Sommario della storia d'Italia/1515

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1515

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Lorenzo de’ Medici, nipote del Papa, il quale (come io dissi di sopra) come cittadino governava Firenze, intendendo come Giuliano suo zio, nello sposalizio della moglie, avea promesso al conte di Ginevra1, fratello di detta sua moglie, che farebbe opera che sarebbe Capitano de’ Fiorentini con gran soldo, gli parve che, succedendo, avesse a essere con diminuzione dello onore suo, e che li Fiorentini avessino a restare male satisfatti e del Papa e di lui, di essere fatti spendere quando loro li dovevano risparmiare. E pensò di ovviare a questo disegno, con fare eleggere Capitano sè, con intenzione però di non volere nè genti nè danari, ma gli bastasse solamente il titolo, acciò che il Papa e Giuliano si astenessino dalla impresa. Nè, ancora, prese questo partito senza la volontà del Papa, il quale, quando egli gnene conferì, vi fece molte difficultà; ma in ultimo concluse, che quando il Consiglio delli Settanta vi acconsentisse volentieri, che egli ne resterebbe satisfatto, stimando che tale Consiglio non l’avesse acconsentire. Ma Lorenzo avendo prima parlato con molti di detto Consiglio, e mostro la causa per la quale cercava di essere soldato, ottenne subito il consenso di tutto il Consiglio; il che dispiacque assai al Papa; pure bisognò che avesse pazienza. Ma disegnò che le genti che avea Lorenzo in condotta in nome, avessero a essere in fatto, e ne richiese la città Lorenzo, vedendo il consiglio suo non succedere; perchè, dove volea ovviare alla spesa, vedeva bisognava spendere; e dove non voleva che le genti de’ Fiorentini si scoprissino contro al re di Francia, conosceva che, mandandole in Lombardia, seguiva contrario effetto (il che era grande pregiudizio della città, sì per i molti mercanti Fiorentini che sono per il regno di Francia, i quali malvolentieri potrebbono stare ed esercitarsi in faccende, quando la città fusse contro a Francia; sì ancora perchè, accadendo che il re di Francia vincesse, dubitava, avendolo offeso, non cercasse torgli lo stato); però fece rispondere al Papa, che li Fiorentini non manderebbono le genti senza Capitano, sappiendo che il Papa non acconsentirebbe che lui si partisse di Firenze, ed ancora non lo manderebbe in campo, dove fusse Capitano Giuliano, dubitando non avessino a essere discordi. Leone, avuta questa risposta, non sapea che partito si pigliare. Ma accadde appunto, che Giuliano de’ Medici non fu stato due giorni a Firenze, che ammalò di due terzane, le quali lo afflissono in modo, che presto fu conosciuto che il male sarebbe lungo e pericoloso; e per questo non era possibile cavalcasse, onde il Papa si volse a dare il carico che avea dato a Giuliano, a Lorenzo. Il quale lo prese malvolentieri, sì perchè dubitava che andando contro al re di Francia, la città non avesse a incorrere la indegnazione di esso, e li mercanti ne avessino a patire, sì ancora perchè conosceva che il titolo che avea preso di Capitano, perchè la città non avesse spesa nè di lui nè d’altri soldati, faceva il contrario effetto; ed a lui non poteva occorrere cosa più molesta che dare spesa alla città. Pure, costretto al comandamento del Papa, ordinò le genti, e alli xvi di agosto MDXV si partì di Firenze insieme col cardinale de’ Medici, che andava a pigliare la legazione di Bologna, ed ancora era legato in questa impresa.

