Relazione sulla Federconsorzi/VI

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Il commissariamento

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V VII


Capitolo Sesto

Il commissariamento

1. Premessa

Il commissariamento della Federconsorzi ha posto alla Commissione molteplici interrogativi alcuni dei quali sembrano aver trovato risposte soddisfacenti nelle risultanze dell'inchiesta.

Per altri è solo possibile formulare ipotesi.

Le principali domande che la Commissione si è posta sono: se il commissariamento della Fedit fu deciso in base a ragioni reali di natura economica e finanziaria che l'imponevano; se invece fu il frutto di scelte o decisioni di natura, del tutto od in parte, politica; quali esse furono e quali finalità perseguivano; se fu correttamente e adeguatamente gestito; se l'epilogo nella richiesta di concordato preventivo era previsto e voluto; se vi fu un legame di preordinazione funzionale tra il commissariamento ed il successivo rilievo dei beni della Fedit da parte della SGR.


2. Il cammino verso il commissariamento

Nella parte della presente relazione dedicata al tema della vigilanza ministeriale sui consorzi agrari e sulla Federconsorzi, si è posto in evidenza come, negli anni 1988-1989, la condizione della Federconsorzi fosse tale da suscitare la preoccupazione del ministro dell’agricoltura pro tempore, onorevole Mannino, e l’attenzione del presidente del Consiglio, onorevole De Mita.

La questione di un eventuale commissariamento della Federconsorzi non si propose tuttavia prima dell’anno 1990.

Il ministro Mannino ha, infatti, smentito di aver mai discusso con l’onorevole Arcangelo Lobianco del commissariamento della Federconsorzi, come riferito dal settimanale "Terra e vita" del gennaio-febbraio 1998.

Durante il ministero dell'onorevole Mannino, attraverso il conferimento dell’incarico di nuovo direttore generale al dottor Silvio Pellizzoni, la Coldiretti, d’intesa con la Confagricoltura, diede vita ad un tentativo di risanamento interno e di rilancio della Federconsorzi, che era sostanzialmente ispirato dalla finalità di razionalizzare e rendere più efficiente la gestione, senza, tuttavia, modificare la struttura del sistema.

Nell'anno che precedette il commissariamento furono elaborati dal gruppo dirigente della Fedit progetti di ristrutturazione del sistema Federconsorzi-consorzi, nessuno dei quali fu realizzato.

La Commissione li giudica, tuttavia, di rilievo, in quanto sembrano costituire la base dei progetti lanciati contestualmente al commissariamento.

Nel loro contenuto e nelle loro implicazioni si può rinvenire, inoltre, una chiave di lettura delle determinazioni assunte dal ministro Goria.

Nel settembre del 1990 fu costituita, ad iniziativa della Fedit e con la sua partecipazione, la Agrifin spa, società finanziaria di partecipazione con partners pubblici e privati del sistema agro-alimentare, che segnava l'inizio di una collaborazione con associazioni di cooperative anche di diversa ispirazione politica, la Lega delle cooperative agricole A.n.c.a., la Confcooperative e l'Agica-Generalfina.

L'Agrifin non giunse, tuttavia, mai ad uno stadio operativo.

Fu ben presto palese, infatti, che interventi settoriali o marginali non sarebbero stati sufficienti a risollevare le sorti della Federconsorzi ed a rilanciarla.

Ad avviso degli amministratori della Federconsorzi, erano necessarie, per risolvere i problemi dell’indebitamento e degli oneri finanziari, sinergie strategiche con il sistema creditizio e contributi esterni ma, soprattutto, si palesava indispensabile ed indifferibile una modifica strutturale.

Fu quindi elaborato un progetto che faceva perdere alla Federconsorzi la sua connotazione storica di società cooperativa di secondo grado e la trasformava, di fatto, in una società per azioni.

L'intento era, dunque, da un lato di far fronte a quello che sinteticamente, qualche tempo dopo, sarebbe stato correttamente definito nel decreto di commissariamento "persistente squilibrio economico e finanziario", ma anche, e nello stesso tempo, di lanciare la nuova Federconsorzi.

Ciò si coglie con chiarezza, a giudizio della Commissione, nelle affermazioni del direttore generale della Fedit, dottor Pellizzoni, nel corso del Comitato esecutivo della Federconsorzi del 1° febbraio 1991, anteriore di soli tre mesi al commissariamento: "un ulteriore elemento di preoccupazione è dato dalla timorosa attenzione dimostrata dalle banche nei confronti dei CAP e della Federconsorzi.

Esse considerano la propria esposizione nei confronti del sistema Federconsorzi rischiosa, chiedono di analizzare i conti e i programmi e avvertono il limite della nostra azione costituito dall’assenza di azionisti finanziatori."

Nello stesso tempo, il dottor Pellizzoni elencava i fattori indispensabili che dovevano concorrere per assicurare successo al piano di risanamento:


la disponibilità di operatori industriali a porre in essere alleanze strategiche;


il sostegno di un pool di banche;


la volontà del paese di rivitalizzare la Federconsorzi.

Ascoltato in merito da questa Commissione, il dottor Pellizzoni ha precisato, nel corso dell'audizione del 9 novembre 2000, che la "timorosa attenzione" proveniva dalla Banca nazionale del lavoro che aveva mandato suoi uomini presso la Fedit ad esaminare conti e bilanci.

La disponibilità degli operatori economici era stata positivamente sondata dal dottor Pellizzoni che si era assicurato la disponibilità della Ferruzzi, nel corso di un colloquio che ha rivelato di aver avuto con Raul Gardini.

Per quanto concerne il versante bancario, il dottor Pellizzoni aveva preso contatti con l'Istituto San Paolo di Torino e soprattutto con la Cariplo, guidata in quel momento dal dottor Mazzotta, riscontrandone la piena disponibilità.

A giudizio della Commissione, le iniziative del dottor Pellizzoni erano ben conosciute dai massimi responsabili della Coldiretti e della Confagricoltura, apparendo impensabile che non fossero informati di questioni sulle quali il loro apporto decisionale sarebbe stato fondamentale.

D’altronde, nell'aprile del 1991, il Presidente della Cariplo manifestava pubblicamente l'interesse delle Casse di risparmio alla riorganizzazione e razionalizzazione del sistema consortile, previa trasformazione dei consorzi agrari in società per azioni.

Si muovevano, così, i primi passi verso la costituzione di un pool di banche che doveva consentire alla Federconsorzi di fronteggiare la debitoria mediante un "consolidamento", che richiedeva comunque l’apporto di capitali freschi e, nello stesso tempo, il sostegno finanziario al progetto della nuova struttura.

All’epoca, ministro dell'agricoltura era il professor Saccomandi, che non era un politico; il dottor Pellizzoni fu invitato, dall’onorevole Lobianco ad attendere l’insediamento di un Ministro più autorevole per trattare con le banche.

Il direttore generale della Fedit interruppe la sua azione.

La realizzazione del complesso progetto, sopra tratteggiato, richiedeva decisioni rapide e determinazioni che non sembravano potere essere espresse dal mondo federconsortile, del quale il direttore generale avvertiva l’opposizione sostanziale.

Fu così che, in una visione sostanzialmente dirigistica, per superare le resistenze ed accelerare i tempi, la nuova dirigenza della Fedit, ed in particolare il dottor Pellizzoni, maturò l'idea che, per avviare un programma di effettivo risanamento e trasformazione della Federconsorzi, fosse necessario commissariarla.

Il commissariamento era da lui considerato, sembra alla Commissione di comprendere, come una sorta di transitorio governo "dittatoriale" che, garantendo pieni poteri a chi fosse stato investito della funzione di commissario, avrebbe dovuto e potuto consentire di superare le resistenze - provenienti dalle organizzazioni sindacali, da alcune strutture interne e dagli organismi dei consorzi - che l'azione della dirigenza incontrava al progetto che riteneva salvifico.

Il dottor Pellizzoni ne parlò al professor Capaldo e all’onorevole Lobianco.

Il presidente della Coldiretti gli diede una diplomatica risposta interlocutoria, pervenendo in seguito ad una determinazione negativa. "Una volta - ha dichiarato alla Commissione l’onorevole Lobianco nel corso dell'audizione del 1° febbraio 2000 - mi venne a trovare il direttore generale della Federconsorzi, il dottor Pellizzoni, il quale venne a lamentarsi con me che il piano di risanamento che lui aveva proposto procedeva lentamente. E aggiunse che la stessa cosa avveniva nell'unificazione dei consorzi agrari, e via di seguito. Poi mi chiese che cosa io ne avrei pensato di un commissariamento. Io mi limitai a dirgli che ci avrei pensato sopra. Ma quando ci ho pensato, tra me e me, sono stato contrario perché non si trattava del commissariamento di un'azienda, ma di un sistema e quindi esso avrebbe bloccato il funzionamento di tutto il resto".

Nel frattempo maturava la scadenza della presentazione e dell’approvazione del bilancio relativo all’anno 1990 che, per la seconda volta consecutiva, si chiudeva in pareggio.

Si formava un nuovo Governo, presieduto dall’onorevole Andreotti; il 13 aprile 1991 l’onorevole Goria si insediava al Dicastero dell’agricoltura.


3. Il ruolo del ministro dell’agricoltura Goria

Il ruolo di protagonista di una breve ma decisiva stagione delle vicende della Federconsorzi, dal commissariamento fino alla richiesta di concordato preventivo, consiglia di tracciare un breve profilo del ministro dell'agricoltura Giovanni Goria.

Dalla sintetica ricostruzione delle tappe principali della sua carriera politica si ricava che si trattava di uno dei pochi politici dotato di specifiche conoscenze tecniche e di notevoli esperienze nel campo economico e finanziario.

Di ciò deve tenersi conto nel ricostruirne e valutarne l'operato che, comunque si voglia giudicare, non si può, in nessun caso, attribuire ad inesperienza o ad ingenuità.

Ed invero, Giovanni Goria, nato il 30 luglio 1943 ad Asti, laureato in economia e commercio, svolse una esperienza da economista dirigendo l’Ufficio studi e programmazione dell’amministrazione provinciale e della camera di commercio di quella città. Eletto deputato per la Democrazia cristiana nel 1976, nella circoscrizione di Cuneo-Alessandria-Asti, fu capo dell’Ufficio economico del presidente del Consiglio, onorevole Andreotti. Fece parte della Commissione finanze e tesoro della Camera dei deputati. Fu rieletto deputato, nella stessa circoscrizione, nel 1979. Fu sottosegretario al bilancio nei due Governi Spadolini, incarico dal quale si dimise perché chiamato a dirigere l’Ufficio economico della Democrazia cristiana. Nel 1982, fu nominato Ministro del tesoro e, nel 1988, Presidente del Consiglio. Fece sempre capo alla corrente della "Sinistra di Base".

La nomina dell'onorevole Goria a ministro dell’agricoltura, il 13 aprile 1991, fu accolta con prudenza dal presidente della Confagricoltura, onorevole Giuseppe Gioia (che era anche vice presidente della Federconsorzi), e salutata con entusiasmo dal presidente della Coldiretti, onorevole Arcangelo Lobianco, che dichiarò alla rivista "Terra e vita" (n. 16/91): "Mettendo da parte l’amicizia che mi lega a Goria devo sottolineare che la sua nomina ha colto in pieno le indicazioni che erano partite nei giorni scorsi quando chiedemmo una guida prestigiosa per il mondo agricolo".

Dinanzi a questa Commissione l’onorevole Lobianco ha confermato il suo appoggio iniziale, aggiungendo di essere stato lui a fare il nome di Goria in sede di assemblea dei Gruppi parlamentari della Democrazia cristiana, ai quali competeva l’indicazione dei candidati alla carica di Ministro.

È noto il peso che avevano le indicazioni della Coldiretti nella designazione del Ministro dell'agricoltura che, dal 1948, era sempre stato un democristiano.

La nomina dell’onorevole Goria fu accolta con pari, e forse maggiore, entusiasmo dal dottor Pellizzoni al quale la caratura tecnica e politica del nuovo ministro schiudeva prospettive di proficua collaborazione.

Rimane, tuttavia, dubbio se l’insediamento dell'onorevole Goria al Ministero dell’agricoltura era visto dalla Coldiretti come uno sostegno alle sole ipotesi di risanamento interno della Federconsorzi od anche alla trasformazione ed al rilancio del sistema.


4. Gli eventi immediatamente antecedenti il commissariamento

Il 30 aprile 1991 l'Assemblea della Federconsorzi approvò il bilancio relativo all'anno 1990, che si chiuse in pareggio.

I lavori furono aperti dal tradizionale messaggio del presidente della Coldiretti, onorevole Lobianco, che sembrò auspicare, per la prima volta nella storia dell’organizzazione, una apertura al mondo esterno: "(…) E' indispensabile procedere con attenzione al rapido evolversi degli assetti strutturali e di mercato all'interno del sistema agro-alimentare (…) il patrimonio di uomini, di esperienze, di tecnologia e di strutture che in questi anni il sistema Federconsorzi ha saputo creare, deve essere ricollocato in quella nuova realtà (…)".

L'onorevole Lobianco sembrava arroccarsi, tuttavia, in una posizione di rigida difesa dell'assetto organizzativo, che altri all'interno della Democrazia cristiana, come i ministri Pandolfi e Mannino e, ciò che più conta, come il ministro Goria, consideravano anacronistico e ritenevano del tutto superato.

Aggiungeva infatti: "(…) L'attualità della Federconsorzi e della sua formula organizzativa (…) va salvaguardata (…) tutta la Coldiretti è impegnata affinché una formula associativa così rilevante per l'agricoltura italiana sia non solo salvaguardata da ogni tentativo di snaturamento ma, diversamente, sia proiettata nelle dinamica realtà economica nazionale e comunitaria".

L'incalzare degli eventi, di lì a qualche giorno, trasformò le parole dell’onorevole Lobianco in una sorta di epitaffio della Federconsorzi, rendendo palese, a giudizio della Commissione, l'ostinazione della Coldiretti a conservare un sistema di potere, per quasi cinquant'anni impenetrabile, irreversibilmente superato, nella sua consistenza economica e finanziaria, proprio dalle leggi, inflessibili, di quel mercato nazionale e comunitario, cui voleva molto cautamente aprirsi.

La Coldiretti perseguì fino all'ultimo la via del salvataggio politico mediante l’utilizzo di risorse pubbliche, ma non ebbe successo.

Previa intesa con i rappresentanti di alcune forze politiche, tentò di far inserire i consorzi agrari tra i beneficiari degli stanziamenti governativi in favore dell’agricoltura, previsti da un disegno di legge allora in discussione in sede deliberante dinanzi alla Commissione agricoltura del Senato.

Il senatore Micolini, allora vice presidente della Coldiretti, aveva presentato un emendamento che avrebbe assicurato ai consorzi circa un terzo delle provvidenze.

Insorse il senatore Fabbri del Partito socialista italiano che, con l’appoggio di esponenti della maggioranza e dell’opposizione, fece rimettere l’esame del provvedimento all’Assemblea e, di fatto, fece fallire l'operazione.

Il bilancio della Federconsorzi, approvato, come sempre, all'unanimità all'Assemblea, a riprova del carattere sostanzialmente monolitico dell'intera organizzazione (Federconsorzi, consorzi agrari, Coldiretti), fu trasmesso al Ministro dell'agricoltura per il visto formale che mai era mancato.

