contesto delle crescenti difficoltà dei Consorzi Agrari e della gestione ancora negativa della controllata Fedital, la Federconsorzi ha chiuso l’esercizio ’89 formalmente in pareggio ma sostanzialmente invece con un - forte disavanzo - che è stato ripianato con utilizzo fondi vari ed altri marchingegni che quantomeno suscitano perplessità (…)".

Ed allegato ad una delibera del Comitato esecutivo dell’11 luglio 1988 della Deutsche Bank (ex Banca d’America e d’Italia) che rinnovava gli affidamenti, si legge il seguente parere: "quanto sopra nonostante il permanere di punti negativi, già evidenziati in passato, quali la situazione precaria di alcuni consorzi agrari (notizie di stampa riportate dalla nostra Sede cifrano a Lit. 640 mil. l’esposizione FEDIT), la gestione commerciale della FEDIT, che risente, nonostante i programmi di ristrutturazione, della antica impostazione piuttosto politica che manageriale dell’attività produttiva, per finire la scarsa disponibilità di informazioni commisurate, come quantità e qualità, alle dimensioni del Gruppo e del nostro rischio. Sotto il profilo del controllo del rischio, e tenuto conto dei punti negativi sopra elencati, la nostra Sede ritiene di potersi basare , in mancanza di meglio , sulla reattività della cliente a richieste di rientro (…)".

Agirono, dunque, lLe Bbanche agirono dunque improvvidamente per fini di lucro, non tutelando adeguatamente i loro azionisti pubblici e privati.

Le loro giustificazioni non sono né fondate né accettabili.

Esse contribuirono indirettamente alla rovina della Federconsorzi non levando mai tempestivamente allarmi o moniti, che avrebbero costretto amministratori e politici ad affrontare tempestivamente il problema dell’indebitamento consentendo soluzioni meno traumatiche e dannose per l’economia nazionale.

Non va, tuttavia, sottaciuto che in passato v’erano stati gli interventi dello Stato in precedenti casi di crisi di imprese di rilievo nazionale.

Inoltre l e la compenetrazione con la presenza nella Federconsorzi delle associazioni professionali della Coldiretti e della Confagricoltura e la contiguità della Coldiretti al , quindi, di una partecomponente del maggior partito italiano dell’epoca, la Democrazia cristiana, potevano abilitarevano il ceto bancario a ritenere l’esistenzaesistente di un’implicita copertura garanzia non pubblica, ma politica.

Se ne dedurrebbe Si evidenzia così uun ulteriore profilo di quella nefasta i sudditanza del ceto bancario dell’epoca non alle leggi dell’economia ma aa quelle della lla politica. , causa di dannoi gravissimii per il Paese.







1.3


1.2 Le ragioni della concessione dei crediti


Una risposta di parte a questi interrogativi è stata data dal ragionier Luigi Scotti, già direttore generale e presidente della Federconsorzi, che dichiarava il 20 marzo 1995 alla Commissione ministeriale di indagine sulla Fedit: "(…) Le banche ci davano i soldi senza una garanzia. Noi abbiamo ipotecato immobili solo per i mutui agevolati o a lungo termine per gli altri non abbiamo dato garanzie. Solo il Credito Italiano per i 250 miliardi ci chiese garanzie.

Siccome le banche ricevevano i nostri bilanci e noi fornivamo le necessarie delucidazioni, se richieste, evidentemente si ritenevano soddisfatte".

La tesi del ragionier Scotti è coerente con l’assunto suo e di altri secondo il quale la Federconsorzi non era in stato di insolvenza e quindi non doveva essere commissariata: le banche avevano finanziato l’impresa a ragion veduta confidando nelle sua affidabilità economica e finanziaria ed anzi, in tal modo, attestandone la solidità.

La Commissione ha verificato che, in realtà, le condizioni della Federconsorzi erano da tempo di irreversibile decozione e che la politica creditizia delle banche non confidava nella solidità dell’impresa.


Nessuna delle risposte trasmesse ha fatto riferimento a presunte positive condizioni della Federconsorzi.








Banca d’Italia

Banche estere


Una delle principali questioni che la Commissione ha affrontato è costituita dal rapporto tra la Federconsorzi ed i consorzi agrari, da un lato, e gli istituti bancari italiani e stranieri, dall’altro.

Alla data del commissariamento, 17 maggio 1991, l’ammontare complessivo del debito della Federconsorzi nei confronti del sistema bancario italiano ed estero era pari a lire 3.875 miliardi di cui 382 per debiti e 3.493 per interessi.

La banche creditrici italiane erano in numero di ….adde

quelle estere di ….adde

Al momento del concordato i rischi delle banche estere erano, ai cambi 1991, pari a 429,5 miliardi nei confronti di Federconsorzi.

Nella pagina accanto si può leggere l’elenco delle banche italiane ed estere corredato dell’esposizione di ciascuna.

L’esposizione del sistema non era tuttavia limitata alla Fedit ma riguardava anche i consorzi agrari e la società Agrifactoring, partecipata dalla Fedit.

Se al debito della Fedit si aggiunge quello della Agrifactoringpari a lire 247,9 miliardi, l’esposizione delle banche estere, senza tener conto del debito dei consorzi agrari era pari a 667,6 miliardi.

I crediti delle banche italiane nei confronti della Fedit derivavano da adde e dallo sconto di titoli.

Quelli delle banche estere in prevalenza da prestiti sindacati a lungo termine.

Il debito aveva raggiunto le proporzioni esposte per effetto del peso degli interessi.

L’evoluzione è sintetizzata nella tabella seguente

In sintesi il sistema Fedit – consorzi –Agrifactoring funzionava come segue.

La Fedit non aveva disponibilità proprie perché il capitale era limitato per legge a 4,65 milioni; poiché non si limitava a funzioni di intermediazione ma acquistava e vendeva tutti i prodotti, ricorreva sistematicamente per tutte le operazioni al credito bancario; riceveva in pagamento dai consorzi titoli che venivano sempre meno onorati e che venivano passati allo sconto presso le banche o fattorizzati presso l’Agrifactoring, di cui la Fedit era il cliente quasi esclusivo.