Il re Francesco in questo tempo aveva sollecitato il passare suo, nè aveva fatto fare allo esercito nè alla artiglieria il cammino di Monginevra2, che conduce a Susa, dove erano i Svizzeri; ma l’avea condotta per un’altra montagna, chiamata l’Argentiera, luogo difficile, non che a passarvi uomini ed a condurvi artiglieria, ma alle capre. Nondimeno la potenzia di uno Principe grande, quando vi concorre la volontà, supera ogni difficoltà. Passò con lo esercito suo quello monte, e condusse artiglieria e cavalli. Ed agli avversarii pareva sì impossibile che passasse, che stavano sanza scolte o velette o guardia alcuna, e tenevano il campo sparso in più parti; in modo che, sendo alloggiato Prospero con la compagnia sua a Villafranca in Piemonte, distante dal luogo dove lo esercito franzese scese circa miglia sedici; ancorachè fusse avvertito che li Franzesi erano di quà da monti e che facesse buona guardia, non tenne conto di tale avvertimento; e certi franzesi a cavallo, con trattato di quelli del castello, furono condotti in detto luogo, e trovarono Prospero a desinare, e presono lui e tutti li suoi, sanza trarre fuori spada. Questa presa dette animo grande a’ Franzesi, e, per il contrario, invili i collegati, e ciascuno di essi in particolare cominciò a pensare a’ casi suoi. Lorenzo, Luogotenente del Papa, venne avanti a maggior giornate possette, e li Fiorentini mandarono con lui commissario Francesco Vittori; e la massa delle genti del Papa si congregò a Piacenzia, dove si trovarono, tra il Papa e Fiorentini, circa seimila fanti ed otto cento uomini d’arme. Il Vicerè condusse ancora lui il suo esercito a Piacenzia di quattrocento uomini d’arme, e quattromila fanti, e fece lo alloggiamento in sul Po, lungi uno miglio dalla terra dove Goro Gheri, pistolese, Governatore di Piacenzia, aveva fatto fare uno ponte in sul Po, perchè li eserciti potessino passare in qua e la, secondo il bisogno.

Francesco, poi che fu sceso nel piano di Lombardia, ed ebbe preso Prospero, fece tentare i Svizzeri d’accordo, perchè infatto i gentiluomini franzesi non arebbono voluto venire a giornata con loro, i quali da molti anni in qua avevono acquistate tante vittorie, che erano reputate invincibili. I Svizzeri prestarono orecchi, e massime quella parte ch’era contraria a Sedunense3, la quale fu sì gagliarda, che minacciò di ammazzarlo; e lui, impaurito, se ne fuggì a Piacenzia. Ma praticandosi poi tra Franzesi e Svizzeri il modo della composizione, ed essendo quasi fermo; per poca cosa si ruppe; ed intendendolo Sedunense, col favore de’ suoi partigiani e di qualche cavallo del Papa, che condusse seco, ritornò in campo de’ Svizzeri, e li riunì e condusse in Milano. Questa pratica de’ Svizzeri col Re, tenne molto sospesi il Luogotenente ed il Vicerè, perchè dubitavono non si condurre a Milano, e che i Svizzeri uscissino loro addosso con uno accordo; e che dall’altro canto lo Alviano con l’esercito veneto passasse il Po in Mantuano, ed assaltasse Parma e Piacenzia, terre in quel tempo deboli ed inclinate a’ Veneziani, che gli sarebbe facile a pigliarle, e loro si trovassino in Milano rinchiusi a discrezione del popolo, e non avere esercito da potere combattere con la terza parte dello esercito franzese.

