Rime (Andreini)/Capitolo III

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Capitolo III

../Madrigale CXXIV ../Sonetto CLXIV IncludiIntestazione 2 marzo 2015 75% Sonetti

Madrigale CXXIV Sonetto CLXIV

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Cap. III. con ogni terzo verso del Petrarca.


INvidioso Amor del mio contento
Fatt’hà de l’arco suo segno il mio core,
     Ma tutti i colpi suoi commette al vento.
Invan procuri ingiusto empio signore
     L’alma tener con tue lusinghe avvolta
     Frà le vane speranze, e ’l van dolore.

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Io ben dolce credèi l’amar talvolta,
     Ma poi che sciolto ho da quest’occhi il velo
     La falsa opinion dal cor s’è tolta.
Chiunque avampa d’amoroso zelo
     Speri anzi di veder, che uscir di pena
     Senz’acqua il Mare, e senza stelle il Cielo.
Annoda l’alma Amor d’aspra catena,
     E soffian sempre, ove l’iniquo stassi
     Venti contrari a la vita serena.
Per lo sentier d’Amore à morte vassi.
     Miseri Amanti egli v’asconde il calle
     Di gir al Ciel con gloriosi passi.
In questa bassa, e tenebrosa valle
     Vi nutre di piacer vano, e fallace
     Per farvi al bel desìo volger le spalle.
Il senso inganna, il cor ardendo sface,
     Tal è sua usanza dispietata, e dura
     Nemica naturàlmente di pace.
Riposo, e libertà vi toglie, e fura,
     E vi costringe à trar da gli occhi un rìo
     Quand’è ’l dì chiaro, e quand’è notte oscura.
Spegnete la sua face ne l’oblìo,
     Ch’egli vi pasce, e no’l vedete (ahi folli)
     Di sospir, di speranza, e di desìo.
Mentr’io pur come voi seguirlo volli
     Vissi morendo in una viva morte
     Con gli occhi di dolor bagnati, e molli.
Quante volte n’andai gridando forte
     Di piaggia in piaggia, e d’una in altra riva
     O bel viso à me dato in dura sorte.
Ahi che mentre d’amor l’alma bolliva
     Soffersi inutilmente tant’affanno,
     Che ’ngegno, ò stil non fia mai, che ’l descriva.

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Chi vive amando soffre ingiuria, e danno,
     E quando il Monte vien canuto, e bianco,
     E quando poi ringiovenisce l’anno.
Talche si trova al fin debile, e stanco
     D’angosce, e di martìri in tutto pieno
     Col ferro avelenato dentro al fianco.
Hor di vera letizia hò colmo il seno,
     Poi c’hò lasciato di seguir l’altero,
     C’hà sì caldi gli spron, sì duro il freno.
Conosco hor ben, ch’io non conobbi il vero
     Mentre seguendo questo falso Nume
     Sperai riposo al suo giogo aspro, e fiero.
Pensoso un giorno in riva a un chiaro fiume
     Una voce sgridommi in questi accenti,
     Deh perche innanzi tempo ti consume?
A quel parlar tremai qual fronda à’ venti:
     Pur fatto forza à l’improviso suono
     I’ dicea frà mio cor, perche paventi?
Poi dissi, ò voce con la qual ragiono,
     Se guardi à la cagion del mio fallire
     Spero trovar pietà non che perdono.
Nacque già tal, ch’io no’l saprei ridire
     Donna, il cui bel fù d’ogni grazia adorno
     Per colmarmi di doglia, e di desire.
A questa ogn’hor con la memoria torno,
     E per lei mi consumo à parte, à parte,
     Così mancando vò di giorno in giorno.
Ma tu chi se’, che ’n sì remota parte
     Mi conforti à lasciar l’impresa antica,
     Ond’hor non sò d’uscir la via, ne l’arte?
Rispose, io son Ragion del giusto amica
     Sappi, che quanto più l’huom serve, e brama
     Tanto Fortuna con più visco intrica.

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Segui l’alto Signor, ch’à se ti chiama.
     Son di lui messaggiera, e vò mostrarti
     Come s’acquista honor, come Dio s’ama.
Visto, che pur volevi consumarti
     Dietro à spietata, e fragile bellezza
     Mi mossi, e vengo sol per consolarti.
Vuoi seguir chi ti fugge, e chi ti sprezza?
     Ah ben m’avveggio, che se’ fatto, come
     Semplicetta farfalla al lume avezza.
Hor prima, che tu cangi e volto, e chiome
     Segui ti prego il mio sano consiglio,
     Sgombra da te queste dannose some.
Soggiunsi, amica al tuo parer m’appiglio,
     Voglio fuggir la dispietata luce,
     Ch’Amor mostrommi sotto quel bel ciglio.
Un raggio di salute in me riluce,
     Sì mi conceda chi diè lume al Sole,
     Ch’io segua la mia fida, e cara Duce.
Tal forza hebbero in me l’alte parole
     D’essa Ragione, che ’mpugnai lo scudo
     Contr’al desìo, che spesso il suo mal vuole.
Hor da te fuggo Arciero alato, e nudo,
     Ed hò contro di te sì grave sdegno,
     Ch’animo al Mondo non fù mai sì crudo.
Mentre servendo vissi nel tuo Regno
     Spietato al pianto mio torcesti gli occhi,
     Hor al tuo richiamar venir non degno,
Indarno tendi l’arco, à voto scocchi.