Si trattava di un bilancio che, nonostante si chiudesse in pareggio, rifletteva in realtà una situazione talmente grave da indurre lo stesso direttore generale Pellizzoni, in una nota intitolata "I problemi da affrontare con estrema urgenza", a rilevare: "I problemi straordinari di natura strutturale e finanziaria che si evincono dal bilancio 1990 e dal suo commento, riguardano la percorribilità del piano di risanamento e rilancio (...). I provvedimenti da adottare devono essere tali da porre la federazione nella condizione di operare in maniera stabile.

Sarebbero pertanto dannose soluzioni solo temporanee che si limitassero, di fatto, a rinviare i problemi (…) il piano operativo e le relative modalità di attuazione (…) non possono da soli risolvere i problemi senza il supporto di azioni di carattere finanziario ormai di natura straordinaria (…) che potranno implicare sinergie strategiche con il sistema creditizio e contributi esterni, in modo da avviare a soluzione i problemi dell'indebitamento e degli oneri finanziari ormai divenuti difficilmente gestibili".

In assenza del Ministro, il bilancio fu sottoposto al sottosegretario che lo sostituiva, l’onorevole Noci, socialista, che non lo vistò e lo rimise al ministro.

L’onorevole Noci, ascoltato nella seduta del 22 febbraio 2000, ha così riferito alla Commissione, che gli ha sottoposto la tesi secondo la quale egli avrebbe immediatamente nutrito sospetti sulla veridicità e correttezza del bilancio e, consultati degli esperti, i quali avrebbero confermato i suoi sospetti, si sarebbe rifiutato di apporre il visto, riferendone a Goria: "Non consultai nessuno (…) - ha affermato - quando sul tavolo (…) giunse quel bilancio (…). Non ero nelle condizioni; in primo luogo la firma spettava al Ministro, toccava a lui; in secondo luogo, non ero onestamente ben predisposto nei confronti della Federconsorzi, sbagliando (…). Non entrai nel merito del problema. Seppi solo dopo qualcosa, prima no".

Al suo rientro presso il Ministero, Goria si trovò, quindi, ad affrontare la questione che non poneva tuttavia, apparentemente, problemi immediati, perché si trattava pur sempre di un bilancio chiuso formalmente in pareggio.

L'onorevole Goria sapeva tuttavia, al pari degli amministratori e dei sindaci della Federconsorzi, dell’onorevole Lobianco, del professor Capaldo e di altri, che la situazione finanziaria era molto più compromessa di quanto ufficialmente non si dichiarasse e assunse subito la decisione di intervenire.

Non è dato sapere se la sua consapevolezza fosse precedente l'assunzione della carica e se quindi, accettando il Ministero, fosse al corrente che si sarebbe trovato ad affrontare il problema Fedit o se invece fu informato subito dopo il suo insediamento.

Certo è che conosceva bene uno dei problemi della Federconsorzi e dell’intero sistema poiché, già nel 1985, quando era Ministro del tesoro, aveva previsto nella legge finanziaria una spesa di 1.713 miliardi per far fronte al debito dello Stato nei confronti della Fedit e dei consorzi per la gestione degli ammassi.

Egli inoltre ben conosceva l'importanza della Fedit nel sistema agroalimentare italiano ed il peso politico della rappresentanza parlamentare, ancora di tutto rispetto, della Coldiretti.

Nello stesso tempo gli si prospettava - a giudizio della Commissione - una straordinaria opportunità di rilancio politico, che poteva passare attraverso l’apertura dell’organizzazione federconsortile all’apporto delle forze e delle organizzazioni di sinistra ed attraverso la gestione della ristrutturazione di una parte preponderante dell’intero comparto agro-industriale italiano.

Il Ministro parlò della situazione con l’onorevole Lobianco che ha riferito del colloquio alla Commissione nella seduta del 1° febbraio 2000: "Avevo incontrato il ministro Goria qualche giorno prima del commissariamento, mi aveva fatto presenti alcune sue preoccupazioni, ma non mi aveva parlato di commissariamento".

Il Presidente della Coldiretti ha fornito maggiori dettagli al pubblico ministero di Perugia il 4 settembre 1996 dichiarando: "Quando il ministro Goria si insediò mi recai da lui per prospettargli quale era la situazione della Fedit, poiché in precedenza un tentativo di inserire il sistema consortile nel progetto di finanziamenti per la cooperazione (300 miliardi all'anno per 5 anni) era fallito (cfr. supra) per l'opposizione principalmente dei socialisti, in particolare del senatore Fabbri, nonché in parte della Lega delle Cooperative, principalmente quella di ispirazione socialista.

Eravamo intorno all'aprile '91 e il giorno 30 si tenne l'assemblea di Federconsorzi per il rinnovamento delle cariche e l'approvazione del bilancio.

Qualche giorno dopo l'assemblea ebbi un nuovo colloquio con Goria, il quale si mostrò riservato e preoccupato per la situazione finanziaria di Fedit. Io gli esposi che la pur notevole esposizione debitoria era ampiamente coperta dal patrimonio e che le difficoltà finanziarie, dovute principalmente al fatto che Fedit pagava i fornitori al più entro 90 giorni, incassando dagli agricoltori ad un anno, non avevano impedito di adempiere tutti i pagamenti correnti con puntualità.

Aggiunsi anche che era in corso una ristrutturazione del sistema consortile e in preparazione un piano di dismissione come desumibile anche dalla Relazione al bilancio'90, per ovviare alla situazione.

Riproposi al ministro l'opportunità di abbinare alla politica, che Fedit intendeva comunque portare avanti per il risanamento, anche provvedimenti governativi di sostegno per indurre le banche ad allungare i termini di rientro rinegoziando i tassi con eventualmente un contributo da parte dello Stato sugli interessi. Ebbi la sensazione che avesse già preso delle decisioni, anche se non riuscivo a capire come potesse un ministro insediato mi pare a marzo e senza una men che minima istruttoria, basandosi soltanto sul bilancio, prendere decisioni come quella di commissariare pochi giorni dopo la Fedit".

Appare evidente alla Commissione, quindi, che il colloquio o i colloqui che l’onorevole Lobianco ebbe con il Ministro furono per lui del tutto insoddisfacenti.

Il suo tentativo di rassicurare il ministro Goria sull’efficacia del progetto interno di risanamento non ebbe evidentemente successo, se ne ricavò l’impressione che il Ministro avesse preso delle decisioni che non erano quelle che si aspettava, e che gli aveva sottoposto, perché in tal caso avrebbe riportato una ben diversa sensazione di completa concordanza.

Il commissariamento costituiva una delle possibili decisioni che l’onorevole Goria poteva prendere e, dunque, se non fu discusso, come si potrebbe pur ipotizzare, esso fu sicuramente evocato e cominciò ad essere temuto dall’onorevole Lobianco.

Il Presidente della Coldiretti si trovava, così, stretto tra la richiesta che veniva dall’interno della Fedit ed una possibile conforme iniziativa del Ministro, il quale mostrava, a giudizio della Commissione, di voler operare in piena autonomia, escludendo la Coldiretti dalla decisione tecnica e politica e dal controllo della gestione commissariale.

E’ evidente come tutto ciò fosse inaccettabile per l’onorevole Lobianco che aveva sostenuto la nomina del ministro Goria con ben diverse aspettative e che poteva forse giungere ad arrendersi alla ineluttabilità del commissariamento, solo se avesse potuto gestirlo e controllarlo per poi dirigere anche la fase del riassetto del sistema.

L’azione politica del Ministro e quella dell’onorevole Lobianco, si divaricarono, a giudizio della Commissione, subito.

Il ministro Goria si determinò al commissariamento della Federconsorzi, traendo lo spunto tecnico dal risultato dell’esercizio 1990, avvalendosi della conoscenza della reale situazione e perseguendo le finalità politiche sopra indicate.

Nel frattempo, l’onorevole Lobianco tentava strade diverse ottenendo dall’allora ministro del bilancio, l'onorevole Cirino Pomicino, l’impegno ad inserire nella imminente legge finanziaria per il 1991, lo stanziamento dei fondi necessari per il pagamento alla Fedit dei crediti miliardari che essa vantava nei confronti del Ministero dell’agricoltura.

L’onorevole Cirino Pomicino ha infatti dichiarato al pubblico ministero di Perugia il 25 settembre 1996: "(…) Ricordo che nell’aprile 1991 Lobianco si rivolse a me sottoponendomi principalmente i problemi finanziari della Fedit con riferimento ai debiti che lo Stato aveva nei riguardi della stessa e sollecitando altresì agevolazioni fiscali per i consorzi agrari e per i coltivatori diretti, a loro volta debitori sempre verso la Fedit. I debiti dello Stato e a cascata dei consorzi verso la Fedit erano in larga parte motivati dalla questione degli ammassi. In quella occasione assicurai l’on. Lobianco di avere la massima attenzione verso le questioni prospettate, al fine di poter intervenire con la legge finanziaria, che sarebbe stata varata di li a qualche mese".

Va osservato che in quel momento non si parlava per nulla del commissariamento della Fedit nel mondo economico, finanziario e politico in generale.

Il problema era vissuto in tutta la sua drammaticità solo da chi sapeva.


5. L’iniziativa del ministro Goria

Molti erano in attesa di ciò che sarebbe successo, dal momento che, contrariamente alla prassi, il ministro Goria continuava a non apporre la sua firma sulla relazione che corredava il bilancio 1990.

Egli ebbe un colloquio di natura tecnica con il professor Capaldo di cui conosceva, evidentemente, il ruolo presso la Federconsorzi, esternandogli il suo proposito di sottoporla a regime commissariale.

Ha ricordato il professor Capaldo nel corso dell'audizione del 20 aprile 1999: "Intorno all’aprile 1991, il ministro dell’agricoltura Goria, appena insediato, mi invitò ad esprimere un parere sulla situazione della Federconsorzi che, come egli stesso mi manifestò nel corso di quell’incontro, lo preoccupava molto, tanto da indurlo a ritenerne necessario il suo commissariamento. In quella occasione affermai che, per la conoscenza che avevo della Federconsorzi, sentivo di suggerire al Ministro di non procedere puramente e semplicemente al commissariamento. Anzi, dal momento che l’onorevole Goria era stato per molti anni Ministro del tesoro gli dissi che commissariare una istituzione come la Federconsorzi non era la stessa cosa che commissariare una banca dopo che la Banca d’Italia aveva trovato una soluzione. Quello che in sostanza intendevo sottolineare era il rischio che si poteva correre commissariando la Federconsorzi senza essere in possesso di un piano o di un programma preciso. Inoltre, rispetto alle ripetute manifestazioni di preoccupazione del ministro Goria, gli consigliai di predisporre una ispezione al fine di conoscere meglio la situazione, considerato anche che lo stesso statuto della Federconsorzi attribuiva espressamente questa facoltà al Ministro dell’agricoltura".

Il Ministro, dunque, affermò chiaramente che considerava il commissariamento come un provvedimento doveroso e necessario; ascoltò le osservazioni, di indubbia correttezza tecnica, del professor Capaldo ma, come si vedrà di seguito, non le recepì, se non nelle parte relativa ad un accertamento ispettivo, che attuò avvalendosi di due tecnici di sua fiducia estranei al Ministero.

Il ministro Goria, non è dato sapere se prima o dopo il colloquio con il professor Capaldo, ma ragionevolmente prima, fece quindi il passo più importante e politicamente decisivo: sottoporre il suo intendimento al presidente del Consiglio Andreotti per averne l’approvazione.

Il presidente Andreotti, ha infatti dichiarato, nel corso della sua audizione del 15 febbraio 2000, che il ministro Goria andò a parlargli del commissariamento della Federconsorzi: "Fui informato in via breve dal ministro Goria che la situazione della Federconsorzi era di grave crisi, perché dopo un lungo periodo nel quale le banche avevano avuto molta fiducia nei suoi confronti, anche con una certa larghezza, era sopraggiunto un atteggiamento di grande restrizione, praticamente di quasi impossibilità di contatti. In questa situazione Goria riteneva che, al fine di poter avere un colloquio tra Federconsorzi e banche, occorresse un fatto nuovo e che, comunque, la stessa situazione finanziaria interna della medesima Federconsorzi consigliasse il commissariamento".

Prima del colloquio, il presidente Andreotti volle aggiornare le sue conoscenze sulla Federconsorzi ed accertò che il Ministero dell'agricoltura aveva da poco "approvato" o più esattamente vistato il bilancio: "Io lo dissi a Goria - ha ricordato il senatore Andreotti - e Goria mi disse che a maggior ragione questo rendeva lui preoccupato e reputava indispensabile arrivare al commissariamento perché diceva che erano emerse queste situazioni."

L’importanza della questione indusse il Presidente del Consiglio a chiedersi se fosse necessario sottoporla al Consiglio dei ministri; ha affermato, infatti, il senatore Andreotti: "Di questa proposta parlai con qualcuno dei colleghi; ne parlammo anche con il Ministro del bilancio e con quello del tesoro e si ritenne che, essendo una competenza del Ministro dell'agricoltura, non fosse necessario far esaminare la proposta stessa dal Consiglio dei Ministri.

(…) D'altra parte si trattava di un aspetto abbastanza tecnico e quindi dicemmo al ministro Goria che, se quella era la valutazione del suo Ministero, non vi erano obiezioni da parte governativa, nemmeno relativamente alla procedura giuridica. Il Ministro quindi procedette alla nomina dei commissari che fu opera del suo Ministero senza valutazioni da parte della Presidenza del Consiglio".

Dal punto di vista politico, il presidente Andreotti ha rivendicato la corresponsabilità politica della decisione "l'ho deciso anche io; - ha affermato - ho dato la mia adesione. Ho detto a Goria che, se lo reputava necessario, non avevo alcuna obiezione da fare (…)".

Egli ha inoltre escluso che con il commissariamento della Fedit si volesse "dissolvere i consorzi agrari; anzi, si considerava questa un'opportunità per risanare la situazione finanziaria e rimettere i consorzi in condizioni di continuare. Non vi era cioè una critica concettuale ai consorzi agrari stessi, a parte alcune polemiche che ci potevano essere su alcuni aspetti particolari (…). L'argomento che sembrò decisivo da parte del Ministro era che, in quelle condizioni, non essendovi più la disponibilità delle banche nei confronti della Federazione, la situazione sarebbe andata per forza in avaria. Pertanto, con dei nuovi interlocutori quali i commissari, dotati quindi dell'autorevolezza del Ministero, si sarebbe potuta probabilmente trovare una soluzione nei confronti delle banche. Questa è la situazione come la ricordo".

Il senatore a vita ha definito, poi, come estremamente critico il giudizio del ministro Goria nei confronti delle banche: "Sosteneva che avessero largheggiato, forse in modo esagerato, nel passato e che fossero arrivate adesso ad una forma di chiusura anche abbastanza inusuale, perché spesso le banche devono anche accompagnare, se possibile, l'uscita da una situazione di crisi. Però quale fosse poi il tasso di indebitamento o quali fossero le singole banche interessate, non lo so. Certamente Goria mi disse che su questo aveva anche parlato con il presidente dell'Associazione bancaria, che se non mi sbaglio in quel momento era Tancredi Bianchi".

Osserva, tuttavia, la Commissione che non si è accertata nessuna traccia di un atteggiamento di restrizione creditizia da parte del sistema bancario nei confronti della Federconsorzi o di rifiuto alla richiesta di nuove operazioni di finanziamento o comunque di soccorso alla Federconsorzi; al contrario, le prime esplorazioni in tale direzione, condotte dal dottor Pellizzoni, erano risultate incoraggianti.