Francesco intanto prese Noara e Pavia d’accordo con chi ne avea la guardia; e mandò Gian Iacopo Trivulzi verso Milano, pensando che il popolo voltasse; ma non riuscì, perchè li Svizzeri erono sì forti in Milano, che tenevano il popolo in timore. Onde il Re fu costretto a voltarsi a pigliare tutte le terre e luoghi che erono intorno a Milano. Il che quando il Vicerè intese, sollecitava Lorenzo a passare il Po insieme con lui, per ire a occupare Lodi, avanti che li Franzesi lo pigliassino; e questo dicea, non perchè la sua intenzione fusse così; ma perchè Lorenzo negasse il farlo per potere sempre scusare sè, e caricare il Luogotenente, quando Milano si perdesse; perchè conosceva molto bene che il rinchiudersi in Lodi, era andare a perdita manifesta, perchè non v’erano vettovaglie, per essere stata di pochi di messa a sacco dal signor Renzo, quando egli partì da’ Veneziani, per indursi a’ soldi del Papa; e volle mostrare, sendovi ancora l’utile suo, servire ai padroni insino all’ultimo con fede. Nè era possibile condurvene, perchè li Franzesi per essere superiori di numero e di valore, di cavalli e fanti, erano signori della campagna, nè poteano sperare di essere aiutati dalli Svizzeri, i quali erano a Milano; e sempre che lo esercito del Papa o del Re fusse uscito fuora per cercare vettovaglie, e si fusse incontrato con li avversari, sarebbe stato primo rotto, che li Svizzeri lo avessino inteso. Nondimeno il Luogotenente, conosciuta l’arte del Vicerè, disse di essere pronto animo a volere passare il Po. E la sera fece passare la più parte delle genti della Chiesa; e volendo fare passare quello de’ Fiorentini; Francesco Vettori commissario, alla entrata del Ponte, gli protestò che li signori Fiorentini non intendevano in modo alcuno, che le loro genti andassino a offendere il re di Francia, e che erano bene contenti che le difendessino Piacenzia e Parma, terre del Papa, e che stessino a quella guardia; ma non intendevano procedessino più avanti; e che se egli voleva passare il Po, lo facesse come Luogotenente del Papa, e non come capitano de’ Fiorentini; e che per niente conducesse seco genti loro, e che passando, gli protestava che non correva più soldo nè a lui nè alle genti. A Lorenzo parve questa proposta animosa, e tanto più che non l’aspettava da Francesco commissario; ed avendo fatte passare le genti della Chiesa, ed essendo passato il Vicerè con le sue, ed alloggiate tutte in su la riva di là dal Po, pensò essere bene indugiare la mattina seguente a passare lui, e deliberare intanto quello volea facessino le genti de’ Fiorentini; dubitando massime, che Bartolommeo d’Alviano, intendendo che Piacenzia fusse restata sola, non l’assaltasse. E però la notte ordinò circa mille fanti, cherestassino a guardia di quella, e lui determinò passare non come soldato de’ Fiorentini, ma come Luogotenente del Papa. E giungendo al ponte con le genti a piedi ed a cavallo in ordinanza, trovò che il Vicerè era ridotto di qua dal Po, e le genti sue del continuo seguitavano il ritirarsi. E perchè egli stava ammirato di sì subita mutazione, il Vicerè gli fece intendere che avea fatto questo, perchè avea inteso che li Franzesi il dì davanti avevono preso Lodi; e che, se loro andavano innanzi per ripigliarlo, i Franzesi erano tanto superiori di forze, che, quando li assaltassino, non vi era rimedio a non essere rotti; e che li Svizzeri di Milano non farebbono a tempo di soccorrerli, per essere a piedi e discosto; e che alloggiare di là da Po non era sicuro; perchè, se si levasse voce che li Franzesi venissino avanti per assalirli, lo esercito loro entrerebbe in tanto timore e confusione, che avendosi a ritirare per uno ponte solo, da sè medesimo si disordinerebbe e metterebbe in rotta; ma che il modo di vincere la guerra era, che li Svizzeri venissino verso Piacenzia, e si fermassino in su la ripa di là dal Po; e subito le genti del Papa e spagnuole passassino, ed uniti insieme andassino a trovare gl’inimici, e sarebbono sufficienti a combattere e vincere. Nè si dovea dubitare che li Franzesi andassino a trovare i Svizzeri; perchè loro possono fare cammino riparato assai da fòsse, delle quali la Lombardia è piena, e dove li cavalli non si potrebbono punto esercitare. Oltre a questo, si conosceva chiaro che li Franzesi non erano per venire alla giornata co’ Svizzeri, se non forzati; nè ancora si avea a pensare, che, quando li Svizzeri pigliassino tale partito, Milano si avesse a perdere; perchè vi restava la fortezza bene munita, e che si dovea credere che i Milanesi non avessino a mutinare, insino che non vedevano dove la fortuna inclinava. Il Vicerè dicea queste ragioni, alle quali non si potea replicare; e nondimeno avria voluto che il carico del non passare si posasse sopra ad altri, ed arebbe voluto essere tenuto lui lo animoso, e che altri fusse stato riputato il rispettoso.

