Software libero pensiero libero/Volume I/Parte prima/La prima comunità di condivisione del software

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La prima comunità di condivisione del software

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Richard Stallman - Software libero pensiero libero (2002)
Traduzione dall'inglese di Bernardo Parrella (2003)
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Il progetto GNU

La prima comunità di condivisione del software

Quando cominciai a lavorare nel laboratorio di Intelligenza Artificiale del MIT [Massachusetts Institute of Technology] nel 1971, entrai a far parte di una comunità in cui ci si scambiavano i programmi, che esisteva già da molti anni. La condivisione del software non si limitava alla nostra comunità; è una cosa vecchia quanto i computer, proprio come condividere le ricette è antico come l’arte culinaria. Ma noi lo facevamo più di chiunque altro.

Il laboratorio di Intelligenza Artificiale usava un sistema operativo a partizione di tempo (timesharing) chiamato ITS (Incompatible Timesharing System) che il gruppo di hacker del laboratorio aveva progettato e scritto in linguaggio assembler per il Digital PDP-10, uno dei grossi elaboratori di quel periodo. Come membro di questa comunità, hacker di sistema nel gruppo laboratorio, il mio compito era quello di migliorare il sistema.

Non chiamavamo il nostro software "software libero", poiché questa espressione ancora non esisteva, ma proprio di questo si trattava. Ogni volta che persone di altre università o aziende volevano convertire il nostro programma per adattarlo al proprio sistema e utilizzarlo, gliene davamo volentieri il permesso. Se si notava qualcuno usare un programma sconosciuto e interessante, gli si poteva sempre chiedere di vederne il codice sorgente, in modo da poterlo leggere, modificare, o cannibalizzarne alcune parti per creare un nuovo programma.

L’uso del termine "hacker" per indicare qualcuno che "infrange i sistemi di sicurezza" è una confusione creata dai mezzi di informazione. Noi hacker ci rifiutiamo di riconoscere questo significato, e continuiamo a utilizzare il termine nel senso di "uno che ama programmare, e a cui piace essere bravo a farlo" 1

Note

  1. È difficile dare una definizione semplice di qualcosa talmente variegato come l’hacking, ma credo che la maggior parte degli "hacks" abbiano in comune la giocosità, la bravura e l’esplorazione. Perciò hacking vuol dire esplorare i limiti di quel che è possibile fare, in uno spirito di scaltra giocosità. Quelle attività che evidenziano queste caratteristiche conquistano il valore di hacking. Si può aiutare a correggere le interpretazioni poco corrette ponendo la semplice distinzione tra intrusioni nei sistemi di sicurezza e hacking - usando il termine "cracking" per tali intrusioni. Coloro che si dedicano a quest’attività vengono definiti "cracker". Alcuni di loro potrebbero anche essere degli hacker, come altri potrebbero giocare a scacchi o a golf; ma la maggior parte non lo sono. - On Hacking, RMS, 2002.