Ottenuta la necessaria approvazione del Governo, il Ministro fece predisporre il provvedimento di commissariamento.

Ha dichiarato il capo di gabinetto del ministro Goria, dottor Virgilio, a questa Commissione, il 24 febbraio 2000: "So per certo però che sin da una settimana prima del commissariamento avevamo redatto insieme il decreto di commissariamento con il nominativo in bianco; il Ministro mi disse di tenerlo segreto in un cassetto e di aspettare le sue determinazioni ai fini della pubblicazione (…)".

Subito dopo il Ministro, senza avvalersi in alcun modo della struttura ministeriale, procedette alla nomina di due esperti di sua fiducia, per una rapida valutazione tecnica delle reali condizioni della Fedit.

Il giorno 8 maggio 1991 il Ministro ufficializzò la sua iniziativa informando il presidente della Fedit, il ragionier Scotti, di aver dato incarico al commercialista professor Flavio Dezzani ed all'immobiliarista Renato Della Valle di acquisire elementi di valutazione sul bilancio 1990, e chiedendogli di prestare loro assistenza.

Ed infatti, il successivo 11 maggio, il dottor Della Valle provvide ad acquisire l’elenco degli immobili della Fedit.

Il 14 maggio si tenne il Comitato esecutivo della Fedit. Il direttore finanziario dottor Bambara comunicò l'ultima iniziativa assunta dalla dirigenza per acquisire liquidità di cui c'era assoluto bisogno: si stava trattando con il Credito Italiano un prestito di 250 miliardi, ma la banca chiedeva come garanzia crediti di pari importo nei confronti del Ministero dell’agricoltura.

Di ciò sarebbe stato informato il ministro Goria che avrebbe dato il suo consenso all’operazione, non sollevando obiezioni come debitore ceduto; in tal modo, tuttavia, ebbe evidentemente a convincersi sempre di più della gravità della situazione.

Il direttore generale Pellizzoni significativamente rassegnò al verbale della riunione: "(…) La necessità di evitare un ricorso al credito ulteriore rispetto alle iniziative illustrate dal Dr. Bambara se non siano accertate concrete prospettive di risanamento che, come è noto, non dipendono solo da iniziative del management.

(…) Egli fa presente che, sulla base delle valutazioni effettuate dagli Uffici, la situazione patrimoniale dalla Federazione presenta ancora un saldo attivo e che sono allo studio presso il Ministero dell’Agricoltura e Foreste, iniziative da adottare per far fronte al momento di difficoltà che la Federazione attraversa".

Appare chiaro alla Commissione che non poteva trattarsi in nessun caso di provvedimenti provvidenziali che contemplavano l'utilizzo di risorse pubbliche.

Un tentativo in tal senso era stato già fatto dall’onorevole Lobianco ed era fallito per l'opposizione politica dei socialisti e dei comunisti.

Di altro non poteva trattarsi, quindi, che del commissariamento che, successivamente, il dottor Pellizzoni qualificherà ingiustificato ed imprevisto per allontanare da sé l'accusa di aver voluto e provocato la fine dell'organizzazione federconsortile.

I consulenti del Ministro erano già all'opera e le sue possibili iniziative erano già note a troppi ed in troppi ambienti interessati perché la dirigenza della Fedit potesse, a giudizio della Commissione, ignorare davvero che la Fedit stava per essere commissariata.

Nel frattempo il ministro Goria era impegnato nella ricerca dei commissari di fiducia.

Il 15 maggio 1991, offrì l’incarico al dottor Cigliana di cui aveva, nei giorni precedenti, positivamente sperimentato le capacità.

Il 16 maggio, per parlagli dei suoi intendimenti, il ministro Goria ricevette il dottor Cigliana alle ore 19 in una sede non meglio identificata, ubicata in via Crispi. Il colloquio fu lungo, tanto da terminare alle 22.30.

Fu con tali premesse, e, quindi, a commissariamento già definitivamente deciso, ed a commissari officiati, che si giunse alla riunione del 17 maggio 1991 presso la Presidenza del Consiglio alla quale, del tutto erroneamente, sarebbe in seguito stato attribuito un significato politico decisivo per le sorti della Federconsorzi.


6. Le reali condizioni della Federconsorzi alla data del 17 maggio 1991

Prima di procedere oltre, nella ricostruzione dei fatti, sembra indispensabile sintetizzare le conclusioni raggiunte dalla Commissione in merito alla condizione economica e finanziaria in cui si trovava la Federconsorzi alla data del 17 maggio 1991.

La Commissione ha valutato due tesi opposte.

Secondo la prima, sostenuta dagli amministratori, e fatta propria dall’onorevole Lobianco, essa era sostanzialmente in bonis, il risanamento dell’impresa era iniziato e quindi non era né necessario né opportuno un intervento tutorio.

Si sostiene, al contrario, che la situazione era insostenibile e che la Fedit si trovava in uno stato che imponeva il commissariamento

Rinviando per lo sviluppo del tema delle condizioni della Fedit alla data del 17 maggio 1991 ai capitoli precedenti e successivi, in questa sede va enunciato il convincimento raggiunto dalla Commissione:


la Fedit si trovava, alla data sopra indicata, non solo realmente ed incontrovertibilmente in una condizione di "squilibrio economico e finanziario" e questa durava effettivamente da alcuni anni, come si legge nel provvedimento di commissariamento del ministro Goria;


le condizioni dell’impresa erano, anzi, ancor più gravi e si possono definire come di "dissesto" - stadio molto prossimo all’insolvenza - che gli amministratori non erano in grado di fronteggiare e risolvere.

L’intervento tutorio, nella forma del commissariamento, era quindi doveroso.


7. La riunione del 17 maggio 1991 a Palazzo Chigi

Il mattino del 17 maggio 1991, si tenne a Palazzo Chigi una riunione politica che aveva per oggetto il commissariamento della Fedit.

Forse rendendosi conto di aver fatto un grave errore politico nel sostenere la nomina di Goria, il quale aveva dimostrato subito di voler rompere lo schema tradizionale che voleva il Ministro dell'agricoltura ossequioso del potere delle organizzazioni professionali, l'onorevole Lobianco non tentò di influire con nuovi incontri diretti sulle determinazioni del Ministro.

Quando gli fu chiaro che la decisione del ministro Goria si doveva considerare imminente, egli percorse l’unica strada che gli rimaneva, e cioè l’appello alla Presidenza del Consiglio di cui, evidentemente, ignorava la posizione.

Si rivolse all’onorevole Cristofori, che era sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, di estrazione Coldiretti.

Sembra a questo punto, opportuno lasciare la parola agli stessi protagonisti.

Ha ricordato dinanzi a questa Commissione l’onorevole Cristofori, nel corso dell'audizione del 29 febbraio 2000: "(…) Devo dire che fui molto meravigliato quando mi telefonò Lobianco (…) dicendomi di aver saputo che il ministro Goria intendeva commissariare la Federconsorzi. Lobianco aggiunse di ritenere che la cosa sembrava essere abbastanza imminente e quindi - dopo aver conferito con il presidente Andreotti, il quale non era al corrente della questione - mi feci carico di parlarne con il ministro Goria il quale mi confermò che, in base alla valutazione dei bilanci da lui effettuata – l'onorevole Goria era stato da poco nominato Ministro, forse solo il mese prima – e considerata la funzione vigilante del suo Ministero in questo ambito, fosse necessario procedere al commissariamento.

Dopo aver sondato la disponibilità del presidente Andreotti, chiesi al ministro Goria di partecipare ad un incontro presso la Presidenza del consiglio che il Ministro stesso fissò per il successivo 17 maggio, un giorno da ricordare, dal momento che a quella data ci accorgemmo che in realtà tutto era stato già deciso".

In realtà, come si è visto, i ricordi dell’onorevole Cristofori, relativi alla questione se il presidente Andreotti fosse informato o meno delle intenzioni del ministro Goria, non appaiono coerenti con quanto riferito dal senatore a vita, che ha assunto la piena corresponsabilità politica della scelta compiuta.

E’ possibile, invero, che il ministro Goria abbia informato il presidente Andreotti solo successivamente.

In tal caso sarebbe però poco credibile che potesse essere davvero imminente un commissariamento di cui il Ministro dell’agricoltura non aveva ancora neppure informato il Presidente del Consiglio, il quale avrebbe potuto non condividerne la scelta, con conseguenze politiche intuibili.

Appare più probabile alla Commissione una imprecisione nei ricordi dell’onorevole Cristofori.

In ogni caso, le cose non cambierebbero di molto.

Alla riunione del 17 maggio parteciparono il presidente del Consiglio, Giulio Andreotti, il segretario della Democrazia cristiana, onorevole Arnaldo Forlani, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, onorevole Nino Cristofori, il ministro dell’agricoltura, onorevole Giovanni Goria, il ministro del bilancio, onorevole Paolo Cirino Pomicino e il presidente della Coldiretti, onorevole Arcangelo Lobianco.

Il giorno prima delle riunione, il 16 maggio, l’onorevole Cristofori parlò della questione del commissariamento con il professor Capaldo, come riferito alla Commissione: "(…) Avevo cercato il professor Capaldo, che conoscevo bene, per chiedergli - non ricordo se telefonicamente o di persona - come la pensava. Ricordo con sicurezza che egli era nettamente contrario al commissariamento. Egli riteneva che quella strada avrebbe condotto verso un cammino estremamente pericoloso sul piano economico. Parlando con lui mi convinsi che occorreva riflettere molto prima di arrivare al commissariamento".

Ha spiegato inoltre l’onorevole Cristofori: "(…) La riunione ebbe luogo nel salottino del presidente Andreotti, che si trovava vicino al suo studio ed era comunicante con l'aula del Consiglio dei ministri.

Promossi questo incontro perché credevo che quella presa dal ministro Goria non fosse una decisione definitiva ma che avesse ancora un carattere interlocutorio (…).

Per quanto mi riguarda, sentii il dovere di prendere quella iniziativa perché ero consapevole dell'importanza del problema che aveva importanti risvolti sia dal punto di vista economico che politico.

(…) Ricordo molto bene quanto dichiarai nel corso di quell'incontro proprio per via delle mie preoccupazioni; il Ministro (…) affermò che, a suo modo di vedere, essendo il suo un ministero vigilante, l'unica possibile e corretta iniziativa fosse quella di commissariare la Federconsorzi.

Dal momento che ero stato io a convocare quella riunione, presi subito la parola esprimendo la mia contrarietà rispetto all'intenzione manifestata dal Ministro giacché ritenevo che occorresse aspettare prima di procedere ad un'iniziativa di quel genere. Infatti, dalla esposizione di Goria non era emersa la gravità della situazione tradotta in dati concreti o in numeri (…)".

I ricordi dell’onorevole Lobianco, ascoltato dalla Commissione il 1° febbraio 2000, coincidono: "In quella riunione il ministro Goria disse di voler commissariare la Federconsorzi perché la situazione economica era pesante. Gli chiesi come avesse potuto fare una valutazione del genere, dal momento che si era insediato soltanto da un mese, e lui mi rispose di averne esaminato il bilancio che risultava preoccupante.

(…) Gli chiesi di prendere qualche giorno di tempo per capire meglio la situazione, ma lui mi rispose di aver già deciso e di aver già agito di conseguenza.

Il ministro Pomicino propose allora di reperire dei fondi per la cooperazione e di fare entrare in tale ambito risorse da non considerare ovviamente a fondo perduto. Il presidente Andreotti sostenne che il Governo non disponeva di risorse per un'operazione del genere per cui mi rivolsi a Forlani, che in altre circostanze aveva difeso il mondo agricolo, chiedendogli di comunicarmi se il problema era effettivamente rappresentato dalla Coldiretti oppure se magari esistevano accordi sotterranei non di mia conoscenza".

Ma il segretario politico della Democrazia cristiana rimase in silenzio: "Avevo invitato l'onorevole Forlani - ha ricordato l’onorevole Cristofori - perché ritenevo che appoggiasse l'iniziativa di Lobianco. In realtà, invece, la reazione dell'onorevole Forlani fu di prendere atto delle preoccupazioni manifestate dal ministro Goria; questo in sostanza è stato il suo atteggiamento.

Forlani non intervenne mai, forse perché conosceva già i fatti. Tuttavia appariva preoccupato dell'aspetto politico, probabilmente a causa della contrarietà di Lobianco".

Il ricordo dell’onorevole Forlani è stato rassegnato al pubblico ministero di Perugia il 20 settembre 1996: "(…) Come segretario della Democrazia Cristiana non venni interessato della decisione di commissariare la Fedit ed anzi ne ebbi notizia casualmente, essendomi recato a Palazzo Chigi per parlare di altre questioni con il presidente Andreotti in concomitanza di una riunione informale del presidente con Lobianco, Goria e Cristofori. Non ricordo se fosse presente anche il ministro Pomicino. Ed in questa occasione appresi che il ministro Goria era estremamente deciso a commissariare la Fedit e che non intendeva accettare interferenze, appellandosi alle prerogative della sua carica. Disse che era pervenuto a questa decisione dopo aver esaminato, mi pare, la relazione annuale della Fedit. Non volle neppure approfondire il merito della questione e la motivazione della sua decisione. Lasciò ai presenti soltanto la possibilità di prendere atto di quanto stava facendo. Si trattava di un atteggiamento veramente deciso, che non dava alcun incoraggiamento per i presenti ad intervenire e a prolungare la discussione".

Fu solo al termine della riunione che il ministro Goria comunicò i nomi dei commissari, come riferito alla Commissione dall’onorevole Lobianco: "(…) Al termine della riunione chiesi ancora chi fossero i commissari e Goria mi rispose che si trattava di persone di sua fiducia. Fece i nomi del professor Gambino, del dottor Cigliana - che non conoscevo - e del dottor Locatelli, di cui conoscevo qualcosa dai giornali per essere un consulente del partito socialista dell'epoca.

Tornato in ufficio mi telefonò il presidente della Federconsorzi che mi comunicò l'imminente arrivo di una notifica. Era già stato tutto deciso a livello politico".

La riunione si concluse, secondo l’onorevole Cristofori, con una presa d’atto da parte del Presidente del Consiglio di una decisione che rientrava nelle competenze esclusive del Ministro dell'agricoltura, al quale competeva la vigilanza sulla Fedit. "Il presidente Andreotti disse che, se gli elementi emersi non erano sufficienti a stabilire un'iniziativa particolare, doveva decidere il Ministro competente, al quale chiese se aveva sentito gli esponenti della Federconsorzi.

Egli disse di non aver sentito nessuno, ribadì quindi che si trattava di una sua responsabilità e che disponeva di esperti nell'ambito del Ministero in grado di provvedere. Aggiunse, inoltre, che, se non avesse provveduto al commissariamento, sarebbe incorso in una responsabilità non solo di natura politica".

Il ricordo dell’onorevole Cirino Pomicino, raccolto dal pubblico ministero di Perugia il 25 settembre 1996, non si discosta da quello degli altri presenti.

La ricostruzione del senatore Andreotti è parsa più articolata.

Innanzitutto, secondo il senatore a vita, la riunione, non fu sollecitata da Cristofori, ma dallo steso Goria che, dovendo assumere il provvedimento, "voleva spiegarlo anche per depurarlo da qualunque significato di carattere polemico o di altra natura che non quella di una situazione non altrimenti sostenibile nei confronti delle banche".