Mentre le cose erano in questi termini, e che il Luogotenente e il Vicerè sollecitavano i Svizzeri a congiungersi con loro; e che li Svizzeri facevano instanzia che lo esercito della Lega andasse a Milano; il re Francesco avea fatto il suo alloggiamento a San Giuliano e San Donato, villette fra Milano e Marignano, distanti da Milano circa sette miglia. Nè mancava di tenere la pratica dell’accordo co’ Svizzeri; e la avea tanto avanti, che il cardinale Sedunense temeva non avesse effetto, perchè il Re era ridotto in luogo che, se li Svizzeri stavano fermi, male poteano sperare la vittoria; e per questo stringeva la pratica il più poteva. Onde Sedunense confortò li Svizzeri della parte sua ad assaltare i Franzesi, mostrando loro, con la sua lingua usa a predicare, molte ragioni per le quali, facendolo, sarebbono superiori, e che lo loro onore e utile sarìa tutto loro, nè lo arieno a partecipare con altri; giudicando (quello che seguì) che, come li suoi Svizzeri uscissino a battaglia, li altri non li vorrebbono abbandonare, desiderosi e di ajutarli e di essere compagni alla gloria ed alla preda.

Uscirono da principio circa seimila e non più; li altri poi tutti seguitorono; ed alli xiii di settembre s’appiccò la zuffa che era circa ore ventidue4. I Svizzeri, non avendo cavalli e sendo venuti sette miglia ad assaltare i Franzesi nelli loro alloggiamenti, giunsono lassi e trovorono gli avversarii freschi; nondimeno, nè primi impeti, i Lanzinechi e Guasconi, ed altri fanti che conduceva Pietro Navarra, piegorono; e se il Re in persona non entrava nel mezzo de’ Tedeschi a ritenerli, con prieghi ed esortazioni e minacci che non fuggissino, la battaglia andava male per lui; ma la prudenzia e fortezza sua riparò a molti disordini. Durò la battaglia insino a due ore di notte, nè si vedea ancora dove la fortuna volesse inclinare. La sera, i Svizzeri che erano usciti di Milano senza ordine, ebbono poco o niente da mangiare e bere; la notte stettono allo coperto armati, senza mai posare. I Franzesi riordinorono lo esercito, e lo rinfrescorono di viveri, ed indirizzorono le artiglierie dove giudicarono fosse necessario; in modo che la mattina, a buona ora, appiccorono di nuovo la zuffa, ed in due ore ottennono la vittoria, con perdita però di alcuni signori de’ primi di Francia, e di assai gentiluomini e arditi cavalieri. L’Alviano sendo arrivato la sera a Lodi, e intendendo del fatto d’armi incominciato, si partì a mezza notte; e non potendo essere seguito dallo esercito, si spinse avanti con celerità con circa sessanta cavalli, e giunse quando già gli Franzesi avevono avuta la vittoria; ancorachè egli, come glorioso, e così li Veneziani attribuiscono questa vittoria in gran parte a loro; ma in fatto non vi ebbono partecipazione alcuna. La vittoria fu grandissima: nondimeno i Svizzeri, così rotti, ritirorono l’artiglieria con le loro proprie braccia in Milano; e benchè la fama si spargesse che nella giornata ne morissino dodicimila, e, chi dice di manco, dice di ottomila; io ardirei di dire che non passarono quattromila, perchè (come è detto) ritirorono l’artiglieria, il che non potevano fare se non ve ne fussino restati vivi assai; ed il giorno seguente, in ordinanza si partirono di Milano per ritornarsene a casa, ancorachè si partissino molti di loro feriti.

Come la rotta s’intese a Milano, i più intimi e famigliari del Duca se ne entrorono in Castello da lui; ed il popolo mandò ambasciadori al Re, i quali appuntorono; ed il Re diventò Signore di Milano e di tutto quello teneva il Duca, eccetto che il Castello. A Piacenzia, dove era il Vicerè e Lorenzo, ancorachè fusse poco più distante di miglia trenta, dal loco dove si fece la giornata, il fatto s’intese variamente; perchè venne la prima nuova che li Svizzeri erano vittoriosi, e durò questa opinione tutto in dì xiii di settembre; la notte poi venne il vero, che lo scrisse Ludovico Canossa, vescovo di Tricarico5, nunzio del Papa appresso il re Francesco, il quale non avea voluto lo seguitasse in campo, ma fu contento restasse a Turino.