All’origine dell’indebitamento c’era, quindi, fondamentalmente l’impostazione commerciale della Fedit che, insieme con i ricavi delle gestioni speciali, costituiva una fonte che l’aveva resa floridissima fino agli anni Ottanta ma che, con le difficoltà prima e l’impossibilità da ultimo dei consorzi di far fronte ai loro impegni, si era del tutto inaridita e per di più la costringeva a farsi oggettivamente garante delle inadempienze, attraverso concessioni di credito diretto od indiretto ai consorzi in difficoltà e, per sostenerle, conseguente aumento dell’indebitamento, nei confronti del sistema bancario e dell’Agrifactoring.

Quest’ultima, per far fronte alle richieste della Federconsorzi, che si traducevano di fatto in anticipazioni ed in pagamenti di debiti Fedit, era costretta ad indebitarsi fortemente sul mercato italiano ed estero.

L’indebitamento dell’Agrifactoring, all’atto del commissariamento della Fedit era pari a 429 miliardi verso Banca Nazionale del lavoro, Efibanca e Banco di Santo Spirito, e pari a 247,9 miliardi verso banche estere.

L’esposizione complessiva di tutte le banche italiane ed estere, senza tener conto di quella dei consorzi, era quindi di ….ADDE

Si sono subito evidenziati due elementi: per crediti così ingenti nessuna garanzia era stata richiesta e concessa; i crediti erano lievitati nel corso di almeno cinque anni senza alcuna iniziativa da parte di nessuna banca a tutela del proprio credito.

Se a ciò si aggiunge che, fino all’anno 1991, gran parte delle banche italiane erano di proprietà pubblica e che, proprio tra le banche a partecipazione diretta dello Stato e dell’Iri, si rinvengono i maggiori creditori della Fedit e di Agrifactoring, lo sconcerto si acuisce.

Si è quindi proceduto ad accertarne le ragioni.

Dagli accertamenti compiuti, mediante audizioni acquisizioni documentali ed accertamenti tecnici, è emerso uno scenario complesso.

Giova rammentare che al sistema federconsortile erano affidati, di fatto, compiti tipici di una agenzia governativa che ebbe grande rilievo anche nell'assetto strutturale dell'agricoltura italiana almeno fino a quando il centro decisionale dalla politica agricola non si spostò da Roma a Bruxelles.

In sintesi le banche italiane concessero credito alla Fedit perché…


Adde VOLPE


Dall'audizione di Luigi Scotti del 20 marzo 1995 alla Commissione ministeriale di indagine:

(…) Le banche ci davano i soldi senza una garanzia. Noi abbiamo ipotecato immobili solo per i mutui agevolati o a lungo termine per gli altri non abbiamo data garanzie. Solo il Credito Italiano per i 250 miliardi ci chiese garanzie. Siccome le banche ricevevano i nostri bilanci e noi fornivamo le necessarie delucidazioni se richieste evidentemente si ritenevano soddisfatte.

(…) Le nostre intenzioni erano quelle, dopo l’Assemblea (del 1990 n.d.r.) di prendere contatto con le banche per ristrutturare i nostri debiti. Ci sono testimoni di questo, perché fu una decisione adottata nello studio del professor Pescatore."


2. La reazione delle banche italiane ed estere al commissariamento


Il commissariamento della Federconsorzi colse impreparato di sorpresa ed impreparato l'intero ceto bancario nazionale ed estero.

La maggioranza deGli gli istituti di credito italiani non aveva maturato piena consapevolezza della reale e drammatica situazione economico-finanziaria della Federconsorzi ed, in ogni caso, per le ragioni esposte nel paragrafo precedente, o non sie ne preoccupavano delle sorti della Federconsorzi o per le ragioni esposte nel paragrafo precedente.non avevano maturato piena consapevolezza della reale e drammatica situazione economico-finanziaria.


Inoltre, uUn provvedimento come quello adottato dal ministro Goria era, inoltre, come si è già detto, del tutto imprevisto a quel tempo, evedibile sulla base dell’esperienza di casi analoghi.

Si può ritenere che, anche chi sapeva, confidava in una soluzione politica a carico delle pubbliche finanze secondo una abusata costumanzausanza. Tutte le banche avevano dato credito senza garanzie: ai consorzi agrari perché garantiti dalla Federconsorzi; alla Federconsorzi perché la consideravano - non ha rilevanza se a torto o a ragione - un ente parastatale garantito dallo Stato ed in particolare dal Ministero dell'agricoltura.

Pochi istituti di credito sapevano o potevano sapere quale fosse la reale situazione economico finanziaria della Federconsorzi.


Non pare credibile che l'ignorassero la gravità del problema il Banco di Santo Spirito (di poiin seguito Banca di Roma) atteso che ne era presidente il professor Pellegrino Capaldo, chiamato dall'onorevole Lobianco, quale consulente della Federconsorzi, ben informato quindi sulle condizioni di questa.

Non sembra parimenti credibile che l'ignorasse non se ne rendesse conto la Banca nNazionale del lavoro, che gestiva la più parte delle operazioni delle Federconsorzi, che era socia maggioritaria dell’Agrifactoring e che era esposta, come banca e come gruppo, per cifre considerevoli aumentate nel corso del tempo che, quindi, veniva a trovarsi in una condizione di massima esposizione come banca e come gruppo.

Di certo Nnon l'ignorava di certo il Credito Italiano - presieduto dal professor Barucci - che il 17 maggio 1991, giorno del commissariamento, era si dichiarava disponibile a concedere una ulteriore linea di credito di 250 miliardi proprio per consentire che doveva consentire una operazione di consolidamento dei debiti. ma che, per la prima volta nella storia della Federconsorzi, aveva chiesto concrete garanzie costituite dai crediti della Fedit nei confronti del MAF.

In ogni caso, tenuto conto che l'affidamento nei confronti della Fedit era un affidamento da parte dell'intero sistema, non era pensabile che una singola banca creditrice potesse, con singola ed autonoma decisione, sospendere o revocare le linee di credito.


Dichiarato il commissariamento, le banche italiane ed estere venivano a trovarsi in una situazione molto difficile.

Scoprivano tutte o fingevano di scoprire "ufficialmente", perché lo dichiarava il Governo italiano, e la più parte, inopinatamente, che un loro grande debitore era in un persistente "stato di squilibrio economico e finanziario", e venivano poste di fronte alla prospettiva di perdere in tutto in parte capitali ed interessi.

