Saggio di curiosità storiche intorno la vita e la società romana del primo trentennio del secolo XIX/Un processo per falsificazione di rescritti

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Un processo per falsificazione di rescritti

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Un processo per falsificazione di rescritti.


Sui primi di Luglio del 1818 voci misteriore ed insistenti cominciarono a bisbigliarsi sommessamente nei ritrovi mondani e nei pubblici uffici di Roma: il Signor Luigi Polidori; molto noto nel mondo degli affari, non ostante l’aperta opposizione del Camerlengo, era riuscito proprio in quei giorni ad ottenere in suo favore un rescritto di privativa, riguardante le cartiere e gli stracci. Il fatto aveva prodotto in tutti una grande impressione, prevedendo chi sa quali attriti tra il Papa e il [p. 49 modifica]Camerlengo, ma più meravigliato di tutti per questo fatto era restato il Papa stesso, il quale non ricordava di aver mai firmato un tal rescritto. Il Governatore, messo a giorno della cosa, volle veder chiaro nella faccenda e senz’altro fece chiamare il Polidori, ingiungendogli di dire il nome di chi avesse a lui procurato il famoso rescritto. Ma quale non fu la sua sorpresa nel sentire che l’abate Pietro Natali aveva intascato per questo 5000 scudi! Fu fatto chiamare il Natali, ma questi, trinceratosi dietro un impenetrabile mutismo, non lasciò trapelare il nome di chi avesse a lui procurato il discusso rescritto, e venne rinchiuso in Castello, mentre la sua casa era minutamente perquisita. Le voci misteriose ed oscure presero allora consistenza e forma: i rescritti papali erano stati falsificati.

Pochi giorni dopo l’arresto del Natali però, si presentò spontaneamente al Governatore il chierico beneficiato Giuseppe Maria Adami, nipote dell’arrestato, il quale con giuramento affermò che il tanto discusso rescritto era autentico; egli stesso, insieme all’altro chierico Domenico Ricci, beneficiato come lui di S. Pietro, l’aveva procurato al Natali, mediante i buoni uffici di Menicocci Innocenzo Maria, addetto alla Computisteria degli Spogli1. Il Ricci confermò pienamente l’esposto dell’Adami, aggiungendo che altri molti rescritti pontifici erano stati ottenuti da loro e da altri per l’influenza del Menicocci, ma quest’ultimo, pure ammettendo in parte quanto avevano affermato i due precedenti, si rifiutò tuttavia di esporre al Governatore la via di cui s’era servito per ottenere il rescritto ed allora tutti e tre, insieme al Natali, vennero rinchiusi in Castello, in attesa del processo che si andava istruendo contro di loro. Ricercati i rescritti pontifici, ottenuti per mezzo del suddetto Menicocci, se ne ritrovò un gran numero, ma il Papa, a cui furono presentati per il loro riconoscimento, affermò fra lo stupore generale che non ricordava d’aver fatto mai tali rescritti, sebbene ne riconoscesse per suo il carattere. Furono allora nominati due periti acciocchè riferissero sull’autenticità o meno [p. 50 modifica]dei rescritti controversi ma questi s’affrettarono a dichiarare che vent’uno di essi erano falsi. Lo stupore e l’ilarità generale giunse allora al colmo: erano rescritti pontifici, concedenti pensioni vistose, cappellanie, onorificenze, per ottenere i quali, si diceva e si ripeteva da tutti, fossero state sborsate grandi somme, e tutti questi rescritti erano da tempo già stati vidimati e registrati dalla Segreterìa dei Memoriali. Il fatto stesso buttava nel discredito e nel ridicolo tutta quanta l’organizzazione amministrativa dello Stato Pontificio e per correre al riparo si volle ad ogni costo dare una lezione esemplare. Ma il Natali moriva nel Novembre dello stesso anno, nel carcere di Castel S, Angelo, durante le more dell’istruttoria, e per quante camicie sudasse il povero rappresentante dell’azione fiscale ogni giorno più si doveva convincere che l’Adami e il Ricci erano in completa buona fede e che il Menicocci non doveva essere il ricercato falsificatore, poichè nulla risultava aver egli intascato dei denari sborsati per ottenere i rescritti; e l’istruttoria si protraeva all’infinito. Finalmente, dopo un anno e mezzo circa, poichè si doveva pur dare una lezione che salvasse il perduto prestigio del Governo, nell’11 Novembre 1819 venne proposta e discussa la famosa causa. «Per falsificazione di rescritti pontifici e per commercio dei medesimi», Capro espiatorio di questo scandalo, poichè non si potè o non si volle scoprirò il vero colpevole, restò il povero Menicocci, il quale venne inesorabilmente condannato a morte, pena commutata poi dal Papa nella galera a vita. Gli altri due vennero condannati a cinque anni di fortezza ed alla perdita dì tutti i benefici e pensioni che prima godevano; dal patrimonio di tutti i rei poi, compreso quello del defunto Natali, fu deciso che dovessero prendersi le somme indebitamente percette e si dovessero erogare in opere pie.

Cosi ebbe termine questo famoso processo che da solo basterebbe a dimostrare la singolare anormalità del Governo Pontificio.


Note

  1. Archivio di Stato di Roma. — Miscellanea di carte politiche e riservate N. 1738.