Ma intendendo Leone che li Svizzeri tenevano pratica d’accordo, e nessuno provedere, altri che lui; cominciò a voltare l’animo a convenire con Francesco, e fece che Lorenzo mandò in campo Benedetto Bondelmonti, il quale parlando col signor Gian Iacopo circa lo accordo, parve a detto signore che, per facilitarlo, Tricarico venisse dal Re; e mandò per lui un corriere. Tricarico venne subito, e giunse in campo poco avanti si cominciasse la battaglia; e ragionando col Re del modo di convenire, lui gli disse: Io non posso finire ora il ragionamento, perchè sono forzato ire alla battaglia. Se io perdo, il Papa non arà da curare di convenire meco, se io vinco, farò il medesimo che farei al presente, e la vittoria non mi farà sì insuperbire, che io voglia mutare condizioni col Papa. Quando il Vicerè intese il vero a punto, di nuovo metteva al Luogotenente, che era da mandare a’ Svizzeri, e confortarli e con danari e con promesse a scendere i monti; e che Francesco per questa vittoria non era più gagliardo che prima, e diceva molte ragioni, se non dimostrative, verisimili; le quali Lorenzo udiva, ma non lo persuadevano; perchè in fatto vedeva il nervo della guerra essere la pecunia, e che il pondo di provvederla restava tutto addosso al Papa; il che gli era impossibile. Però di nuovo mandò Benedetto Bondelmonti in campo a Tricarico, a persuaderlo che conludesse in qualunque modo convenzione con Francesco e Leone. E certo si può dire, che la destrezza ed ingegno di Tricarico fusse causa che il Re non procedesse a destruere lo esercito ispano e quello della Chiesa; e di già monsignore d’Utrech era venuto avanti con settecento lance per fare uno ponte sul Po, a rincontro a Pavia; e l’Alviano confortava il Re a seguitare la vittoria, la quale se egli seguiva, era facil cosa che lui diventasse signore d’Italia. Ma la mala fortuna d’essa, che la voleva riservare a maggiore flagello, non volle che quella venisse in mano di sì buono ed eccellente Principe, sotto l’ombra del quale sarebbe potuta riposarsi molti anni in pace, e gli fece mettere avanti al signor Giovan Iacopo Trivulzi ragioni assai e rispetti, di quelli che hanno i vecchi prudenti; cioè: che non era da entrare in nuove imprese, perchè li Svizzeri esasperati per questa rotta, scenderebbono di nuovo più feroci che mai; che la Magna si unirebbe tutta, quando intendesse volesse occupare Italia; che il re d’Inghilterra temendo la grandezza sua, gli moverebbe in Francia, e il re Ferrando farebbe il medesimo; e che attendesse a godere la vittoria, e conservarla. Ragioni che non sono così vere, come appariscono: perchè una vittoria sì grande, come era stata questa di Francesco, avea sì tolto l’animo alli nimici suoi, che non si doveva lasciare loro ripigliarlo; ma era da seguire la vittoria, senza mettere uno momento di tempo in mezzo; e pigliare esempio da Giulio Cesare, il quale fu il maestro di sapere vincere. Ma lo avversario fato di Italia fece che il Re inclinò alla composizione, la quale Tricarico concluse di ordine del Luogotenente, perchè l’uno e l’altro sapevano che così si contentava Leone; e rimasono al Re Piacenzia e Parma, che soleano essere dello stato di Milano; e nella convenzione furono molti altri capitoli, i quali fu fatto tempo al Papa dieci giorni a ratificare. E fatto questo accordo, il Re entrò in Milano; e benchè piantasse l’artiglieria al Castello, e che Pietro Navarro, a chi avea dato questa cura, gli promettesse in pochi giorni la espugnazione di quello; non volle l’ultima vittoria, ma fu contento pigliarlo a patti da Massimiliano; al quale promesse ciascuno anno scudi trentacinquemila di pensione. E preso che ebbe il Re il Castello, si dimesse la guerra, e le genti si alloggiorono per la Ducea in varii luoghi; e una parte s’andò in favore de’ Veneziani verso Brescia, sotto il governo del Bastardo di Savoja.

Leone, intesi che ebbe i capitoli, tutti li confermò; eccetto uno, che conteneva che quello dovessino pagare i Fiorentini a Francesco, per essergli stati contro in questa guerra, fussi rimesso nel duca di Savoja. Questo capitolo per niente il Papa volle ratificare, dicendo che non era conveniente che lasciassi i Fiorentini a discrezione del duca di Savoja, i quali non aveano fatto guerra contro al Re; e quando l’avessino fatta, erano stati tirati da lui a farla contra loro volontà.