Come se non bastasse veniva loro prospettata la fine del sistema federconsortile, sul quale avevano tanto lucrato guadagnato e sul quale continuavano a lucrareguadagnare, e veniva loro chiesto di rischiare ulteriori capitali in una progettata, e fino al giorno prima insospettata, ipotesi di "Fedit 2".

Le banche italiane rimasero attonite di fronte al commissariamento ed alla richiesta di sacrifici che il Governo loro chiedeva, come dimostrano i verbali delle riunioni tenutesi preso l’aAssociazione bancaria italiana. I dirigenti delle banche erano tra l’incredulo e lo stupefatto, come si ricava dalle annotazioni contenute nelle agendei diari di uno dei primi commissari governativi della Fedit, ildel dottor Cigliana.

Le banche estere reagirono con inaudita violenza, giungendo a minacciare l'ostracismo del mercato internazionale alle istituzioni pubbliche e para-pubbliche italiane.

Esse erano convinte che lo Stato italiano dovesse far fronte ai debiti della Federconsorzi come se si trattasse di debiti propri, rivendicando una sorta di affidamento internazionale privilegiato che doveva - secondo le loro aspettative - loro consentire loro di essere pagate integralmente.

La fibrillazione delle banche italiane e di quelle estere era acuita da altre due circostanze.

La dal fatto che la crisi delle Federconsorzi significava anche il venir meno della garanzia, sempre assicurata dalla Fedit, del pagamento dei debiti contratti dai consorzi agrari. con il sistema bancario italiano ed estero.

Inoltre, lLa posizione delle banche estere appariva la più complessa e ricca di connotazioni politiche e prassi finanziarie internazionali.

A crisi conclamata, di fronte alla richiesta del ministro dell’aAgricoltura, onorevole Goria, che, come meglio si vedrà neil capitoloi sesto e settimo …ADDE…, chiedeva alle banche di rinunciare ad una parte degli interessi e di concorrere al rilancio del sistema, le banche estere chiesero, invece di essere garantite direttamente dal Governo italiano, quanto ai crediti verso la Fedit, e dalla Banca del Tesoro, la Banca nNazionale del lavoro, quanto ai crediti verso Agrifactoring.

I loro argomenti non avevano valenza giuridica, in quanto la determinazione dell’identità giuridica del contraente, costituisce un elemento preliminare ed elementare nell’istruttoria creditizia.


I loro argomenti non erano giuridici: nei contratti da esse stipulati, la Fedit era chiaramente indicata come un soggetto privato.

Per chiarire tali argomenti, giova riportare alcuni brani di una sorta di memorandum scritto all’indomani del commissariamento da un dirigente bancario italiano, alla guida della filiale milanese di una banca estera - che peraltro sembra sintetizzare efficacemente il comune sentire anche del mondo bancario italiano - ed avvalersi delle dichiarazioni rese a questa Commissione dal rappresentante delle banche estere, dottor Rosa, il 27 ottobre 1999.

Era pertanto inconcepibile, per banche operanti sul mercato internazionale, non porsi la questione della ignorare la natura giuridica della Federconsorzi. del contraente.

della Federconsorzi. Ed, infatti, esse avevano stipulato contratti, esaminati dalla Commissione, nel all’internocorpo dei quali la Federconsorzi era chiaramente indicata come un soggetto privato.

Il punto di vista delle banche estere è stato riferito alla Commissione dal rappresentante dell’Aassociazione italiana fra le delle banche estere, dottor Guido Rosa, il 27 ottobre 1999 .

Il dottor Rosa, ha ricordato che l’esistevano nza di due forme di finanziamenti, uno eseguito in pool, e cioè sotto forma di "prestiti sindacati", e l’altro, posto in essere dalle filiali italiane, di scoperti di conto che si rinnovavano di anno in anno, ha affermato: Dalla Direzione generale della Barclays bank di Milano, Gian Marco Petrelli scriveva, il 23 maggio 1991, al dottor Felice Gianani, direttore generale della Associazione bancaria italiana (ABI): "La Federconsorzi pur non essendo strettamente un ente pubblico, si è di fatto, comportata come tale.

L'attività di sostegno degli agricoltori e dei prezzi agricoli è stata condotta come se la Federconsorzi avesse in effetti il ruolo di ente di pubblica utilità.

Gli stretti legami politici intrattenuti durante tutta la propria vita aziendale, hanno portato all'elezione in Parlamento di uomini dell'organizzazione e, in varie occasioni, alla designazione dei Ministri dell'Agricoltura. La commistione di Federconsorzi con "il palazzo" e con lo Stato e' innegabile.

"(…) la Sumitomo e la Mitsubishi erano le banche capofila dei due prestiti sindacati da Londra".

(…) I crediti non erano assistiti da garanzie (…). La ragione è che nell'analisi di queste banche - giusta o sbagliata che fosse - la Federconsorzi veniva considerata un "rischio pubblico" e quindi, in caso di insolvenza, si contava indirettamente sulla responsabilità dello Stato.

(…) La Federconsorzi era vista dalla comunità finanziaria internazionale come un ente pubblico perché svolgeva un ruolo pubblico nell'ambito del settore agricolo italiano, quindi si supponeva che, comunque, ci sarebbe stato l'appoggio dello Stato".

Il dottor Rosa ha, poi, evidenziato quello che alla Commissione sembra un aspetto di notevole rilevanza per la comprensione dell’evoluzione della vicenda Federconsorzi, costituito dal collegamento tra il debito della Federconsorzi e quello di Agrifactoring, che poneva gravi problemi alla credibilità e, quindi, allo standing della Banca nNazionale del lavoro, che era, nello stesso tempo, creditrice importante della Federconsorzi e dell’Agrifactoring e socia di quest’ultima.

Egli ha infatti sottolineato che "(…) uno scalpore maggiore (…) lo suscitò il caso Agrifactoring in quanto, (…) non si poteva ammettere che una società di questo genere fosse lasciata cadere (…).