L’onorevole Cristofori, che assume di essersi opposto, "non mi fece certamente né obiezioni, né fu portatore di proposte diverse.

(…) La riunione non ebbe toni particolarmente difficili, né polemici.

(…) Goria mi aveva chiesto di fare questa riunione anche con il rappresentante della Coldiretti e con il rappresentante della Democrazia cristiana proprio perché lui voleva spiegare che si trattava di una necessità di carattere obiettivo e che non c'era nessun sottofondo, nessuna altra finalità nel provvedimento.

Quindi - ripeto - la riunione non ebbe toni particolari, né vi furono delle obiezioni, altrimenti sarebbero state esaminate; quella fu una riunione informativa, con questa preoccupazione".

Il senatore Andreotti ha poi confermato che il commissariamento era già stato deciso, aggiungendo però che "se nella riunione fossero emerse delle valutazioni, o delle proposte, o delle obiezioni, eravamo lì tutte persone ragionanti. Se fosse stato necessario un supplemento di istruttoria o addirittura la possibilità di non procedere, allora la riunione avrebbe avuto questo significato. Ma nella riunione fu chiarito che non c'erano motivi di carattere né politico, né sindacale o altro: era soltanto una riunione informativa".

Al termine della riunione Goria dispose che fosse reso pubblico il commissariamento.


8. Osservazioni Conclusive

La pubblicazione del decreto di commissariamento determinò grande sconcerto, ma nessuno degli interessati, pur criticandolo, insorse e prese l'iniziativa di impugnarlo; nessuno ne contestò i presupposti e la legittimità.

Non lo fecero in particolare i soci della Federconsorzi e cioè i consorzi agrari.

Eppure il decreto non era stato preceduto da una fase istruttoria vera e propria, nessuna struttura ministeriale era stata interessata; la motivazione di esso era sintetica; solo le scarne osservazioni del professor Flavio Dezzani, incaricato dal ministro Goria di esaminare i bilanci e la situazione finanziaria della Fedit avrebbero, in seguito, sostenuto tecnicamente la decisione del ministro, ancorché limitatamente allo squilibrio economico e finanziario denotato dal bilancio 1990.

Il decreto di commissariamento, infine, fa riferimento con sicurezza ad una patologia cronica che non poteva essere evidenziata dall’ultimo bilancio.

D'altra parte, per quanto concerne i bilanci precedenti, non esistevano rilievi agli atti del Ministero.

Ciò induce questa Commissione a ritenere che il ministro Goria fosse in possesso di più complete informazioni - di cui non si è trovata traccia documentale - provenienti verosimilmente dalla stessa Fedit.

E’ sufficiente rammentare che, il mattino del commissariamento, il professor Flavio Dezzani era ancora a colloquio con i dirigenti della Fedit, proprio per espletare il suo incarico, che non aveva, quindi, ancora concluso.

E’ opinione della Commissione che il provvedimento avrebbe incontrato serie difficoltà al vaglio formale della magistratura amministrativa e che il Ministro sarebbe stato costretto, per difenderlo, ad esplicitare tutte le sue conoscenze sulla situazione della Federconsorzi.

Ciò costituisce prova evidente che gli interessati, la dirigenza della Fedit, la presidenza della Coldiretti e della Confagricoltura, i soci dei consorzi agrari, sapevano bene che la situazione era molto più compromessa di quella che il decreto di commissariamento indicava, come del resto avrebbero dimostrato tutte le analisi successive, e che, quindi, esso fosse in realtà inevitabile dal punto di vista tecnico.

E', altresì, opinione della Commissione che il tentativo dell’onorevole Lobianco di scongiurarlo, introducendo strumenti di mediazione politica che confliggevano con l'autonomia del ministro Goria e con la sua personale visione del problema, non fece che accelerarlo.

La riunione politica, promossa ad iniziativa dell’onorevole Lobianco e dell'onorevole Cristofori, indusse il ministro Goria ad anticipare la messa in atto di un provvedimento, che sarebbe stata imminente ma non immediata.

La decisione, di carattere tecnico e politico, era stata, infatti, già definitivamente presa qualche giorno prima del 17 maggio 1991.

A riprova della irreversibilità della decisione, oltre a tutte le dichiarazioni raccolte ed alla ricostruzione degli eventi, milita la circostanza che un progetto di risanamento complessivo della Fedit, per quanto scarno e inadeguato, era già pronto, tanto da poter essere pubblicizzato contestualmente al commissariamento.

Ad esaurimento del tema, si può, quindi, affermare, che il commissariamento della Fedit fu un intervento necessitato, perché le condizioni l'imponevano, una volta caduta la protezione politica di cui essa godeva.

I Gruppi parlamentari che la Coldiretti esprimeva e l'entità del consenso che essa riusciva a canalizzare, non avevano più la forza del passato; il peso politico del modo agricolo si era considerevolmente ridotto; da tempo, premevano nel settore agro-alimentare gli interessi di gruppi privati che la presenza della struttura federconsortile non consentiva di dispiegarsi.

Non va trascurato che nel corso dell’assemblea della Coldiretti dell’anno 1990, l’onorevole Lobianco aveva presentato il progetto di una Coldiretti come soggetto politico autonomo.

La Commissione non ha potuto approfondire, per i limiti temporali imposti, quali fossero le posizioni delle correnti della Democrazia cristiana in relazione al progetto e quali ne fossero le implicazioni auspicate o temute a quel tempo.

Sembra però certo che esso non incrinò i rapporti tra l’onorevole Lobianco e la corrente demitiana della sinistra di base, alla quale questi si era avvicinato da qualche anno.

Secondo l'onorevole Lobianco: "Il pomo della discordia poteva essere proprio Coldiretti (…).

Coldiretti infatti già da anni aveva elaborato una graduale linea di autonomia rispetto alla D.C.: dall'originario collateralismo politico si era passati alla colleganza ideale nell'autonomia (…). Tra i possibili sbocchi poteva esserci anche la possibilità che gli organi associativi decidessero il disimpegno politico di Coldiretti (tale decisione è stata poi effettivamente presa nel congresso del novembre '93 e da allora Coldiretti lascia libertà di voto agli associati (…). L'impressione era che la D.C. non volesse impegnarsi, impressione che ebbi anche da colloqui con Forlani che aveva un atteggiamento fumoso, e che viceversa i socialisti fossero decisamente contrari agli interessi Coldiretti e ostili a Federconsorzi".

In tal modo l’onorevole Lobianco adombra una personale ostilità politica nei suoi confronti, accreditando così la tesi della natura di operazione politica del commissariamento della Fedit.

E’ opinione della Commissione che si debba convenire con l’onorevole Lobianco sul fatto che analoghe crisi erano state risolte riversandone l’onere sui contribuenti e che fu, quindi, politica la scelta di non farlo per la Federconsorzi.

La decisone era, però, finalmente corretta e segnava una positiva inversione di tendenza.

Essa, come si è premesso, si fondava su una situazione di inoppugnabile, incontenibile ed irreversibile crisi della Fedit.

La Commissione ritiene, quindi, che il tentativo dell’onorevole Lobianco di far passare il commissariamento come un provvedimento del tutto ingiustificato, dovuto solo ad una vendetta politica nei confronti della Coldiretti e della sua persona, sia smentito dall’evidenza dei fatti.

Va, altresì, ricordato che la più forte opposizione al CAF, acronimo della triade Craxi-Andreotti-Forlani, veniva dalla corrente che si rifaceva all'ex presidente del Consiglio De Mita, al quale, a sua volta, faceva capo l'onorevole Lobianco.

Alla sinistra di base si richiamava anche l'onorevole Goria, ma il Ministro sembrava perseguire un progetto di personale rilancio politico che, nonostante il sostanziale insuccesso, doveva, comunque, continuare ad assicurargli la presenza anche nel successivo primo governo Amato.

Ne consegue che il commissariamento della Fedit obbedì all'esigenza di porre fine ad un anomalo controllo monopolistico di un settore importante dell'economia, non più compatibile con l'invalsa cogestione diffusa del potere e con le istanze di privatizzazione e modernizzazione che premevano sull'agro-alimentare.

Il commissariamento non fu, a giudizio della Commissione, adeguatamente preparato.

Non è dato sapere con certezza se il ministro Goria, che non ha lasciato appunti o tracce in merito, prese contatto con operatori bancari prima di rendere pubblica la sua volontà.

Solo dalla testimonianza del senatore Andreotti si ricava che il Ministro conferì con il massimo esponente dell’Associazione bancaria italiana.

Par di comprendere che egli contasse sul fatto che le banche si sarebbero conformate all’indirizzo del Governo.

Quanto avvenne dopo induce a ritenere che non vi furono quegli approfondimenti che avrebbero consentito al Ministro di rendersi conto dell'inadeguatezza del suo progetto di rifondazione e che gli avrebbero consigliato proposte operative più valide e soprattutto condivisibili dal sistema bancario italiano ed estero, che era chiamato a sostenerlo.

Il commissariamento poteva anche essere rinviato per il tempo necessario ad approntare un progetto maggiormente condiviso e a cercare e trovare un commissario o più commissari che meglio conoscessero il settore e che, con maggiore autorevolezza, si rendessero interpreti del progetto di risanamento.

Il commissariamento obbedì ad una necessità tecnica. La Fedit era in realtà in una condizione definibile con linguaggio giuridico di decozione se non di piena insolvenza.

La sua crisi economica e finanziaria era ingravescente ed irreversibile.

Una volta stabilita la necessità tecnica del commissariamento della Fedit, appare agevole rispondere all'interrogativo sull'esistenza di ragioni politiche. Sotto questo profilo non si sono accertate pressioni interne o esterne alla Democrazia cristiana, per colpire il potere della Coldiretti.

E’ però evidente che l’onorevole Lobianco, a prescindere da una debole e sterile promessa di aiuto dell’onorevole Cirino Pomicino, fu lasciato solo a difendere la Fedit e il suo sistema, che era di per sé avversato dal maggior alleato di governo, il partito socialista, e da tutta l'opposizione di destra e di sinistra.

A quel tempo, come è noto, prevaleva all'interno della Democrazia cristiana l'asse Forlani-Andreotti, e dunque, appare chiaro che non rientrava nelle loro strategie politiche il sostegno alla Federconsorzi, il cui destino fu messo interamente nelle mani del ministro Goria.

E' motivo di riflessione che analoghe crisi erano state poste in passato a carico dei contribuenti italiani.

Forse per la prima volta fu operata una opzione non assistenziale che paradossalmente, proprio per ispirarsi a criteri economici e finanziari e non ad altro, risultò anomala ed in contraddizione con l'impianto del sistema su cui ricadeva, che rappresentava, anch'esso, una anomalia dell'organizzazione imprenditoriale italiana.

Sul punto sono della massima chiarezza le parole del presidente Andreotti: "(…) Ogni volta che una determinata situazione assumeva il carattere pubblico, si pensava che qualcuno dovesse pagare per forza e si potesse continuare a finanziare senza rischio per il finanziatore stesso, ma anche senza contropartite valide di carattere economico. Non so se questo sia stato il motivo che spinse il ministro Goria ad assumere certe decisioni, ma questa potrebbe essere proprio la spiegazione.

(…) Vorrei ricordare che si era anche in una fase abbastanza avanzata di discussione di quella che sarebbe stata una sostanziale novità normativa; si stava cioè lavorando sul trattato di Maastricht, il quale prevedeva che i conti pubblici e i bilanci avrebbero dovuto essere molto più rigorosi di quanto erano stati fino a quel momento e che l'indebitamento in determinate direzioni non avrebbe potuto essere più considerato lecito. Mi sembra, quindi, che questo fosse anche un clima in cui si imponeva la necessità di un certo riassetto di situazioni".

E' opinione della Commissione che, se era assolutamente necessario commissariare, era parimenti necessario riformare l'impianto Federconsorzi e consorzi agrari, operando scelte che dovevano passare attraverso il Parlamento.

Questa sembra essere una responsabilità politica del ministro Goria, che con il consenso del Governo, tentò una "rivoluzione" per via amministrativa di una questione che si sarebbe dovuta affrontare a seguito di un dibattito aperto a tutti i contributi e con soluzioni iscritte in una coerente visione dell’assetto del sistema agro-alimentare.


9. Il "patto scellerato"


La Commissione ritiene di aver raccolto elementi sufficienti per chiarire un interrogativo che è serpeggiato nelle indagini condotte e cioè se il commissariamento della Federconsorzi fu il prodotto di un patto e tra chi l’eventuale patto fu stipulato.

La decisione di commissariare la Federconsorzi fu avallata dal silenzio-assenso del segretario politico della Democrazia cristiana e, fu, quindi di natura politica segnando, per quel che poi accadde, di fatto, la fine di un monopolio.

La distanza tra una decisione politica ed un "patto scellerato" è, tuttavia, siderale.

Fu il presidente della Coldiretti, onorevole Lobianco, a parlare per la prima volta di un "patto" accompagnandolo con la qualificazione di "scellerato".

Nel dare l’addio alla presidenza dell’associazione, due anni dopo il commissariamento, affermò nel suo discorso assembleare: "Ho dovuto fare i conti con le conseguenze di un patto scellerato di certi personaggi eseguito con freddo cinismo per la distruzione di una struttura importante per l’agricoltura.

(…) Certi ex potenti di ieri non mi hanno perdonato la dura e testarda battaglia per difendere l’autonomia della Coldiretti e per non asservirla a nessun potente (…) non mi hanno risparmiato certi potentati economici per aver osato additarli come un pericolo per la nostra agricoltura e la nostra economia".

La Commissione ha sentito in merito l’onorevole Lobianco, ma non ne ha ricevuto spiegazioni chiare ed appaganti.

A lungo, tenuto conto di quanto avvenuto successivamente al commissariamento, è stata coltivata l’idea che il "patto scellerato" denunciato dall'onorevole Lobianco si riferisse ad un commissariamento programmato in funzione della cessione di tutti i beni della Federconsorzi alla società SGR.

E’ opinione della Commissione, come si vedrà di seguito, che l’assunto sia destituito di ogni fondamento.

Si può ipotizzare che, in realtà, l’onorevole Lobianco si riferisse alla scelta politica della Democrazia cristiana di non sostenere la Fedit e, quindi, la Coldiretti, oppure al progetto di consentire l’ingresso nell’area federconsortile di imprenditori privati non graditi alla Coldiretti o, infine, alla circostanza che i commissari furono scelti secondo una logica di appartenenza politica che vedeva rappresentati un settore della Democrazia cristiana e del Partito socialista, ed esclusa del tutto la rappresentanza della Coldiretti.

"Il patto" consisteva, dunque, nell’esclusione della Coldiretti dal tradizionale ed indiscusso controllo del sistema.

Secondo quanto dichiarato dall’onorevole Lobianco al pubblico ministero di Perugia, lo stesso onorevole Forlani gli avrebbe detto di essere rimasto vittima di un inganno: "Soltanto in un'occasione, parlando con Forlani, lui mi disse che forse era stato ingannato. Siccome quest'affermazione poi a Perugia l'ha negata - si tratterebbe quindi della mia parola contro la sua - non mi sento di metterla in discussione".

L’onorevole Forlani ha tuttavia riferito al pubblico ministero di Perugia: "(…) Prendo atto che Lobianco ha riferito di un fugace incontro con me, nel quale io avrei risposto ad una sua sollecitazione circa gli esiti del commissariamento con la frase "mi dispiace mi hanno ingannato". Non ricordo l'episodio, non riesco ad ipotizzare da chi possa essere stato".