Approvati che furono i capitoli, e messi in gran parte in esecuzione, il Papa ordinò a Lorenzo, che andasse a fare reverenzia al Re a Milano; e li Fiorentini mandarono Francesco Vittori e Filippo Strozzi, i quali avevono eletto oratori insino quando fu incoronato; ma, rispetto alla guerra, non erano potuti andare. Ebbono in commissione, insieme con Francesco Pandolfini, che era ambasciadore prima appresso al Re, di rallegrarsi che egli fusse venuto al regno, e della vittoria ottenuta. Fece il Re grande onore e carezze a Lorenzo; e per stabilire una ferma amicizia col Papa, delibrò andarlo a trovare insino a Bologna, dove il Papa si conferì con tutti i Cardinali e Prelati ed Officiali di corte; ed il Re poi venne con la corte sua, che non fu di più che cinquemila cavalli, computati tra questi quelli carriaggi ed altri impedimenti; e mostrò Francesco gran confidenza in Leone, e Leone in lui; e fu alloggiato in Palazzo, ed incontrato prima da Prelati poi da Vescovi, poi da Arcivescovi, poi da due Cardinali che vennono insino a Reggio, ed in ultimo da tutta la corte. Il Re gli dette le obedienza in Concistoro pubblico, ed alli xiii di dicembre, che fu il dì di Santa Lucia, il Papa cantò solenne messa in Santo Petronio6, presente il Re e tutta la corte sua; ed alli xv, Francesco si partì benissimo satisfatto dal Papa, e compiaciuto di parole e promesse di quasi tutto quello gli domandò; che lo pregò, in tra l’altre cose, che restituisse al duca di Ferrara Reggio e Modena, per posare una volta Italia; e il Papa acconsentì di farlo, pure che gli fussino restituiti li danari avea dati allo Imperatore per recuperare Modena. Ricercò ancora, che perdonasse a Francesco Maria della Rovere, duca di Urbino, la offesa gli avea fatta dello avere preso soldo da lui, e poi non voluto cavalcare quando fu ricerco, ma tenuto pratiche strettissime con Francia; e fu opinione fusse convenuto seco, ma di questo non si mostrava cosa alcuna. Il Papa non volle consentire a tale domanda, dicendo che volea punire i sudditi suoi secondo i delitti. Tornossi Francesco a Milano, e Leone prima a Firenze, e poi a Roma; e Lorenzo seguitò Francesco insino a Milano, dove stette insino che lui partì per irsene in Francia. Ed a requisizione de’ Veneziani, non avendo fatto il Bastardo di Savoja effetto, mandò il signor Giovan Iacopo Triulzio con genti a espugnare Brescia.