Non esistevano fideiussioni, ma (…) le banche straniere facevano affidamento sulla struttura dell'azionariato della società. Il 75 per cento del capitale di Agrifactoring era posseduto dal sistema bancario italiano e la principale banca azionista era la BNL. Ciò faceva sì che agli occhi delle banche straniere vi fosse un coinvolgimento del sistema bancario e soprattutto della BNL che (…) allora era la banca del Ministero del tesoro".

Va rammentato che per i prestiti internazionali in favore degli enti pubblici italiani, vigeva la clausola cosiddetta di cross default che prevedeva che, se il prestito ad un ente avesse fatto default e cioè non fosse stato ripagato, le banche creditrici avrebbero avuto il diritto di chiedere il rimborso anticipato dei prestiti concessi anche agli altri enti pubblici italiani. (…) La comunità bancaria internazionale ha sempre considerato la Federconsorzi come un ente pubblico italiano; né la Federconsorzi né il Governo hanno fatto alcunché, per correggere detta impressione. In pratica la Federconsorzi e l’AIMA, sono state considerate i principali enti pubblici italiani preposti al sostegno dell'agricoltura.

Lo stesso processo seguito per il commissariamento si è svolto con modalità (convocazione dei creditori fatta dal Ministro dell'Agricoltura presso il Ministero, progetto di piano finanziario prospettato direttamente dal Ministro, ecc.) più appropriate a quanto avviene negli enti pubblici che nelle imprese private.

La precipitosa decisione del Ministro dell'Agricoltura di commissariare la Federconsorzi, per i tempi e le circostanze in cui è stata attuata, sembra inquadrarsi nella manovra governativa per ridurre o limitare il disavanzo pubblico, con ciò implicitamente confermando la natura di ente pubblico di Federconsorzi.

(…) Il comunicato stampa afferma che le proposte per definire le posizioni debitorie e rilanciare l'attività di Federconsorzi sono del Governo, con ciò confermando g1i intendimenti di politica economica generale che si vogliono perseguire e la natura di Federconsorzi quale strumento governativo per l'attuazione di tale politica.

(...) La Federconsorzi può anche essere stata mal gestita, tuttavia nei fatti ha sostenuto il mondo agricolo italiano con il beneplacito del Governo per vari decenni. Che in queste attività aventi finalità pubbliche il profitto e l'equilibrio dei conti non fossero la priorità essenziale di Federconsorzi era da molti anni noto ed accettato dal Governo, che ha sempre avuto a disposizione i bilanci della Federconsorzi.

(…) L’acquiescenza del Governo ai risultati economico finanziari della Federconsorzi conferma la pratica natura di ente pubblico della Federconsorzi, individua una specifica responsabilità del Governo per non essere intervenuto molti anni prima, con ciò traendo in inganno e danneggiando i creditori.

(…) Il caso Federconsorzi è strettamente collegato alla lotta politica fra partiti di Governo e non.

(…) Nel caso di insolvenza di Federconsorzi, i creditori danneggiati dovrebbero ripetere le somme da tutti coloro che hanno tratto beneficio dalla Federconsorzi stessa con ciò contribuendo all'insolvenza della medesima. Ciò significa perseguire gli agricoltori italiani, chi ha venduto, a prezzi superiori di quelli europei, il latte e la frutta a Polenghi e Massalombarda; chi ha ricevuto credito a condizioni favorevoli dai consorzi agrari per l'acquisto di concimi, sementi e mezzi meccanici; chi ha ottenuto prezzi di favore su acquisti, sull’ammasso di prodotti agricoli, sulle coperture assicurative, ecc.

(…) Se Federconsorzi svolge una pubblica funzione agendo da ente pubblico con il beneplacito e la sorveglianza del Governo e se la gestione ed il risanamento di Federconsorzi sono faccenda governativa, l'unico modo serio e dignitoso secondo il quale il Governo deve procedere è quello di ammettere la pratica natura di ente pubblico di Federconsorzi, liquidarne le attività con regolare pagamento dei debiti, riscontrare in un nuovo ente quelle attività che fossero eventualmente ritenute di pubblico interesse.

(…) Qualora il Governo declinasse per assurdo di far fronte alle proprie responsabilità dirette per la Federconsorzi, gli eventuali sacrifici dovrebbero riversarsi su tutti i creditori (compresi i fornitori) e su tutti coloro che hanno direttamente o indirettamente beneficiato dell'azione di Federconsorzi. La pretesa del Governo di addossare alle banche un onere che pare sia di un migliaio di miliardi, non solo va contro il già tardivo programma di rafforzamento patrimoniale del Sistema Bancario Italiano in vista del mercato unico europeo, ma rappresenta da parte del Governo un inammissibile scarico di responsabilità proprie su altri (…).

Ha riferito alla Commissione il dottor Guido Rosa, rappresentante della associazione delle banche estere: "(le banche estere hanno proceduto ad n.d.r) effettuare finanziamenti in favore della Federconsorzi e della società Agrifactoring nelle forme di finanziamento tipiche delle filiali italiane delle banche estere, i cosiddetti finanziamenti fatti in pool - come si dice in termini tecnici -, cioè prestiti sindacati da Londra.

Al momento della messa in liquidazione della Federconsorzi l'ammontare complessivo dei crediti delle banche estere nei confronti di Federconsorzi era di circa 400 miliardi, mentre il credito nei confronti della società Agrifactoring era di circa 250 miliardi.

Nei confronti dei consorzi agrari l'ammontare dei crediti era parecchio inferiore; (...) approssimativamente siamo nell'ordine di 30 miliardi per i vari consorzi."

"I finanziamenti delle filiali italiane avevano la forma di scoperti di conto che si rinnovavano di anno in anno."

(Le banche che vantavano i maggiori crediti erano) (…) "le banche giapponesi e le banche europee.

(…) la Sumitomo e la Mitsubishi erano le banche capofila dei due prestiti sindacati da Londra".

(…) i crediti non erano assistiti da garanzie (…). La ragione è che nell'analisi di queste banche - giusta o sbagliata che fosse - la Federconsorzi veniva considerata un "rischio pubblico" e quindi, in caso di insolvenza, si contava indirettamente sulla responsabilità dello Stato.