E’ opinione della Commissione che non vi furono inganni, ma scelte consapevoli motivate e meditate da parte di tutti coloro che le assunsero.

Capitolo Settimo

Dal commissariamento al concordato preventivo



Alcuni dati


Per meglio comprendere l'importanza sociale ed i riflessi, anche sull'occupazione, di quanto si esporrà, giova rammentare che, alla data del 31 dicembre 1990, la Federconsorzi aveva 1.311 dipendenti e le società controllate e collegate 2.711, per un totale di 4.022.

I produttori agricoli che avevano conferito il loro prodotto alla Federconsorzi erano circa 50.000.



I progetti riformatori del ministro Goria e la gestione commissariale

2.1 I presupposti di tali progetti


Qualsiasi progetto riguardante la Federconsorzi commissariata doveva tener conto di due aspetti essenziali: l'ammontare delle passività e l'ammontare delle attività.

Cominciando da queste ultime e tenendo conto dei dati allora disponibili quali emergevano dal bilancio 1990, giudicato per altro non attendibile, le attività si componevano di crediti, di beni mobili ed immobili e di partecipazioni.

Per quanto riguarda in particolare gli immobili, esisteva una notevole discrasia tra i valori di libro ed i valori loro attribuiti dai consulenti che avevano elaborato il progetto di rilancio della Fedit.

Infatti, nel programma ufficiale di rilancio del gruppo Fedit, il valore degli immobili della società era indicato in 870 miliardi.

Immobili iscritti per 55 miliardi nel bilancio Fedit venivano stimati 480 miliardi; immobili iscritti nel bilancio delle immobiliari per 90 miliardi venivano stimati 390 miliardi.

Nello studio sopra indicato si evidenziava che:"Il patrimonio immobiliare è concentrato per il 43 per cento nel comparto terziario (commerciale) e presenta le massime opportunità di realizzo. Il comparto abitativo è concentrato su Roma ove il mercato è molto attivo e può consentire rapidi smobilizzi. La forte presenza di tipologie abitative commerciali e terziario nei maggiori centri urbani con immobili di pregio favorisce in linea teorica una immediata liquidabilità."


2.2 Il programma originario


Il commissariamento fu accompagnato da un comunicato stampa che indica con chiarezza il progetto riformatore del mMinistro Goria: "Negli ultimi anni la situazione economica della Federconsorzi è andata progressivamente peggiorando (…). Ad oggi la prospettiva per il futuro, pur tenendo conto della già avviata e indispensabile ristrutturazione dell’intero sistema distributivo facente capo alla organizzazione dei consorzi agrari, non lascia sperare di poter fronteggiare gli oneri finanziari connessi con l’indebitamento via via determinatosi.

E’ dunque necessario intervenire senza ritardi attraverso un piano di sistemazione della posizione debitoria, piano che consenta ai creditori di recuperare le proprie spettanze in linea di capitale e, alla Federconsorzi, di continuare a svolgere, in modo equilibrato, la sua funzione al servizio della agricoltura.

La organizzazione é in grado di pagare i propri debiti solo che le banche creditrici, nei confronti delle quali si mette a disposizione, sino all’ultima lira, l’intero patrimonio, si rendano disponibili, nel loro precipuo interesse, a preservare il valore delle attività e a cogestire, nelle forme più trasparenti, la realizzazione dell’attivo patrimoniale".

Contemporaneamente al provvedimento di commissariamento, il Ministro rese pubbliche anche le linee principali di sistemazione della Federconsorzi che obbediscono ad una ispirazione fondamentale di privatizzazione, riecheggiano le idee del consulente del ministro Saccomandi, il dottor Artusi, e traducono in piano operativo le esigenze di consolidamento della posizione debitoria che la stessa dirigenza della Federconsorzi aveva tentato di realizzare.

L'ipotesi elaborata dal Ministro, verosimilmente grazie ad apporti tecnici che non è stato possibile individuare, prevedeva la concentrazione delle attività della Federconsorzi in tre società per azioni:, una prima destinata a raccogliere le attività "liquide" (liquidità vera e propria, crediti commerciali, giacenze di magazzino, ecc.) e, al passivo, i debiti verso i fornitori, il fondo accantonamento per il personale, e altri debiti di gestione; una seconda società destinata a raccogliere le attività mobiliari (crediti finanziari, partecipazioni, - Bna-Fata-Credito agrario ferrarese-Fedital ecc.) ed infine una terza società destinata a raccogliere le attività immobiliari e i crediti a più lungo realizzo.

Per quanto riguarda i debiti, si prevedeva che le banche ricalcolassero gli interessi relativi agli anni '89 e '90 sulla base dell’allora vigente tasso legale (pari al 10dieci per cento), e consolidassero il loro credito al 31 dicembre 1990, omettendo di computare gli interessi dal 1°gennaio 1991.

Il debito della Fedit verso le banche sarebbe stato ripartito sulle tre società in proporzione al patrimonio di ciascuna di esse e sarebbero stati concordati i modi di realizzo dei cespiti.

Non si mancava di prevedere la gestione di quelli immobiliari attraverso la collaborazione di una società, la SIB spa, che faceva capo allo stesso consulente del ministro Goria, il dottor Della Valle!

La prima società per azioni, essendo destinata a continuare la gestione in forma di centrale d’acquisto come semplice mediatrice "e dopo una radicale riorganizzazione", avrebbe realizzato la trasformazione del sistema, segnando la fine di quello consortile.

Non si prevedeva la cessazione di consorzi agrari, ma il rilevamento delle attività di quelli in crisi da parte di altri consorzi o di altri non meglio qualificati soggetti di nuova costituzione.

Si trattava, come appare evidente, di una prospettiva di rivoluzione del sistema che si realizzava senza il minimo concorso dei soci della Fedit e cioè dei consorzi agrari, senza alcuna modifica legislativa, senza un dibattito parlamentare, senza chiarezza di prospettive, in virtù apparentemente della sola volontà del ministro Goria, tradottasi in uno scarno decreto.

La struttura ipotizzata corrispondeva alle richieste che provenivano dall'interno della Fedit di liberare il governo della holding dalle limitazioni statutarie che ne condizionavano le determinazioni operative aprendo, inoltre, alla partecipazione dei privati, ed assicurava un risultato politico di notevole rilievo: la fine del dominio delle associazioni di categoria e della Coldiretti e, quindi, di quella parte della Democrazia cristiana che essa esprimeva.

Il progetto fu abbandonato perché fu presto chiaro che un nuovo computo ed una moratoria degli interessi sui crediti alla Fedit da parte delle banche, per gli anni precedenti, non erano assolutamente possibili dal punto di vista giuridico per l’assenza di uno strumento che lo consentisse.

Anzi, lo vietavano il codice civile e la normativa tributaria.

Di conseguenza il peso schiacciante degli interessi avrebbe impedito qualsiasi produzione di utili alla nuova prevista società.

Il commissariamento produsse, inoltre, l'effetto di una immediata sospensione dell'erogazione di crediti da parte di tutto il sistema, con conseguenti insostenibili problemi di liquidità; pertanto il progetto non poteva più trovare attuazione perché esso presupponeva la persistenza degli affidamenti bancari che, invece, furono tutti immediatamente sospesi.


2.3 Il nuovo progetto Agrisviluppo


Il ministro Goria continuò a perseguire, con chiara determinazione, la trasformazione della Fedit in una società per azioni che continuasse ad esercitarne le funzioni, anche dopo l'insuccesso delle sue proposte iniziali.

Fu quindi elaborato dai Commissari governativi, in brevissimo tempo, un secondo progetto che ebbe la luce il 29 maggio 1991.

Si ipotizzò la costituzione di una società alla quale affidare tutte le attività di commercializzazione svolte dalla Federconsorzi, presupponendo che i consorzi agrari riconoscessero alla nuova entità un ruolo rappresentativo dei propri interessi e concentrassero in essa i propri approvvigionamenti di merci.

A loro volta i fornitori della Federazione avrebbero dovuto sottoscrivere degli accordi-quadro con la nuova società, per la commercializzazione dei propri prodotti nella rete di distribuzione dei consorzi agrari.

Alla nuova società, raggruppante tutte le attività commerciali svolte dalla Federconsorzi, si progettava di affidare il compito di offrire ai produttori agricoli un pacchetto integrato di prodotti, tecnologie e servizi, nonché la collocazione sul mercato delle produzioni agricole.

Il progetto si incarnò nella Fedit-Agrisviluppo spa, costituita in regime commissariale, in base ad uno studio elaborato da una società del gruppo IMI, il 6 giugno 1991 e cioè dopo soli 19 giorni dal commissariamento.

Si procedette alla trasformazione di una preesistente società del gruppo, e cioè la Fedexport-Federconsorzi-Export-Import srl, con il dichiarato fine di svolgere tutte le attività di commercializzazione e di prestazione di servizi svolte dalla Fedit, assicurando "la continuità nella fornitura ed erogazione di mezzi e servizi utili all'agricoltura e salvaguardando l'integrità del sistema distributivo rappresentato dai consorzi agrari e dalla loro Federazione".

Essa era concepita come strumento per la soluzione del problema Fedit e si concretizzava in una società per azioni al cui capitale (inizialmente di 30, a regime di 250 miliardi) avrebbero potuto concorrere i maggiori creditori della Fedit, e cioè le banche, i fornitori, i consorzi agrari, ed altri operatori del settore agricolo.

La principale innovazione sul piano economico-funzionale sarebbe consistita nel fatto che l’attività sarebbe stata svolta non più attraverso l’acquisto e la rivendita dei beni, ma mediante una mera intermediazione.

Le forniture sarebbero state fatte dal fabbricante/fornitore direttamente ai consorzi.

I consorzi agrari sarebbero diminuiti di numero da 70 a 50.

Si ipotizzava che la Federconsorzi restasse ente ammassatore ma l’attività venisse seguita e non più gestita da una sezione con autonomia contabile e amministrativa.

Nel progetto, la nuova società avrebbe movimentato un giro d’affari di 3.650 miliardi.

Si prevedeva la cessazione dell'attività creditizia della Federconsorzi, a causa della situazione di illiquidità in cui essa si era venuta a trovare, e si affidava a future innovazioni legislative la soluzione del problema del credito agrario.

Il progetto fu accostato - da uno dei commissari, il dottor Locatelli - a quello che aveva interessato il Banco Ambrosiano con la costituzione del Nuovo Banco Ambrosiano.

Dichiarava il ministro Goria alla Commissione agricoltura e foreste del Senato in data 4 giugno 1991: "Ci si domanda se la proposta di un piano di sistemazione della situazione debitoria della Federconsorzi e di rilancio della sua attività sia stata davvero fondata sulla situazione economica e finanziaria della organizzazione e non piuttosto su ragioni diverse. E ci si domanda anche se la strada scelta sia stata la migliore o anche soltanto l’unica possibile (…).

Le domande, tutte legittime, muovono da un equivoco che va subito chiarito con estrema chiarezza.

Lo stato di potenziale insolvenza della Federconsorzi non è stato evidenziato dalla proposta di sistemazione della situazione debitoria e di rilancio della sua attività e tanto meno dalla nomina dei commissari (…).

La situazione di potenziale insolvenza era evidente sulla base di numerosi comportamenti ed è stata comunque denunciata con straordinaria chiarezza dall’approvazione dei bilanci della Fedit e delle società controllate per l’esercizio 1990.

Per cogliere interamente quanto sopra richiamato, sono sufficienti pochi accenni preceduti dalla constatazione secondo la quale, per quanto ad oggi risulta, il bilancio 1990 è corrispondente alla vera situazione dell'organizzazione.

E’ proprio tale bilancio, redatto anche grazie alla decisione degli amministratori in forma consolidata, a evidenziare però con chiarezza lo stato di difficoltà dell’organizzazione.

E’ infatti puntigliosamente annotato negli atti come il sostanziale pareggio del conto consolidato e di quello della Fedit si ottiene esclusivamente attraverso annotazioni del tutto straordinarie e comunque non attinenti la gestione. Spiccano in particolare le cancellazioni di debiti ritenuti prescritti per 253 miliardi e la registrazione di plusvalenze per 275 miliardi. E’ di tutta evidenza che, anche solo in assenza di tali eventi - si ripete - del tutto estranei alla gestione, la perdita dell’esercizio sarebbe stata di circa 528 miliardi su ricavi totali inferiori a 4000 miliardi.

(…) In più, se lasciata evolvere senza interventi radicali, la situazione avrebbe condotto ad una perdita dell’esercizio 1991 non inferiore a 1000 miliardi, rappresentata sostanzialmente da circa 100 miliardi di perdita della gestione operativa, da oltre 600 miliardi di oneri finanziari e da circa 300 miliardi di crediti inesigibili da registrarsi nell’anno come tali.

Dalla situazione richiamata, si deducono alcune conclusioni difficilmente controvertibili.

La prima: non reagire in modo drastico ad una simile situazione, avrebbe comportato per tutti coloro che verso di essa portano una certa responsabilità un peso personale e politico difficilmente sostenibile.

La seconda: non esistendo possibilità di nessun genere circa un miglioramento della gestione tale da incidere in termini ragionevoli sul risultato economico, qualsivoglia idea di recupero della situazione non può in alcun modo prescindere dal blocco nel computo degli interessi passivi relativi alla situazione debitoria in essere.

La prima verifica della situazione successiva all’inizio della gestione commissariale ha peraltro dimostrato, in termini incontrovertibili, l’impossibilità di procedere nella gestione normale; la liquidità era praticamente a zero; gli affidamenti, di fatto, ritirati da tempo (…).

(...) Tutto ciò premesso, occorreva comunque valutare anche il patrimonio, certamente cospicuo. Ed è proprio sulla base di tale valutazione che si é ritenuto di poter proporre ai creditori un accordo (…). E’ di straordinaria evidenza che la proposta di accordo (che nelle sue linee essenziali appare ancora quella che meglio coglie anche l’interesse dei creditori) configura di fatto una cessio bonorum (…). Anche la proposta, certo non "centrale", di ricalcolare gli interessi maturati negli ultimi due anni rispondeva dichiaratamente all’esigenza di rendere più certo il raggiungimento dell’obiettivo dichiarato.

(…) La proposta può essere modificata secondo mille ipotesi. Un dato solo non può essere modificato: senza il blocco nel computo degli interessi, non esiste alcuna possibilità di sistemare la situazione debitoria secondo formule concordate, e in tal caso, vista la situazione economica sopra descritta, restano unicamente le forme coatte di liquidazione.

(…) Circa l’organizzazione del nuovo soggetto, si è predisposto un progetto dettagliatissimo che è disponibile al confronto con chiunque e aperto ad ogni miglioramento.

Circa invece la capitalizzazione ed il controllo, si è proposto a quante Banche vogliono concorrere a sostenere l’attività della Fedit di sottoscrivere la parte di capitale che non fosse immediatamente collocabile nel mondo dell’agricoltura nella funzione di consorzio di collocamento, con l’impegno di renderlo disponibile al mondo agricolo via via che quest’ultimo andrà ad organizzarsi per riceverlo.

(…) Corollario del tutto, è il piano di riassetto della rete periferica dei Consorzi Agrari Provinciali, che è già stato presentato e che va, ad ogni costo, rapidamente attuato".