Il Papa, prima che fusse a Roma, fu ricerco dal duca di Ferrara di osservare quanto avea promesso al Re: ed ancora che detto Duca dipositasse i danari che il Papa avea sborsato per Modena, fu tenuto più dì in speranza e buone parole, ma non si venne a conclusione. Francesco se n’andò di la da’ monti in poste, e prese il cammino verso Provenza, dove trovò la madre e la moglie ite alla divozione di Santa Maria Maddalena; e tornandosene verso Lione, ebbe nuova, in Avignone, come Ferrando re di Spagna era morto7. Nè si può dire non morisse un grande ed eccellente Principe, perchè di piccolo Re, diventò grandissimo. E’ vero che è dannato come uomo di poca fede, perchè avendo promesso al re Federico d’Aragona suo cugino di ajutargli difendere il Regno di Napoli, e mandato in suo ajuto genti per mare, sotto il governo di Consalvo Ferrando suo capitano; a un tratto, quando Federigo credette che tali genti gli fussino in favore, gli furono contro; ed intese che Ferrando era convenuto con Luigi re di Francia, e divise tra loro quel Regno8: onde Federigo fu costretto a mendicare in Francia, e cercare la misericordia di quel Re, la qual pensò trovare maggiore che quella del cugino. Nondimeno lui si escusava, che Federigo non era sufficiente, ancora con l’ajuto suo, difendere il Regno: e che fu pur meglio con accordo cercare che una parte ne rimanesse alla casa d’Aragona, che si perdesse tutto; e più, sapeva che Federigo, sanza tenere conto di lui o di suo capitano, teneva strette pratiche con Francia, e che egli prevenne avanti le concludesse. E’ ancora da qualcuno ripreso d’avarizia, e sono forse in errore; ma giudico che non si debbe attribuire questo vizio a un Principe il quale non grava i sudditi suoi di esazioni straordinarie; non fa accusare oggi questo domani quello, per estorquere da loro le pecunie ingiustamente; non lascia che li ministri suoi succino le sustanze de’ poveri, per spogliarli poi di quelle, quando sono fatti ricchi; e più presto si astiene dal donare a servitori, buffoni, cinedi9, ed uomini di simil qualità. Ed uno Principe che vive in questo modo, io non avaro ma liberale chiamerei. Ma interviene che, de’ cento, che usano le corti, ve ne sono novantanove bisognosi, e che in loro piaceri vogliono spendere più che non possono: e perchè il Principe a dare loro inclini; a uno Principe rubatore e prodigo, danno il nome di liberale; a uno astinente di quello d’altri, e vero liberale, danno il nome di avaro. E’ biasimato ancora chi si diletta di giuocare; nè io sono tanto ardito che presumessi, contro una opinione inveterata, lodare il giuoco; nè ancora mi risolvo a dannarlo in uno uomo grande: e sebbene uno Principe doverebbe sempre stare occupato in officii laudabili ed utili alli popoli; quando esamineremo la vita delli Principi passati, non danneremo in modo alcuno quelli che, per fuggire ozio e passare malencolia, della quale questa nostra vita è piena, si dilettono qualche volta di giuocare, massime se lo fanno sanza venire in collera sanza fraude, e sanza avarizia. E Ferrando intendo che nel giuoco mai si turbava, che giucava liberalissimamente, e che quasi sempre perdeva, e spesso, perchè voleva perdere; ed io non so dove un uomo grande possi mostrare maggior liberalità che nel giuoco; perchè è proprio del liberale, volere quello che in chi conferisce il beneficio, non gli sia obbligato, nè conosca di essergli; e questo accade proprio a uno Principe, quando si lascia vincere giuocando. Morì Ferrando pieno di anni, ancora che si promettessi assai più lunga vita; e lasciò erede di tutti li stati suoi, ed in Spagna ed in Italia e altrove, Carlo10 figiuolo della sua prima figlia11, nato di Filippo12, figiuolo di Massimiliano imperatore, che dovea essere allora di età di anni sedici. Lasciògli ancora il regno di Navarra, la quale avea di poco tolto al Re che la possedea; ed essendo domandato, alla morte, dal confessore, come volessi disporre di quel regno, il quale avea tolto ad altri; rispose, che lo avea tolto a chi ne solea essere signore, perchè papa Giulio lo avea escomunicato e privato del regno come scismatico13: e che se il Papa era Vicario di Cristo in terra (come lui credeva), teneva con più giustizia quel regno, che stato ch’egli avesse.

Il re Enrico d’Inghilterra, quando intese che Francesco avea preso la ducea di Milano, e rotti i Svizzeri, pensò di fare dopo la vittoria quello dovea fare avanti pigliasse la impresa, dubitando che non diventasse tanto grande, chi gli fusse formidabile: e con suoi ambasciadori sollevò di nuovo i Svizzeri, i quali benchè dopo la rotta avessino ferma certa convenzione con Francia, non erano stati tutti uniti, ma vi erano di loro cinque Cantoni, che vollono restare nella nimicizia, i quali furono contenti pigliare danari da Enrico. Lo Imperatore ancora, che si dilettava oltre a modo di ordire guerre, s’offerse a Enrico di essere presto a passare in Italia, per ricuperare lo stato di Milano; pure che lui gli dessi danari: ed egli ed Enrico per loro ambasciadori tentorono il Papa, il quale credevano che malvolentieri avessi lasciato Parma e Piacenza, e gli offerseno, quando ripigliasse quello stato, rendergliene. Ma egli non si volle scoprire, dubitando della varietà dello Imperatore, della poca fede e troppa avidità de’ Svizzeri; ma non si oppose al principio con le parole gagliarde, nè ancora poi coi fatti, come Francesco avrebbe voluto, e come gli pareva fusse obbligato, secondo i capitoli erano tra loro.