(…) la Federconsorzi era vista dalla comunità finanziaria internazionale come un ente pubblico perché svolgeva un ruolo pubblico nell'ambito del settore agricolo italiano, quindi si supponeva che, comunque, ci sarebbe stato l'appoggio dello Stato. (…) uno scalpore maggiore (…) lo suscitò il caso Agrifactoring in quanto, (…) non si poteva ammettere che una società di questo genere fosse lasciata cadere (…)

(…) non esistevano fideiussioni, ma (…) le banche straniere facevano affidamento sulla struttura dell'azionariato della società. Il 75 per cento del capitale di Agrifactoring era posseduto dal sistema bancario italiano e la principale banca azionista era la BNL. Ciò faceva sì che agli occhi delle banche straniere vi fosse un coinvolgimento del sistema bancario e soprattutto della BNL che (…) allora era la banca del Ministero del tesoro.

(…) i crediti delle banche giapponesi nei confronti di Agrifactoring e della Fedit sono stati soddisfatti (…). Ad oggi, l'ammontare complessivo dei rimborsi è dell'ordine del 40 per cento, il famoso 40 per cento che era stato indicato per avere la liquidazione.

(…) Per Agrifactoring la percentuale di rimborsi è superiore perché c'era stato un abbandono di crediti - questo eravamo riusciti ad ottenerlo - da parte della Banca Nazionale del lavoro e delle banche italiane per cui si è arrivati oggi ad un rimborso complessivo dell'ordine del 70 per cento.


(…) Per quanto riguarda poi Agrifactoring, vi è stata una postergazione volontaria da parte delle banche italiane nei confronti delle banche estere. Questo era stato concordato allora proprio perché Agrifactoring era stato il caso di maggiore sensibilità per le banche straniere, e quindi in sostanza le banche italiane avevano deciso volontariamente di fare questa postergazione di una parte dei crediti con un meccanismo un po’ complicato a favore solo delle banche straniere.

(…) Perché le banche straniere non hanno voluto far parte del pool di SGR perché (…) quando venne alla luce la proposta della costituzione di SGR, le banche straniere avevano risposto in maniera favorevole all'idea della costituzione di SGR. Questo perché sapevamo tutti che se ci fossimo affidati esclusivamente alla procedura concorsuale, probabilmente ci avremmo impiegato 10 o 15 anni per arrivare alla liquidazione degli attivi. E sapevamo, peraltro, che la differenza fra il caso Federconsorzi e molti altri casi era che nel caso Federconsorzi c'erano degli attivi che valevano.

(…) La ragione per la quale le banche estere hanno in qualche modo accettato il progetto, ma non hanno partecipato all'azionariato di SGR, è perché francamente non è un business, non è un tipo di attività che si può fare da Londra, che la City, o la Chase, o una banca giapponese può fare, perché diventava praticamente difficile per loro partecipare ad una procedura liquidatoria attraverso una società di questo genere.

(…) Quindi fu una decisione di tipo assolutamente pratico (…) le banche estere all'unanimità decisero per il no. Esse preferirono rimanere creditori chirografari, assumendo però il vantaggio che naturalmente con il pagamento di SGR si sarebbe accelerato di molto il rimborso fino al 40 per cento.

(…) la cosiddetta clausola di cross default (…) significa che in tutti i contratti di prestito degli enti pubblici italiani vi è una clausola per cui in realtà se l'ENI - faccio solo un esempio - in un suo prestito avesse fatto default, cioè non l'avesse ripagato, le stesse banche avrebbero avuto il diritto di far giocare la clausola di richiesta di rimborso anticipato anche ad altri prestiti di enti pubblici italiani.

Secondo quando dichiarato dal dottor Rosa: "(…) Nel caso di Federconsorzi - il cross default n.d.r. - era stato usato come minaccia, ma oltre al cross default si diceva: attenzione, perché comunque sia il sistema pubblico italiano avrà sempre bisogno di fondi sui mercati finanziari internazionali e, se voi non ripagate Federconsorzi, la comunità finanziaria internazionale ne terrà conto. Ma fu una ritorsione di pressione, di parole (…)., perché poi in realtà, come lei sa, le cose andarono in un certo modo.

(…) Certamente però questa ritorsione fu abbastanza forte nel caso di Agrifactoring perché molte banche straniere decisero, almeno temporaneamente, di chiudere le linee di credito alla BNL.

(…) la postergazione si aveva solo nel caso di Agrifactoring. Quella postergazione in generale la negoziai io stesso tramite un importante banchiere.

(…) Le banche estere esercitarono pressioni nei confronti della BNL per ottenere la soddisfazione dei loro crediti.

(…) Le banche straniere fecero un'enorme pressione sulla BNL e sul sistema bancario italiano.

(…) Ritenevano infatti che nel sistema bancario mondiale non si fosse mai verificato che alcune banche lasciassero cadere una propria società, anche senza aver concesso la fideiussione. Era una questione deontologica, tanto più che la BNL era la banca del Ministero del Tesoro; ciò rendeva il tutto ancora più inammissibile. Quindi, fu esercitata una forte pressione sulla BNL affinché si assumesse la responsabilità del pagamento di tutti i crediti".

La soluzione del problema fu la seguente, sempre nella ricostruzione del presidente dell’AIBE: "(…) (…) In realtà pPoi queste banche azioniste, BNL, Banco di Santo Spirito e le altre, accettarono di postergare i loro crediti in favore degli altri creditori, anche perché loro stesse erano finanziatrici di Agrifactoring, e ciò fu considerato un primo passo verso la riconciliazione del sistema bancario internazionale nei confronti della BNL.

(…) Tutto il sistema delle banche internazionali chiese che le banche italiane si assumessero l'onere di rimborsare i crediti, al punto che molte banche estere avevano unilateralmente interrotto i rapporti con la BNL arrivando perfino a sospendere certi crediti. Una volta che la BNL e le altre banche accettarono e avviata la procedura si ristabilirono rapporti di lavoro corretti.

(…) Possiamo affermare che, da un lato, c'è stata una pressione nei confronti dello Stato italiano per quanto riguarda la Fedit, dall'altro, c'è stata una pressione su BNL per quanto riguarda Agrifactoring".