2.4 Il fallimento del progetto Agrisviluppo


A sottoscrivere le azioni della nuova società furono chiamati i consorzi agrari ed i rappresentanti del mondo agricolo, ma in realtà la condizione economica e finanziaria dei consorzi non consentiva che in pochi casi la partecipazione alla nuova iniziativa, denominata con felice sintesi giornalistica Fedit 2.

La categoria dei "rappresentanti del mondo agricolo" era inoltre assai nebulosa e non era quindi chiara e definita la composizione della compagine sociale e l'attribuzione della direzione.

Dopo qualche iniziale resistenza, il progetto Agrisviluppo fu approvato dall'ABI, nel contesto di un protocollo di intesa globale con il Ministero dell'Aagricoltura che prevedeva anche la disponibilità delle banche a considerare congelati i saldi creditori verso la Fedit e parimenti congelati gli interessi dal 1° gennaio al 31 novembre 1991.

Il tentativo non ebbe successo perché non prestarono la loro collaborazione molte banche italiane e tutte le banche estere per le ragioni che saranno più oltre illustrate.

Infatti l'intesa tra Ministero ed ABI non fu approvata, come richiesto dal ministro Goria e dai commissari governativi, da tutte le banche ed al suo fallimento, alla fine di giugno 1991, fece seguito la richiesta di concordato preventivo.

Va notato che tra le banche italiane che non aderirono al progetto di rilancio vi 'era la Banca Nnazionale del lavoro, che era la maggiore creditrice del gruppo Fedit-Agrifactoring.

Ciò sembra significare che neppure il Dicastero del tesoro, in quel momento retto dal dottor Guido Carli, sosteneva il progetto.


3. Il concordato preventivo: epilogo non annunciato del commissariamento

I progetti del ministro Goria di tamponare la voragine debitoria con una moratoria e di rilanciare una Fedit di servizio aperta ai privati non più controllata dalle due associazioni di categoria, che da anni la dominavano e che, anche per il suo tramite, concorrevano a governare la politica agricola nazionale, fallirono senza appello.

Su di essi si coagulò una invincibile opposizione.

Dello schieramento facevano parte le banche estere, che non volevano e forse istituzionalmente non potevano investire nulla e che continuavano a chiedere di essere pagate integralmente e subito; numerose banche italiane, che non intendevano aderire alle richieste di rinuncia agli interessi e di nuovi investimenti, in particolare la Banca Nnazionale del lavoro - che già fortemente riottosa ad accettare di rinunciare a parte del dovutole, non intendeva assolutamente partecipare, evidentemente in conformità alla linea politica del Tesoro, alla rischiosa scommessa di investimenti (occorrevano a regime 300 miliardi) ad incerto ritorno), nella Fedit 2 progettata dal ministro Goria - ed infine le due associazioni di categoria, Coldiretti e Confagricoltura, e, le rispettive rappresentanze politiche.

Nel descritto contesto, il ministro Goria ed il presidente del Consiglio Andreotti decisero il ricorso al concordato preventivo per la Fedit.

Per quanto taluni,o come il commissario governativo dottor Cigliana, abbiano insistito nel voler presentare come naturale la decisione, essa non fu affatto un epilogo naturale del commissariamento.

Molteplici convergenti indicatori attestano che il ministro Goria non aveva affatto in mente una soluzione esterna ed eterogestita ed ancor meno una cessione giudiziale dei beni.

Egli, che voleva davvero, ancorché velleitariamente, rifondare il sistema, cambiando la struttura della Federconsorzi e preservando i consorzi, aveva però costantemente e pubblicamente affermato che, se il suo progetto non avesse trovato l'adesione delle banche, avrebbe fatto ricorso alla liquidazione coatta amministrativa.

Concludendo la sua audizione in Senato, primasopra ricordata, affermava infatti il ministro Goria: "(…) Resta, a questo punto, del tutto evidente che una risposta negativa o anche solo fuori tempo da parte dei creditori (…) testimonierebbe chiaramente la scelta esplicita a favore degli strumenti amministrativi di liquidazione e lascerebbe ai creditori medesimi ogni responsabilità di tale decisione".

Si può ipotizzare che il ministro Goria, quando si rese conto di aver perso la partita, fece prevalere considerazioni politiche e di opportunistica convenienza sulla coerenza.

Dopo aver subìto un grave smacco politico - - il primo (ed unico) "no" delle banche italiane al Governo - la scelta di dar corso ad una immensa liquidazione coatta che lo avrebbe mantenuto sotto il fuoco incrociato delle esigenze occupazionali e di quelle liquidatorie, e che avrebbe fatto apparire ogni giorno sempre più grave la sua disfatta, doveva apparirgli come un'era impresa titanica e forse suicida.

Molto più semplice e pagante sotto il profilo politicamenteo poteva apparirgli trasferire il problema nell'ambito giudiziario: ciò gli avrebbe consentito una dignitosa uscita di scena.

Le valutazioni politiche del presidente del Consiglio Andreotti non potevano essere diverse.

Il commissariamento aveva inferto un gravissimo colpo ad un sistema di potere al quale la sua corrente non partecipava che in minima misura.

Era stata presa una decisione coerente con la politica generale di contenimento della spesa pubblica. Il Governo non aveva alcun interesse ad assumersi il peso della gestione liquidatoria.

La decisione di procedere alla liquidazione coatta amministrativa sarebbe, inoltre, sembrata come una ulteriore dichiarazione di ostilità alla lobby della Coldiretti ma, a differenza di quella concernente il commissariamento, non sarebbe stata giustificabile in termini di assoluta necessità.

La scelta del ministro Goria, tecnicamente fatta passare come una decisione in linea di continuità tra liquidazione volontaria con vendita dei beni e concordato con cessione di beni, che i creditori avrebbero mostrato di gradire ma che in realtà avevano respinto, era del tutto incoerente con i suoi precedenti pubblici proclami, ma soddisfaceva l'esigenza di trasferire ad un organo esterno, il Tribunale di Roma, la gestione della crisi.

Essa non sembrò segnare l'avvio concertato del progetto SGR.

Anzi, in un primo tempo il ministro Goria non si mostrò favorevole all'operazione, esternando pubblicamente forti riserve sulla congruità del prezzo offerto. Di seguito cambiò sicuramente opinione, non sollevando più obiezioni.

Favorevole era invece, a giudizio della Commissione, il senatore Andreotti.

Il ministro Goria si mosse abilmente - è da ritenere sotto la guida del presidente del Consiglio Andreotti - spiegando le vele al vento vincente, tanto che la vicenda Fedit non ne segnò affatto, come avrebbe potuto e dovuto, la fine della carriera politica per inadeguatezza.

L'onorevole Goria fu nominato ministro delle finanze nel successivo Governo Amato - che immediatamente presentò un progetto di ripiano dei debiti pubblici verso la Fedit - e scomparve dalla scena solo quando si dimise perché coinvolto nella vicenda penale riguardante la Cassa di risparmio di Asti.

La Commissione ritiene che anche il commissariamento in precedenza non sia stato affatto concordato con colui – - il professor Capaldo - che doveva, di lì a poco, dare il suo nome all'operazione SGR e che, non a torto, continua a rivendicare di averlo sconsigliato.

Tenuto conto delle modalità con le quali il commissariamento avvenne; un banchiere anche meno provveduto del professor Capaldo, non solo non avrebbe operato violando ogni regola del mondo bancario, che non glielo avrebbe certo perdonato, ma non si sarebbe mai alienato la Coldiretti e quella parte della Democrazia cristiana, la sinistra di base, che l'aveva portato ad essere il più autorevole consulente della Fedit.

Il ministro Goria decise il commissariamento d'intesa con il presidente del Consiglio Andreotti e con il consenso dell'onorevole Forlani e non tramando con il professor Capaldo ma, anzi, contro la Coldiretti - che aveva designato quest'ultimo a presidio della Fedit e che tentò fino all'ultimo di scongiurare il commissariamento o quanto meno di non farlo gestire da altri.

Di fatto, una volta iniziata la procedura concorsuale, il ministro Goria perse un ruolo propositivo nella vicenda.


4. La richiesta di concordato preventivo

La richiesta di ammissione alla procedura di concordato preventivo con cessione dei beni, autorizzata dal Ministro il 3 luglio 1991, fu depositata presso la cancelleria del Tribunale di Roma il 4 luglio 1991.

L'Assemblea dei soci e cioè dei rappresentanti dei consorzi agrari la ratificò il 9 luglio.

Nella richiesta si evidenziavano i limiti ed i costi della struttura della FedrconsorziFederconsorzi e l’irreversibilità della sua crisi.:

"La mancanza di un capitale di rischio adeguato sia da parte della Federconsorzi, sia da parte dei Consorzi, aveva già comportato la necessità di ricorrere costantemente e pesantemente al credito per qualsiasi necessità economica e finanziaria, con conseguente aumento degli oneri da indebitamento. Va tuttavia ricordato che negli anni di prosperità erano stati accumulati margini cospicui, divenuti mezzi patrimoniali della Federconsorzi e da quest’ultima investiti in immobili e partecipazioni.

I risultati operativi dei Consorzi si sono dimostrati in genere largamente inferiori a quelli previsti. (…) E ciò ha comportato la necessità di rilevanti interventi finanziari, da parte della Federconsorzi, sia con lo sconto e il rinnovo massiccio di cambiali agrarie (spesso aventi carattere tipicamente finanziario); sia con interventi straordinari nei casi di dissesto dei Consorzi (acquisto di immobili il cui uso veniva poi ceduto a condizioni vantaggiose; annullamento di crediti, per centinaia di miliardi, negli ultimissimi anni; prestiti a lungo termine a tasso di favore). Sulle società industriali controllate dalla Federconsorzi incidevano invece sia la situazione di crisi e di inefficienza di molti Consorzi; sia (più ultimamente) la crisi della Federconsorzi (che ritardava al massimo i pagamenti delle merci fornite); sia una concezione dell’intero Gruppo che aveva caratteristiche tendenzialmente autarchiche e poco orientate sui valori di mercato.

Le dilazioni di pagamento concesse dal Consorzio agli agricoltori erano maggiori rispetto a quelle riconosciute dai fornitori alla Federconsorzi, con conseguenti ulteriori oneri finanziari per quest’ultima. La quale imponeva poi ai consorzi una intermediazione che a volte era inutile e spesso costosa. (…).

Tale rapida disamina evidenzia gli irreversibili sintomi di impossibilità a far fronte economicamente alle mutate esigenze dei tempi ed alle sfide internazionali che attendono l’agricoltura italiana. Assenza di capitale, onerosità di strutture e sistemi d’intervento che privilegiano "il servizio a scapito dell’economicità" hanno determinato progressivamente, quanto irreversibilmente, il dissesto della Federconsorzi (…).

I Commissari nominati con il Decreto citato, hanno immediatamente constatato che la situazione si era deteriorata rispetto a quanto già riscontrato dal Ministero vigilante. Non solo, infatti, la gestione si svolgeva in condizioni di crescente deficit di conto economico, ma peggiorava di giorno in giorno, essendosi ormai utilizzate, fino all’estremo limite, le possibilità di manovra finanziaria all’interno del Gruppo e nei confronti dei fornitori. In particolare:

- i pagamenti ai fornitori erano da alcuni mesi in situazione di forte ritardo;

- ancora più grave appariva la situazione debitoria nei confronti di taluni importanti Società industriali controllate, fornitrici della Federconsorzi.

Il Commissariamento ha inoltre determinato il blocco completo dei finanziamenti bancari con conseguente situazione di totale illiquidità.

(…) I Commissari hanno sottoposto al Ministro dell’Agricoltura di richiedere al Tribunale di Roma l’ammissione alla procedura di Concordato Preventivo, ottenendo la relativa autorizzazione in data odierna.

Ricorrono infatti tutte le condizioni previste all’articolo 160 della legge fallimentare per l’ammissione a tale procedura che tra l’altro appare la più omogenea rispetto al già operato tentativo di liquidazione volontaria che ha trovato l’adesione di una cospicua pluralità di creditori".

Fin dalla richiesta, si evidenziava un vizio in grave contrasto con la procedura scelta e che dipendeva sia dallo stato della organizzazione tecnico-contabile della Fedit, sia dalla rapidità delle decisioni adottate.

Non si procedette ad una esposizione estimativa delle componenti del patrimonio e dei criteri di valutazione adottati ma solo ad una elencazione analitica dei beni.


5. La questione Agrifactoring ed i suoi riflessi sulla vicenda Federconsorzi

Il tracollo della Fedit comportava la crisi irreversibile anche di una seconda grande debitrice del sistema bancario italiano ed estero: l'Agrifactoring, la società del factoring agricolo di proprietà del gruppo Banca nNazionale del lavoro, del Banco di Santo Spirito e della Federconsorzi, che aveva 10 miliardi di capitale ed un passivo di oltre 1250 miliardi.

La società Agrifactoring spa era stata costituita nel 1982 ed era una società captive partecipata dalla Banca nazionale del lavoro holding al 40 per cento, dalla Fedit al 20 per cento, dal Banco di Santo Spirito al 20 per cento, e per il 20 per cento da altre banche contigue minori, che operava pressoché esclusivamente con la Fedit ed i consorzi agrari.

Il concordato preventivo Agrifactoring fu chiesto in data 15 luglio 1991; il concordato preventivo Fedit fu chiesto qualche giorno prima, in data 4 luglio 1991. Le due richieste sono quindi coeve, interdipendenti ed inscindibili.

Le due banche italiane azioniste dell'Agrifactoring non rischiavano solo la perdita del capitale ma ben di più, perché erano esposte per cifre considerevoli.

Il gruppo Banca Nnazionale del lavoro (Banca Nnazionale del lavoro ed Efibanca) vantava crediti per 329 miliardi circa, mentre il Banco di Santo Spirito vantava crediti per 64 miliardi circa.

Se a tali cifre si sommano i crediti nei confronti della Fedit, l'esposizione totale assomma all'ingente cifra di ben 465 miliardi per la sola Banca Nnazionale del lavoro. Le banche estere chiedevano con veemenza che le due banche italiane si assumessero i debiti, quali azioniste di Agrifactoring, invocando una prassi internazionale secondo la quale le banche garantivano il loro para-bancario.

Non si trattava, in verità, di una pretesa anomala delle sole banche giapponesi, ma di una richiesta del sistema.

Ciò è avvalorato dalle richieste ufficiali rivolte in tal senso all'Abi dalla omologa organizzazione francese (Abe).

Ma la Banca nNazionale del lavoro, la banca del Mministero del tesoro, retto dal dottor Guido Carli, non era ancora uscita del tutto dalla gravissima crisi derivante dallo scandalo di Atlanta, che aveva determinato la sostituzione del presidente Nesi, e non poteva assumersi oneri impropri.

Non intendeva, quindi, come del resto non poteva legittimamente fare neppure il Banco di Santo Spirito, farsi carico dei debiti Agrifactoring e doveva, anzi, tentare di limitare i danni.

A tutto ciò va aggiunto che l'unica aspettativa di soddisfazione dei crediti verso Fedit e verso Agrifactoring era legata alla possibilità ed all'entità del realizzo dei beni della Fedit.

A differenza di quanto accadde per la Fedit, che pur versava nelle medesime condizioni patrimoniali e giuridiche, l'Agrifactoring fu messa in liquidazione in applicazione dell’articolo 2448 codice civile, avendo perduto totalmente il suo capitale sociale.