Note

  1. Filippo di Savoia-Nemours (1490 - 1533), nonostante fosse destinato alla vita ecclesiastica, rinunciò ai voti nel 1510 quando venne eletto Conte di Ginevra. Fu alleato di Luigi XII di Francia per il quale combattè alla battaglia di Agnadello. N.d.C.
  2. Il colle del Monginevro è un valico posto tra Francia e Italia, posto nelle Alpi Cozie. N.d.C.
  3. Il cardinale di Sion, Matthäus Schiner (1465 - 1522), venne eletto da papa Giulio II, e nominato amministratore apostolico di Novara nel 1512. N. d. C.
  4. La battaglia di Marignano, detta anche battaglia dei giganti scoppiò il 13 settembre 1515 a Melegnano, a circa 15 kilometri da Milano. N.d.C.
  5. Ludovico Canossa, venne nominato vescovo di Tricarico nel 1511, e fu Legato Apostolico presso re Francesco I. Fu un eminente letterato amico di Baldassarre Castiglione e di Raffaello Sanzio il quale, grazie a lui, conobbe il suo mecenate Giulio II. N.d.C.
  6. La Basilica di San Petronio è la chiesa più importante e imponente di Bologna, edificata intorno al 1390, è dedicata al santo patrono della città. N.d.C.
  7. Il 23 gennaio 1516 a Madrigalejo, piccola località nell’Estremadura. N.d.C.
  8. Si fa riferimento al trattato di Granada stipulato segretamente tra Luigi XII e Ferdinando II l’11 novembre 1500, con l’appoggio di papa Alessandro VI, con il quale si spartiva tra i due sovrani il possedimento del regno di Napoli. Nel 1501 i francesi invasero il regno e il sovrano Federico I di Napoli chiese aiuto alla Spagna. Quando il re di Napoli si accorse del tradimento cercò di trattare con i francesi, che tuttavia entrarono a Napoli il 19 agosto 1501. Tuttavia l’accordo tra francesi e spagnoli non ebbe buon esito, poichè nacquero numerose dispute e scontri armati causati da disaccordi sulla modalità della spartizione, che portarono allo scontro aperto tra le due fazioni fino alla conquista definitiva di Napoli da parte degli spagnoli il 16 maggio 1503.N.d.C.
  9. Termine derivante dal greco Kinaidos, indicava anticamente i maestri danzatori, ma è utilizzato all’epoca dell’autore in senso dispregiativo per alludere ai giovani dissoluti ed effeminati che imperversavano nelle corti europee. N.d.C.
  10. Carlo V d’Asburgo (1500 - 1558), re di Spagna, re d’Italia, Arciduca d’Austria e Imperatore del Sacro Romano Impero Germanico. Uno dei sovrani più potenti e celebrati nella storia d’Europa.N.d.C.
  11. Giovanna di Castiglia detta Giovanna la Pazza (1479 - 1555). N.d.C.
  12. Filippo d’Asburgo detto il Bello (1478 - 1506), figlio dell’Imperatore Massimiliano I d’Asburgo, re consorte di Castiglia e León. N.d.C.
  13. Si riferisce alla scomunica fatta da Papa Giulio II contro Caterina di Navarra e suo marito Giovanni III, imparentato con la potente famiglia Borgia. Nel 1512 i due sovrani firmarono un accordo segreto con Luigi XII di Francia con il quale si impegnavano ad impedire il passaggio delle truppe del regno di Castiglia sul suolo navarrese. Quando re Ferdinando dichiarò guerra alla Francia chiese il permesso di passare con le sue truppe ai due sovrani di Navarra che lo rifiutarono. Le conseguenze furono il conflitto tra Castiglia e Navarra e l’invasione e la conquista dell’Alta Navarra (la parte del regno a sud dei Pirenei) da parte dell’esercito aragonese. Il 18 gennaio 1513 il papa Giulio II, dietro sollecitazione di Ferdinando, scomunicò i sovrani navarresi privandoli del titolo e delle loro terre, che sarebbero appartenute a chiunque fosse stato in grado di impossessarsene. Grazie a questo scomunica a Ferdinando fu concesso impossessarsi del territorio invaso, e il 23 marzo del 1513 l’Alta Navarra entrò a far parte ufficialmente del regno d’Aragona. N.d.C.