(…) La costituzione di SGR e il fatto che questa avrebbe pagato il 40 per cento, un ammontare tale che consentiva alla liquidazione di pagare almeno il 40 per cento in tempi molto più brevi rispetto ad una procedura concorsuale normale, fu visto positivamente dalla banche estere, anche se decisero di non partecipare al capitale. Non ci fu assolutamente alcuna mediazione politica, fu una negoziazione tra creditori, che era il sistema bancario, e debitori.

(…) Per quanto concerne Agrifactoring il momento di distensione dei rapporti, che io sappia, avvenne quando le banche decisero di postergare i propri crediti e quando anche le altre banche italiane, che non erano azioniste di Agrifactoring, decisero di postergare, in parte, i loro crediti in favore delle banche estere.

(…) Il progetto SGR fu presentato alle banche estere che, pur decidendo di non partecipare assolutamente all'azionariato di SGR, aderirono all'idea generale. Di fatto però non vi furono negoziazioni tra banche estere e SGR sull'ammontare dei crediti da rimborsare. In realtà la SGR fu presentata come una società costituita dalle banche che accettavano di trasformare i propri crediti in azioni SGR. Si ritenne che lasciar giacere, troppo a lungo non gestiti, attivi di un certo valore - e una prima difficoltà fu proprio quella di darne una valutazione precisa - avrebbe causato una svalutazione dei beni. Quindi le banche disponibili ad effettuare l'operazione potevano accettare di trasformare i loro crediti in azioni SGR con l'obiettivo di arrivare perfino ad un rimborso superiore a quanto si poteva ipotizzare attraverso una gestione attiva di SGR.

(…) Banca Nazionale del lavoro affermava di essere un creditore di Agrifactoring e quindi anch'essa vittima del dissesto Federconsorzi. Questa era la linea di difesa della Banca Nazionale del lavoro: non è stata BNL a mandare a picco Agrifactoring ma quest'ultima è vittima di Federconsorzi.

In realtà, Agrifactoring era creditore in larga misura di Federconsorzi e il dissesto di Agrifactoring in larga misura è connesso a quello di Federconsorzi. Quella dunque era la linea di difesa: il vero responsabile era dunque il caso Federconsorzi e non Banca Nazionale del lavoro.

(…) Di fatto, poi, ci fu un periodo, dal '90 al '95, in cui il rating della Repubblica italiana fu addirittura diminuito da parte delle agenzie internazionali, non solo per problemi di bilancio, di deficit pubblico, eccetera, ma anche per il comportamento delle autorità italiane in certe vicende. Per cui l'argomentazione nel caso di Federconsorzi fu quella che dicevo.

(…) E' vero, lo Stato italiano non aveva dato garanzie per Federconsorzi; Nel caso specifico lo Stato italiano diceva: siete voi che avete in qualche modo interpretato il coinvolgimento dello Stato italiano, ma non è così di fatto.

(…) la costituzione di SGR (…) fu una novità della quale ebbi conoscenza, almeno nella sua idea originale, fin dall'inizio perché, se ricordo bene, veniva dal dottor Roveraro, che allora era presidente di Akros Spa - Milano.

(…) Ricordo che fummo convocati a questa riunione dal professor Capaldo e dal dottor Geronzi che ci annunciarono l'idea della costituzione di SGR.

Vi fu, dunque, una duplice pressione, da un lato, nei confronti dello Stato italiano per quanto riguarda la Fedit, dall'altro, sulla Banca nNazionale del lavoro per la vicenda Agrifactoring.

In sintesi le Va osservat Aa giudizio della Commissione , che le banche estere, che riflettevano una opinione del sistema bancario italiano. P, puur conoscendo bene la natura di privata cooperativa della Federconsorzi, e chiedevano, sulla base del ruolo svolto da essa nel settore agricolo, del controllo pubblico cui era soggetta e del legame tra la Fedit ed i Ministri dell’agricoltura, chiedevano una privilegiata garanzia governativa, che aveva un carattere esclusivamente politico ed era palesemente perché del tutto infondata dal punto di visto giuridico ed anzi gravemente lesiva del principio di parità tra i creditori.

Negli scritti delle banche giapponesi indirizzati al gGoverno si minacciava esplicitamente una ritorsione al mancato pagamento da parte dello Stato dei debiti Fedit, sotto forma di chiusura alle richieste di credito di enti pubblici italiani, da parte dei mercati internazionali.

La debolezza strutturale della economia italiana del tempo rendeva più temibili le minacce.

Il ministro Goria non si piegò né poteva piegarsi alla ingiusta richiesta. prevaricazione che Forti furono le preoccupazioni della va fortemente anche la Banca d'Italia che nulla di diverso, però, poteva e doveva fare.

Fu il sistema bancario italiano, come si vedrà di seguito, a corrispondere, in parte, alle loro richieste delle banche estere privilegiandole, con notevole sacrificio, nel riparto er sistemare prima di tutto la questione Agrifactoring.come si vedrà di seguito.


3. Il ruolo della Banca d’Italia


Come è stato evidenziato nel capitolo precedente, il credito erogato complessivamente alla Federconsorzi, alle società da questa controllate ed ai consorzi agrari era pari, alla data del 31 marzo 1991, anteriore di un mese e mezzo circa al commissariamento, a circa ottomila miliardi..

La cifra, ricavata dalle segnalazioni alla centrale rischi, comprende i crediti derivanti dalle cambiali agrarie riscontate presso la Banca d’Italia, ma non comprende i crediti delle filiali estere di banche italiane e delle società finanziarie controllate dalle banche italiane ed in particolare, quindi, dell’Agrifactoring sSpa, che da sola vantava, nei confronti degli stessi soggetti un credito superiore a mille miliardi.

Tenuto conto della ricaduta dei rischi, l’affidamento complessivo si deve, quindi, stimare in oltre novemila miliardi.

A fronte di una tale entità di affidamenti tutti, salvo che la trascurabile cifra di 36 miliardi, non garantiti, se non genericamente dal patrimonio degli affidati, la Commissione si è chiesta se vi fu, da parte della Banca d’Italia, esercizio adeguato dei suoi poteri-doveri di vigilanza.