Il decreto di ammissione fu emesso in data 7 novembre 1991 e depositato in data 12 novembre 1991; la sentenza di omologazione fu pronunciata in data 23 luglio 1992 e depositata in data 3 agosto 1992 e, quindi, prima di quella relativa alla Fedit.

La sentenza recepiva e faceva proprie le deduzioni sulle ragioni della crisi e sulla sussistenza delle condizioni di cosiddetta meritevolezza contenute nel ricorso della società e ribadite dal commissario giudiziale Francesco Giorgianni.

Il decreto di ammissione fu pronunciato da un collegio presieduto dal dottor Greco e composto dai giudici Severini ed Urbani, mentre la sentenza di omologazione fu pronunciata un collegio presieduto dal dottor Greco e composto dai giudici Celotti e De Vitis.

Si tratta, sostanzialmente, dello stesso collegio che omologò il concordato Fedit.

L’Agrifactoring chiese di essere ammessa al concordato, assumendo di essersi trovata in una condizione di grave crisi finanziaria a causa della sospensione, dopo il commissariamento, dei pagamenti da parte della Fedit e di molti consorzi agrari, che costituivano pressoché la totalità dei suoi clienti, e della conseguente revoca o sospensione degli affidamenti e dei crediti da parte delle banche presso le quali si alimentava.

Nella sentenza di omologa si legge ripetutamente che la crisi della Agrifactoring non era prevedibile e che essa fu dovuta esclusivamente alla parimenti imprevedibile crisi della Fedit.

In particolare scriveva l’estensore, dottor Greco: "(…) Passando all’esame della meritevolezza, va detto, richiamando quando già si è accennato in precedenza, che detto requisito esiste certamente in relazione alle cause che hanno provocato il dissesto (articolo 181 n.4 legge fallimentare).

(…) Intervenuta l’imprevedibile crisi della Federconsorzi, l’Agrifactoring fu conseguentemente travolta senza possibilità alcuna di potervi resistere.

(…) Il consistente credito vantato nei confronti della Federconsorzi e l’impossibilità di vederlo soddisfatto, sia nel suo concreto ammontare sia in tempi brevi, trascinò l’Agrifactoring verso una situazione di grave illiquidità (…).

(...) L’insolvenza, dunque, della società ricorrente fu dovuto a fattori imprevedibili ed esterni, di guisa che anche l’assenza di talune cautele, che nei confronti di qualunque altro terzo avrebbero rappresentato strumenti di ovvia precauzione, per la Federconsorzi, ritenuta cliente senza rischio di insolvenza, appare aspetto non imputabile a negligente gestione.

Il requisito, dunque, della meritevolezza, sia considerato in relazione alle cause del dissesto che in relazione alla condotta del debitore, appare sussistente".

L’assunto del Tribunale è così sintetizzabile in linguaggio non tecnico: la società Agrifactoring si trovò imprevedibilmente nell’impossibilità di far fronte ai suoi debiti perché il suo principale debitore, che riteneva sicuramente solvibile, e cioè la Federconsorzi, imprevedibilmente era divenutodivenne insolvente.

Nessun addebito, pertanto, poteva essere mosso agli amministratori della società.

Le valutazioni del Tribunale (e del commissario giudiziale) sembrano tuttavia contrastare con fatti non controvertibili.

L’Agrifactoring era una società prigioniera "captive" di uno dei suoi soci, la Fedit. Gli altri soci erano tutti creditori, in misura crescente da anni , della Fedit.

Essa era presieduta dalla stessa persona, e cioè il ragionier Scotti, che era nel contempo presidente della Fedit e che, quindi, ne conosceva perfettamente le sempre maggiori difficoltà finanziarie.

La crisi della Federconsorzi non era, quindi, affatto imprevedibile per il management della società.

Né essa poteva essere recepita come imprevedibile dal Tribunale ed in particolare dal presidente Greco, officiato della procedura di concordato preventivo della Fedit, tenendo conto che la Fedit era stata commissariata per "persistente – - dunque duratura - condizione di squilibrio finanziario" dal Ministro dell’agricoltura e che, per affermare la sussistenza delle condizioni di meritevolezza concordataria della Fedit, lo stesso Tribunale distingueva le responsabilità degli amministratori precedenti da quella dei commissari e stigmatizzava la gestione finanziaria precedente che, quindi, avrebbe dovuto allarmare gli amministratori della società Agrifactoring e sconsigliare operazioni ad altissimo rischio.

In realtà il semplice esame della progressione dell’indebitamento Fedit nei confronti di Agrifactoring avrebbe consentito di accertare come esso fosse andato aumentando a dismisura oltre ogni limite di ragionevolezza e che la società era stata utilizzata, senza scrupoli, dalla Fedit e dai suoi amministratori come una fonte senza limiti di approvvigionamento finanziario.

Quanto all’insolvenza di molti consorzi agrari, questa non si era manifestata improvvisamente, ma si trascinava da anni ed andava progressivamente aumentando.

Un sempre maggior numero di consorzi veniva commissariato per ragioni economiche e finanziarie.

La crisi del sistema consortile era nota al sistema bancario, agli operatori economici, al mondo politico e formava oggetto di periodici articoli di stampa.

Una minimale diligenza avrebbe dovuto indurre a ben diverse determinazioni gli amministratori di Agrifactoring spa se avessero ispirato la loro condotta, giudicata immune da colpe dal Tribunale, alla tutela di interessi autonomi della società amministrata e non esclusivamente a quelli della società holding.


6. La questione dell'insolvenza della Federconsorzi

Una delle questioni sulle quali la Commissione ritiene di aver raggiunto maggiore chiarezza è costituita dall’accertamento delle reali condizioni economiche e finanziarie della Fedit ed in particolare se essa era, al momento del commissariamento o, al tempo del concordato preventivo, in stato d’insolvenza.

Premesso che l'insolvenza di un’impresa è comunemente definita come l'impossibilità in cui essa si trova di soddisfare le proprie obbligazioni con gli ordinari mezzi di pagamento, si sono registrate varie tesi:


la Fedit non era insolvente all’atto del cCommissariamento e non lo divenne neppure dopo e, quindi, fu ammessa al concordato preventivo senza che ne sussistessero le condizioni.;


la Fedit divenne non insolvente a seguito e/o a causa del commissariamento;


la Fedit era insolvente prima del commissariamento.

La prima tesi è propugnata da chi afferma che la Fedit non doveva essere commissariata per reali ragioni economiche e finanziarie; il commissariamento sarebbe, quindi, stato deciso solo per ragioni politiche: si adombra un cosiddetto "patto scellerato", caro all'onorevole Lobianco.

L'esonero degli amministratori da ogni responsabilità, se non civile e penale, almeno morale, ne dovrebbe costituire, nonostante la sentenza d’omologa del concordato, che conclamò l’accertamento giudiziale dell’insolvenza dell’impresa, importante corollario.

Essa mira ad accentuare le responsabilità politiche del ministro Goria e di parte della Democrazia cCristiana.

L’assunto appare del tutto infondato per molti motivi .che sembrano alla Commissione, inoppugnabili.

Ed invero:


da molti anni gli esercizi della Fedit erano in reale perdita;


solo grazie ad artifici contabili e a vere e proprie falsificazioni si era giunti ad esporre attivi e da ultimo un pareggio;


l'indebitamento con le banche e con Agrifactoring aveva raggiunto livelli non sostenibili;


nell'attivo delle Fedit comparivano poste di migliaia di miliardi di crediti verso i consorzi agrari che venivano esposti al loro valore nominale mentre erano in gran parte privi di valore; la Fedit non aveva disponibilità proprie presso le banche ma operava come intermediaria nella fatturazione dei consorzi; i consorzi, infatti, acquistavano da Fedit che, a sua volta, acquistava dai fornitori; il sistema aveva concorso a far la fortuna della Fedit, che ricavava una rendita parassitaria dall'intermediazione;


esso aveva funzionato fino a quando i consorzi avevano potuto pagare regolarmente;


le difficoltà dei consorzi non si erano infatti scaricate né sui fornitori, che continuavano ad essere pagati da Fedit, né sulle banche, ma sulla Fedit che aveva cominciato a concedere credito sotto varie forme, indebitandosi a sua volta con il sistema bancario, mediante lo sconto di cambiali che assai spesso non venivano pagate alla scadenza;


l'intero sistema dei consorzi era in crisi, aggravata sempre di più dagli stessi vincoli che i legami con Fedit comportavano (sistema fornitori-costi-oneri finanziari);


gli affidamenti di cui godeva la Fedit non erano collegati con operazioni produttive ma semplicemente con operazioni commerciali e, quindi, non rappresentavano costi di investimento ma costi di esercizio;


gli affidamenti non erano sfruttati appieno perché il livello del giro di affari non lo esigeva;


il pieno utilizzo, avrebbe, inoltre, postulato un deciso aumento del fatturato ma avrebbe, nello stesso tempo, non diminuito ma, al contrario, aumentato l'indebitamento finanziario;


nella gestione della Fedit dell'anno 1990 si colgono segni di minore progressione ma non di riduzione dell'indebitamento;


del resto non poteva essere altrimenti perché nulla era cambiato; non era stato possibile neppure vendere cespiti non strategici, per acquisire liquidità;.


per proseguire la gestione, la Fedit non poteva che continuare ad alimentarsi del credito bancario che sarebbe inevitabilmente aumentato;


essa aveva tanta necessità di nuovi finanziamenti da negoziare proprio nei giorni che precedettero il commissariamento un prestito di ben 250 miliardi con il Credito Italiano;


t uttavia nessuna banca avrebbe fatto mancare nell’immediato il credito; la Fedit non aveva sospeso i pagamenti e nessuno dei fornitori aveva sospeso le forniture.

Si può quindi affermare, con ragionevole tranquillità, che la Fedit era, agli inizi dell’anno 1991, in una condizione d’irreversibile e grave dissesto ben noto agli amministratori.

L’insolvenza non si era ancora manifestata ad alcun creditore o fornitore, ma ciò era dovuto, come si è rilevato, al credito bancario che non faceva che aumentare il passivo non pioù sostenibile.

In sostanza i crediti ricevuti non erano rimborsabili, se non a prezzo d’ulteriori e crediti miliardari .

Ben presto la Federconsorzi, senza soccorsi straordinari, non sarebbe stata più in grado di operare.

All'atto del commissariamento, la Fedit non era, dunque, in uno stato di ma iin una condizione di grave dissesto, tanto contiguo all’insolvenza da confondersi con l’insolvenza stessa.

Il commissariamento rese pubblico ciò che era conosciuto da pochi; la sospensione degli affidamenti e l'interruzione del circuito delle forniture rese insostenibile, nell'immediato, la situazione economica e finanziaria; mancarono persino i mezzi per pagare gli stipendi.

Si determinò una condizione di conclamata ed evidente insolvenza.

È noto alla Commissione che sul tema dell’insolvenza si è pronunciato il Tribunale penale di Roma e, che di tale decisione hanno mostrato di volersi avvalere alcuni amministratori per esimersi da responsabilità per il dissesto.

Si tratta della sentenza depositata il 14 settembre 1998 e passata in giudicato, emessa dalla VI sezione penale il 16 giugno 1998 nei confronti dei dottori Pellizzoni, Bambara, Lorenti, Dodi, Botti, Ilari, Franzero, Corso e Simon.

Il Tribunale era chiamato a stabilire se la restituzione da parte della Fedit di somme rilevanti al Credito Italiano, lo stesso giorno del commissariamento, costituisse un pagamento preferenziale e dunque una bancarotta.

I presupposti dell’imputazione erano costituiti dall’esistenza di una condizione di insolvenza e dalla riconoscibilità della stessa.

Va considerato che, come emerge dalla lettura del documento giudiziario, ciò che importava principalmente, al Tribunale stabilire non era stabilire se sussisteva uno stato di insolvenza, o ma se questa fosse riconoscibile e se quindi la bBanca avesse ricevuto la restituzione di quanto pur dovutole, in quanto consapevole dalle reali condizioni della Fedit e, quindi, in violazione virtuale della "par condicio" tra i creditori concorsuali.

Tanto vale ad assegnare alla sentenza la sua reale portata.

Uno dei capisaldi della decisione è, ad ogni modo, costituito dal seguente argomento: il decreto di commissariamento fa riferimento ad uno stato di squilibrio economico e finanziario e non d’insolvenza e la finalità del commissariamento fu il riequilibrio dell'impresa, considerata, pertanto, vitale.

Si deve in proposito osservare che, a prescindere dalla difficoltà ontologica di commissariare un’impresa affermandone l'insolvenza, dichiarazione che avrebbe comportato automaticamente la liquidazione coatta o la richiesta di fallimento, il reale e gravissimo squilibrio economico e finanziario della Fedit non era per niente transitorio o curabile con mezzi normali.

Il ministro Goria, lo stesso giorno in cui rese pubblico il commissariamento, circostanza che il Tribunale sembra aver trascurato del tutto, presentò effettivamente un progetto di risanamento, ma esso, non mirava a risanare la Fedit ma a crearne una nuova.

Si trattava di un riconoscimento del dissesto così chiaro che nessuno si fece illusioni in merito.

Il decreto inoltre si basava sulla constatazione, ad opera del consulente del Ministro, professor Dezzani, degli artifici contabili - che sembrerebbero dei veri e propri falsi - che avevano portato ad esporre un bilancio in pareggio occultando pesanti perdite.

In nota :Il prof. Dezzani dichiarò al P.M. di Perugia il 7 marzo 1996:

"Conoscevo il Ministro Goria da anni e penso che per questo mi pregò di aiutarlo ad interpretare i bilanci della Fedit nel periodo 1989-90, bilanci formalmente in pareggio;(n.d.r. in realtà il primo denunciava un lieve attivo) ma già da una prima lettura vi erano indicazioni di forti perdite .Confermai anch’io che le impressioni di Goria erano giuste e stimai le perdite del 1989 in 400 miliardi circa ed quelle del 1990 in circa 500 miliardi.

L’indebitamento Fedit verso le banche a fine 90 lo desunsi dai documenti di provenienza Fedit in 3.150 miliardi circa .Vi erano poi debiti verso i fornitori per oltre 1.000 miliardi nel 1989 e 860 miliardi nel 1990. Vi erano poi i debiti dei Cap per oltre 2.000 miliardi verso le banche e i debiti delle società controllate da Fedit ammontavano a circa 500 miliardi.

Il dato aggregato del sistema consortile a fine 1990 era di una esposizione verso le banche di circa 6.000 miliardi……So per certo che lui si esprimeva comunque nel senso che l’attivo della Fedit raggiungesse almeno il 60-70% di tutti i debiti Fedit".

Il bilancio in pareggio era il frutto di una dissimulazione delle reali condizioni. Per questo motivo, alla pubblicazione del bilancio che non seguì alcuna iniziativa delle banche creditrici che sarebbe stata del tutto ingiustificata.

Altro argomento di rilievo per il Tribunale - che doveva giudicare proprio se la stessa banca aveva goduto di un rimborso preferenziale illecito - è la decisione del Credito Italiano di concedere un finanziamento d’altri 250 miliardi alla Fedit proprio nell'imminenza del commissariamento ad attestazione che non v’erano timori.

L'assunto trascura un dato significativo: per la prima volta una banca chiese una garanzia, un pegno, prima sulle azioni della Banca nazionale dell'agricoltura in portafoglio Fedit e poi sui crediti della Fedit verso il MAF, e, quindi una garanzia non solo seria ma anche idonea a costituire privilegio in caso di fallimento.