Per rispondere correttamente all’interrogativo sono necessarie due premesse: in forza delle norme allora ed ora vigenti, alla Banca d’Italia non competeva sindacare il cosiddetto merito creditizio, e cioè esprimersi preventivamente o successivamente sulla opportunità della concessione e sulla natura e qualità degli affidamenti e seguire l’evoluzione del rapporti, ma vigilare sul rispetto delle regole da essa stessa dettate a tutela dell’integrità del patrimonio; la Federconsorzi non costituiva un "gruppo" in senso tecnico e, pur esercitando il credito agrario, non costituiva un gruppo bancario.

La posizione ufficiale della Banca d’Italia sul tema è stata esposta alla Commissione il 12 ottobre 1999, nel corso dell’audizione dal dottor Claudio Clemente, direttore principale del Servizio vigilanza sugli enti creditizi, che si è richiamato correttamente ai concetti sopra esposti: "Le autorità creditizie esercitano i poteri di vigilanza ad esse attribuiti dalla legge, avendo riguardo alla sana e prudente gestione dei soggetti vigilati, alla stabilità complessiva, all'efficienza e alla competitività del sistema finanziario, nonché all'osservanza delle disposizioni in materia creditizia. Questo principio determina un quadro di riferimento che presuppone la natura eminentemente imprenditoriale dell'attività bancaria, criterio cardine al quale le autorità amministrative improntano l'intera azione di vigilanza.

(…) Compito della Banca d'Italia è valutare essenzialmente la loro capacità di fronteggiare i rischi assunti e l'impatto che l'eventuale deterioramento dei crediti può determinare sulla stabilità dei singoli intermediari, sul sistema bancario e, in ultima analisi, sull'economia nel suo complesso. (…) Il metodo di supervisione si è andato evolvendo, sin dalla seconda metà degli anni Ottanta, in senso "prudenziale", basato cioè sulla identificazione di regole generali che definiscono l'ambito entro il quale si esplica l'autonomia imprenditoriale (…) nell'ambito di questa cornice regolamentare è sottoposto a vaglio il complessivo grado di equilibrio delle banche. La rischiosità insita nella concessione di finanziamenti viene in particolare contenuta entro limiti calcolati rapportando al patrimonio aziendale il complesso dei crediti erogati dalle banche, ponderato secondo opportuni coefficienti (…)".

Affrontando il merito della questione, il dottor Clemente ha dichiarato: "Con riferimento al rispetto delle disposizioni di vigilanza, una verifica effettuata nella fase attuale, ormai a quasi dieci anni di distanza rispetto a quei momenti, ci indica che le esposizioni che le banche segnalavano nei confronti della Federconsorzi, a livello individuale, non superavano i limiti previsti dalla vigilanza in termini di coperture patrimoniali e in termini di concentrazione del rischio. Sto parlando di limiti generali riferiti all'intero sistema delle banche di cui è possibile effettuare un'analisi statistica.

Come pure ho detto nella relazione, le banche che risultavano esposte nei confronti della Federconsorzi non hanno subìto, in conseguenza della sua crisi, danni tali da mettere a repentaglio la loro stabilità.

(…) La crisi della Fedit non ha pregiudicato la stabilità di alcuna delle banche esposte.

L'esposizione delle singole banche nei confronti della Federconsorzi non era tale da generare un problema di stabilità. Vi sono state diverse situazioni di crisi tra le banche, ma posso affermare che nessuna di queste è riconducibile alla vicenda Federconsorzi.

(…) Devo anche dire che, dal 1991 ad oggi, la strumentazione a disposizione della Banca d'Italia è profondamente cambiata. In particolare, nel 1992, con il recepimento della seconda direttiva comunitaria, sono state introdotte nuove regole di vigilanza, che tra l'altro fanno riferimento al gruppo bancario nel suo complesso e non solo alle singole aziende; successivamente, nel 1993, il testo unico bancario ha consentito di riformulare in maniera sostanziale molti degli strumenti a disposizione della vigilanza".

Alla domanda se il sistema bancario e la Banca d'Italia avessero avuto dei segnali tecnici delle gravi difficoltà della Fedit prima del commissariamento del 17 maggio 1991, il rappresentante della Banca d’Italia rispondeva:

(…)"Direi di no, non avevamo indicazioni negative da parte del sistema, perché il sistema non classificava la Federconsorzi come "sofferenza" nelle segnalazioni di vigilanza. Non avendo la Banca d'Italia una responsabilità di controllo sulle imprese non bancarie, non finanziarie, la conoscenza della situazione di tali imprese è mediata attraverso le informazioni che arrivano dal sistema bancario; la Federconsorzi non era qualificata come sofferenza, quindi la recuperabilità dei crediti che la riguardavano non risultava messa in dubbio da parte di nessuna azienda di credito.".

L’assunto coincide, sul piano generale, con quanto complessivamente accertato dalla Commissione con riferimento temporale all’anno 1990.

Considerando che l’attività di vigilanza della Banca d’Italia si concretizza in ispezioni periodiche nei confronti dei singoli istituti e che il rispetto delle istruzioni di vigilanza ne costituisce oggetto indefettibile, si è verificato se, nel corso di singole attività ispettive, vi fossero anomalie.

Sul punto la risposta del dottor Clemente è stata le seguente: "ma non risulta che nel corso di ispezioni siano stati sollevati problemi (in relazione all'affidamento della stessa effettuato dalle banche nel periodo immediatamente precedente al suo commissariamento), sull'eventuale ridotta dimensione della garanzia rispetto all'affidamento; tale circostanza è possibile attribuirla anche alla particolare funzione svolta dalla Federconsorzi nell'ambito del sistema dei consorzi agrari, all'insieme delle garanzie implicite che per la Federconsorzi derivavano da crediti nei confronti dello Stato. Però esprimo a questo punto una valutazione personale".

La Commissione, nell’intuitiva impossibilità di sottoporre ad esame le risultanze di tutte le attività ispettive e nel prendere quindi atto di quanto dichiarato dal rappresentante della Banca d’Italia, non può, tuttavia, esimersi dal rilevare che gli affidamenti alla Federconsorzi, se non superavano i limiti di vigilanza, non potevano tuttavia non costituire, in particolare per le banche di non grandi dimensioni, parte considerevole di rilievo degli impieghi che avrebbero potuto essere meglio monitorati, sotto il profilo delle implicite potenzialità negative.

Se ne deduce che la crisi della Federconsorzi colse di sorpresa la stessa Banca d’Italia che, solo dopo il commissariamento, condusse una indagine per accertare l’impatto sul sistema del grave indebitamento dell'organizzazione Fedit-consorzi agrari.

A crisi dichiarata la Banca d’Italia fu chiamata ad occuparsi della questione della Fedit, non solo per i riflessi dell’indebitamento sul sistema interno, ma anche per quelli sul mercato internazionale e sulla valutazione complessiva di affidabilità del "sSistema Italia".

"Come sempre accade in questi casi - ha riferito il dottor Clemente -, la Banca d'Italia è stata sollecitata da organismi internazionali, banche, specie estere, società di rating, ad assumere un ruolo diretto nella vicenda, ruolo che la Banca centrale, coerentemente con le proprie funzioni istituzionali, non poteva avere (…).

Era comunque ben presente l'esigenza di preservare il clima di fiducia sui mercati: vennero così mantenuti aperti canali di comunicazione con i vari soggetti che avevano interessato la Banca d'Italia.

In diverse occasioni fu rappresentato a esponenti del sistema bancario italiano e internazionale che la valutazione del merito di credito della Federconsorzi non poteva essere fondata sul convincimento che essa costituisse di fatto un organismo pubblico e che lo Stato italiano si sarebbe accollato le perdite di gestione o sarebbe comunque intervenuto a sostegno della Fedit".

La Banca d’Italia ebbe un ruolo anche nella vicenda SGR.

A tale proposito il dottor Clemente ha affermato il dottor Clemente: "La Banca d'Italia non esercita un ruolo attivo nelle procedure finalizzate alla risoluzione delle crisi di impresa; spetta ai creditori infatti individuare le modalità operative e i criteri reputati più idonei a meglio tutelare i propri diritti. La disciplina attualmente in vigore stabilisce che le banche possono, ove lo ritengano conveniente, trasformare in capitale di rischio i crediti vantati nei confronti di soggetti in crisi, nel rispetto di una specifica procedura (…). Le banche debbono soltanto notificare tali interventi alla Banca d'Italia.

(…) Anche all'epoca dell'operazione SGR le iniziative avviate dalle banche per recuperare i crediti non erano assoggettate a specifici interventi autorizzativi, contrariamente a quanto stabilito in via generale dalle disposizioni emanate dalla Vigilanza in materia di partecipazioni. La possibilità delle banche di acquisire partecipazioni nel capitale di imprese era infatti circoscritta ad una puntuale tipologia riconducibile, in definitiva, a soggetti esercenti attività bancaria, ovvero attività collaterali o funzionali a questa, ed era sottoposta alla preventiva autorizzazione della Banca d'Italia. Il rilievo di azioni finalizzato ad agevolare il recupero dei crediti ovvero a una migliore tutela dei diritti delle banche poteva essere invece liberamente effettuato, prescindendo dalla natura dell'attività svolta dal soggetto partecipato e da adempimenti autorizzativi; in tali casi si richiedeva soltanto una comunicazione alla Vigilanza (…). In base alle informazioni comunicate dal Banco di Santo Spirito alla Banca d'Italia nel maggio del 1992, l'iniziativa prevedeva l'istituzione, da parte di una decina dei maggiori creditori, di una società per azioni con un capitale sociale di 30 miliardi di lire da sottoscrivere in proporzione ai rispettivi crediti. La società avrebbe avuto per oggetto la gestione, l'affitto, l'acquisto, la vendita di attività immobiliari e mobiliari, nonché il compimento di qualsiasi operazione finanziaria ad esso finalizzata, ivi compresa, l'acquisizione e la cessione di partecipazioni. All'iniziativa avrebbero potuto prendere parte, ove l'avessero ritenuto conveniente, anche altri soggetti creditori della Federconsorzi. La società si sarebbe resa cessionaria delle attività della Fedit, per la quale era stata avviata la procedura di concordato preventivo con decreto del tribunale di Roma del luglio 1991 (…). Le motivazioni dell'iniziativa venivano identificate nella possibilità di assicurare una più efficace tutela delle ragioni creditorie delle banche interessate, altrimenti destinate a subire le dispersioni connesse con i lunghi tempi di realizzo e con gli oneri di una procedura concordataria che si profilava di rilevante complessità e durata. Come precisato nell'informativa rassegnata dalle banche, al rilievo da parte della società dei beni della Fedit si sarebbe dato corso solo subordinatamente all'omologa del concordato preventivo, procedura concorsuale nell'ambito della quale il progetto necessariamente andava a inscriversi.

(…) Dell'intervento delle banche nel capitale della società di smobilizzo la Banca d'Italia prese nota nel giugno del 1992. In tale sede si precisò - in ossequio al principio della natura imprenditoriale dell'attività bancaria sulla quale mi sono poc'anzi soffermato - che ogni valutazione e connessa responsabilità sui vari profili della iniziativa non poteva che far carico esclusivamente ai competenti organi aziendali.

(…) La costituzione e l'acquisizione di pacchetti di azioni della SGR da parte del sistema bancario era un'operazione che le banche potevano realizzare liberamente, in quanto sottratta alla normativa generale di vigilanza in materia di partecipazioni. Le banche avevano il solo obbligo di notificare l'esigenza di sottoscrivere il capitale della SGR alla Banca d'Italia, cosa che hanno fatto e a cui si è dato esito con una lettera in cui si prendeva atto della costituzione della SGR, esattamente nel giugno del 1992. Nella lettera veniva ribadito, altresì, che l'operazione era liberamente assumibile, che tutte le scelte di merito riguardavano le aziende e, inoltre, che l'operazione si inquadrava in una procedura concorsuale".

Tuttavia, ad avviso della Commissione, l’importanza dell’operazione, non certo abituale, era tale che la BbBanca d’Italia non ebbe avrebbe in nessun caso potuto avere la funzione meramente notarile accreditata dal suo rappresentante.

L’eventuale opposizione della Banca d’Italia avrebbe sicuramente fatto naufragare il Piano Capaldo: è ben difficile ipotizzare una sfida all’Istituto da parte delle banche interessate all’operazione.

Se ne deduce può dedurre che in realtà la Banca d’Italia fu favorevole al progetto di cui non valutò sembra forse aver valutatoappieno tutte le possibili implicazioni.