Dunque, in realtà il Credito Italiano intendeva premuniresi adeguatamente.

È vero invece che ben pochi tra i creditori, anche del ceto bancario, si attendevano, che la Fedit potesse essere commissariata.

Va rimarcata un’ultima valutazione del Tribunale: il decreto di commissariamento non provocò lo stato d’insolvenza;

furono le banche che avevano concesso i crediti per fiducia politica a tornare sui loro passi quando essa venne meno.

A ciò va decisivamente opposto che le banche si trovarono di fronte ad un commissariamento per squilibrio economico e finanziario che imponeva, se non altro per doverosa prudenza, un’immediata autotutela.

Non vi fu per nulla il ritiro di un affidamento politico ma una reazione tecnica alla gravità della situazione rappresentata nel provvedimento del Ministro, che segnalava la rischiosità dei crediti già maturati e ne sconsigliava di futuri.

La sospensione degli affidamenti, da parte del sistema bancario, determinò una condizione d’immediata illiquidità ma prevenne la formazione di un più grave passivo.

L’impresa era, al momento del commissariamento, in quello stato che taluni ritengono sovrapponibile all’insolvenza, altri di minore contenuto, costituito dal "dissesto".

Ma, se la Fedit era in stato di dissesto non poteva legittimamente continuare a ricorrere al credito, a pena delle sanzioni penali previste dall'articolo 218 della legge fallimentare che proibisce il ricorso abusivo al credito dissimulando il dissesto.

E, se non poteva continuare a ricorrere al credito, non poteva sopravvivere.



7. L’operato dei primi cCommissari governativi

I tre Ccommissari governativi nominati dal ministro Goria erano, almeno in parte, espressione della lottizzazione politica che caratterizzava il cosiddetto Governo del CAF.

Il dottor Pompeo Locatelli era un commercialista milanese, molto vicino all'area socialista, che non risulta si fosse mai occupato in precedenza di agricoltura e consorzi agrari.

Il professor Agostino Gambino era un tecnico di area democristiana, che poteva vantare una conoscenza delle problematiche della gestione della Federconsorzi per conto della quale aveva espresso un parere scritto sulla possibilità di sistemare i crediti che essa aveva nei confronti dei consorzi agrari.

Il suo nome compare in un verbale del cComitato esecutivo della Fedit in epoca anteriore al commissariamento come quello di un "consulente" della Fedit.

Il dottor Giorgio Cigliana era lontano dal mondo federconsortile, aveva avuto importanti esperienze bancarie e fu nominato per la fiducia che in lui riponeva il ministro Goria.

Essi rimasero in carica dal 17 maggio 1991 al 9 giugno 1992, quando rassegnarono le dimissioni.

Investiti del mandato, essi si trovarono ad affrontare la complessa situazione descritta nei paragrafi precedenti quali esecutori della volontà politica del ministro Goria, il quale stava giocando una partita importante per il rilancio della sua carriera politica, che aveva già raggiunto il vertice della Ppresidenza del Consiglio per segnare poi un notevole declino.

L’onere principale dell’incarico fu ben presto assunto dal dottor Cigliana che ha lasciato copiosa documentazione del suo operato, anche in appunti rinvenuti presso la sede della Federconsorzi dal commissario governativo Lettera, e da questi consegnati alla magistratura di Perugia, nonché in agende esibite a questa Commissione.

Dal complesso delle annotazioni del dottor Cigliana si evince che i tre commissari non costituivano – - ma non poteva essere diversamente – - una squadra affiatata protesa a raggiungere un unico scopo.

Il prof.essor Gambino puntava risolutamente alla liquidazione coatta amministrativa.

Il dottor Cigliana sembra essersi sempre ispirato ad una linea di dignità tecnica e di fedeltà istituzionale senza una propria ed originale progettualità.

Nessuno dei commissari concorse a suggerire il commissariamento e il ricorso al concordato preventivo.

Anzi il dottor Gambino era "furibondo"

In nota: come si legge nel diario del dott.Cigliana

quando apprese che il ministro Goria non intendeva far seguire al provvedimento amministrativo del commissariamento quello della liquidazione coatta, che avrebbe visto i tre commissari nella nuova e diversa veste di liquidatori ed aperto spazi gestionali che sembravano molto suggestivi al dottor Locatelli.

Dei tre commissari il dottor Cigliana ed il professor Gambino non ebbero alcun rapporto con il professor Capaldo ed il suo piano.

Sembra , invece che il dott.or Locatelli In nota : come si legge nel diario del dott.Cigliana dapprima elaborò nel febbraio 1992 ( e, quindi, due mesi prima della ufficializzazione della proposta Capaldo) un proprio progetto che prevedeva l’acquisto di tutti di beni da parte di un gruppo di creditori sottoponendolo al ministro Goria ed interessando anche un "M. Casella" che sembra di poter identificare nell’avvocato prof.essor Micheleario Casella che sarebbe stato di lì a poco l’ideatore e l’esecutore tecnico del Ppiano Capaldo.

Successivamente, sempre secondo la stessa fonte, il dott.or Locatelli avrebbe rinunciato ad una autonoma iniziativa, dopo iniziali approcci con il prof.essor Capaldo che lo avrebbe ben presto estromesso.

Non sembra, comunque, alla Commissione che possano muoversi addebiti di rilevo alla gestione commissariale.

Il fallimento dei progetti del ministro Goria non è imputabile ai commissari.

I tre commissari si dimisero sia perché ritennero esaurito il loro compito sia perché il Ministro che li aveva officiati si apprestava a lasciare il ministero dell’Aagricoltura. Inoltre, la gestione del concordato preventivo, per la parte relativa alle responsabilità governative, non poteva più vederli come protagonisti, perché il Piano Capaldo , come si è visto, non li riguardava .

Scriveva il dottor Cigliana il 25 settembre 1997 all'Ispettorato del Ministero di grazia e giustizia a seguito di un esposto presentato contro l'avvocato Lettera: "fu proprio la sgradevole sensazione che qualche trattativa fosse in corso all'insaputa dei tre commissari ad indurre costoro a presentare le dimissioni il 27 maggio nella prospettiva anche di un imminente cambio di Governo che li avrebbe privati del riferimento al Ministro che li aveva chiamati".

Come si è visto in realtà i commissari, o quanto meno il dott.or Cigliana ed il dott.or Locatelli, sapevano che era in corso di elaborazione un intervento; in data 23 marzo 1992, e quindi in data anteriore di circa un mese alla pubblicizzazione dell’offerta, il dottor Cigliana annotò:

"Dda Picardi .(il commissario giudiziale; n.d.r.) Capaldo è stato da Greco (il presidente del Tribunale fallimentare n.d.r.) e da lui: Ggli hanno detto di rivolgersi a noi (ma non lo farà certo con me!)".

E’, quindi, opinione della Commissione che i tre Ccommissari si dimisero perché si resero conto di non aver più prospettive operative perchéin quanto l’iniziativa era nelle mani di altri soggetti - i quali, che li avevano scavalcati e che non intendevano avvalersi di loro - e che non era prevedibile nessun loro ruolo attivo, in difformità dalle aspirazioni da essi dichiarate, neppure nel prosieguo della procedura fallimentare.


In nota ibidem; la circostanza è stata altresì confermata dal dott. Greco nel corso della sua audizione



8. Il ruolo delle banche estere

Premesso che il debito complessivo dell’Agrifactoring ammontava a 1.216 miliardi e che di questi ben 429 miliardi rappresentavano il debito nei confronti di tre sole banche italiane (Banca Nnazionale del lavoro, Efibanca, Banco di Santo Spirito, - poi confluito nella Banca di Roma), per comprendere il meccanismo della tacitazione delle banche estere ed il collegamento con il Piano Capaldo occorre considerare la concatenazione della debitoria Fedit-Agrifactoring (cfr. schema che segue).

Agrifactoring non aveva nessun bene di valore apprezzabile, ma solo crediti. Il debitore principale era la Fedit. Quindi solo i beni della Fedit potevano soddisfare i creditori di Agrifactoring e di Fedit.

A tal fine era indispensabile che entrambi i concordati ricevessero l'approvazione dei creditori, e delle banche estere creditrici, in particolare, e del Tribunale di Roma.

Alla fine del 1991 fu elaborata, ad iniziativa apparente della Banca Nnazionale del lavoro, una proposta tecnica per consentire l'approvazione del concordato Agrifactoring e, nello stesso tempo, fu dato mandato dal professor Capaldo allo studio Casella di Milano di dar corso concreto al suo progetto.

Era infatti prossima una scadenza fondamentale per le sorti di Fedit e di Agrifactoring.

A distanza di qualche giorno l'una dall'altra erano state fissate, nel mese di gennaio 1992, le due udienze, dinanzi al tribunale fallimentare e, più concretamente, dinanzi allo stesso giudice Greco che era delegato a seguire entrambe le procedure, nel corso delle quali i creditori avrebbero votato per esprimere il loro consenso o meno al concordato.

Ebbene, con atto deli data 20 febbraio 1992, denominato tecnicamente postergazione, le tre banche principali creditrici di Agrifactoring rinunciarono ad essere soddisfatte dei loro crediti mediante divisione paritaria del ricavato del concordato, in favore delle banche estere.

Le banche italiane azioniste di Agrifactoring,N cui si unirono successivamente le altre banche italiane creditrici della Federconsorzi, conferirono ai creditori stranieri il diritto di rivalersi con priorità sul ricavato del concordato Fedit e, quindi, concessero loro di poter contare sul rientro totale dei loro crediti verso Agrifactoring, attraverso quella parte del ricavato delle vendite dei beni Fedit che si stimava sarebbe spettato ad Agrifactoring, previsto in tale quantità da assicurare il pagamento totale dei creditori esteri resi privilegiati.

Per effetto della loro rinuncia, le banche italiane poterono soddisfare i loro crediti solo su quanto rimasto, dopo aver pagato i creditori stranieri.

Senza la postergazionedi essa, le tre banche creditrici di Agrifactoring avevanoavrebbero nutrito la ragionevole l’aspettativa di ottenere almeno il 40 per cento di 429 miliardi e cioè 171,6 miliardi.

Si trattava di una promessa di soddisfacimento totale che comportava per esse il cospicuo sacrificio della perdita di capitali e crediti.

Le banche estere, che non trovavano l'ascolto desiderato né presso il Governo italiano, né presso la Banca d'Italia né presso l'ABI, si indussero ad accettare la proposta che presentava indubbi vantaggi e votarono favorevolmente in entrambe le procedure, pur mantenendo una posizione di vigilanza armata.

Fu così che si rese possibile l'approvazione dei due progetti di concordato da parte delle maggioranza dei creditori, senza opposizioni significative ed imbarazzanti. Tuttavia era una aspettativa di pagamento che aveva bisogno, per inverarsi, della conclusione positiva di entrambe le procedure e della vendita in tempi rapidi dei beni Fedit.

A tanto provvedeva lo schema generale del progetto del professor Capaldo elaborato dall'avvocato Casella. (cfr. infra)

Nel maggio 1992 fu ufficializzata la proposta di acquisto di tutti i beni della Fedit a nome di una costituenda società per la somma di lire 2.150 miliardi.

L'omologazione del concordato Agrifactoring avvenne senza difficoltà nel luglio 1992.

In virtù e per effetto del beneficio ricevuto nella procedura Agrifactoring, le banche straniere non si opposero alla vendita in massa dei beni Fedit alla SGR.

Sul versante dei crediti vantati da Agrifactoring, si verificò invece una sconcertante anomalia.

La società vantava nei confronti della Fedit 826 miliardi di crediti. Essi furono fatti valere tutti nella procedura Fedit come crediti ordinari, chirografari nel linguaggio giuridico.

Invece essi, quasi per la totalità, secondo una prospettazione fatta valere giudizialmente dalla stessa Agrifactoring, sarebbero stati in realtà assistiti da privilegio. Si trattò di un errore ?

Non è possibile dare un risposta certa all'interrogativo.

Infatti il Tribunale fallimentare di Roma, con sentenza definitiva, ha escluso la rilevanza pratica della questione, per motivi tecnici propri della procedura di concordato e non ha deciso sul merito.




Schema dei rapporti Agrifactoring-Fedit-Cap




BANCHE ESTERE Clienti 189 md.

BNL

Bnl (Holding)



Efibanca Agricoltori 386 md.


230



244 Controllate 294 md.




346 Altri 805 md.


(crediti)

al 30/11/91


900

Agrifactoring Fedit Cap

Capitale 10 md. Capitale 4,5 ml. 2220 md. (crediti)

20%




50%




BANCHE TOT FORNITORI PASSIVO TOTALE

3011 837 5088: 4410chirografari

3011+ 275 privilegiati

837 403 in prededuzione


3848 su tot 4410



9. Una risposta al commissariamento: il progetto So.con.agri.


In risposta al commissariamento della Fedit ed al tentativo di lanciare una Fedit 2, pochi giorni dopo la presentazione della richiesta di ammissione al concordato preventivo, Coldiretti e Confagricoltura concretizzarono un loro progetto alternativo che si tradusse nella promozione di un'altra società che fosse sotto il loro totale controllo.

Il 9 luglio 1991, infatti, i consorzi di Ravenna, Benevento e Treviso/Belluno, acquisirono il capitale di una società, la New Door, e costituirono la So.con.agri. srl Aderirono alla società 37 consorzi agrari, di cui 21 in gestione ordinaria, 6 commissariati, 3 in amministrazione controllata e 7 in liquidazione coatta. Le funzioni di presidente provvisorio furono affidate al dottor Libero Iannella del consorzio di Benevento.

Quanto alla presidenza definitiva si era fatto il nome di un personaggio di prestigio del mondo agricolo, il senatore Alfredo Diana.

Il tentativo di clonazione della Fedit con la stessa impostazione e con le stesse referenze era sicuramente anacronistico e velleitaria l'idea di realizzare l'attività di coordinamento e sostegno dei consorzi agrari con una società con un capitale sociale di trecento milioni, che erano tanti rispetto al capitale della Fedit, che era di solo 4,65 milioni, ma pochissimi rispetto ai fini annunciati.

La So.con.agri. incarnava, pertanto, un messaggio politico di vitalità della Coldiretti piuttosto che un vero progetto operativo.

Insieme con il progetto So.con.agri. fu elaborato un progetto finanziario denominato Fiordaliso, con il compito di rastrellare capitali tra gli agricoltori, oltre che dalle banche e da altri privati.

Le due società, So.con.agri. e Fiordaliso, essendo complementari tra loro dovevano essere presiedute dalla stessa persona.

Riferisce l'onorevole Lobianco alla Commissione, nel corso dell'audizione del 1° febbraio 2000: "Per quanto riguarda il progetto So.con.agri., noi riunimmo i nostri presidenti dei consorzi agrari e quelli della Confagricoltura per poterli assistere, perché in quella situazione si parlava di Agrisviluppo, e non c'era più coordinamento.

Allora si pensò di fare una società in cui entrassero i consorzi agrari disposti al coordinamento per poterli assistere, sia nelle vicende del concordato, sia successivamente nei rapporti con i commissari per continuare l'azione di assistenza. Questo progetto So.con.agri. è andato molto lento; ultimamente ho letto che la società è stata sciolta".

Il progetto So.con.agri non si è mai attuato.

Esso costituisce testimonianza della dura opposizione delle associazioni di categoria alle idee del ministro Goria e della loro persistente e perseverante volontà monopolistica.