Storia filosofica dei secoli futuri/Dalla pace di Zurigo alla pace di Lubiana

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Dalla pace di Zurigo alla pace di Lubiana

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Introduzione Dalla pace di Lubiana alla federazione di Varsavia (1960)

Dalla pace di Zurigo alla pace di Lubiana


Benché vivente per la grazia di Dio nell’anno di felicità e d’indolenza 2222 e benché l’arte di scrivere sia già andata in disuso come una minchioneria senza costrutto, pure, e per variare la qualità delle noie umane e per dar prova che i pronipoti non sono dammeno dei trisarcavoli, e per dar ragione a chi non ci pensa delle nostre attuali beatitudini, son venuto nella determinazione di scrivere la storia degli ultimi tre secoli.

Il buon senso straordinario del secolo patriarca della repubblica universale che menò ad effetto il savio proposito di distruggere tutti i libri anteriori all’anno 2000, mi libera dal fastidio di scegliermi uno stile. Userò lo stile della verità che è il più breve di tutti.

Era memoria nelle antiche carte d’una pace di Zurigo che fu combinata tra alcuni uomini nell’anno 1859 o in quel torno. Quella pace non contentò, a quanto sembra, neppure gli uomini che l’avevano fatta; perché prima di separarsi s’era già fermato tra loro che un altro congresso avrebbe rimaneggiato le questioni tanto maltrattate da essi.

Per verità io stento a credere cotali cose. Ma nella lontana oscurità di quei tempi e nella mancanza assoluta di documenti bisogna prestar fede intera alla memoria delle tradizioni più comuni. Mi limiterò ad accennare i dubbi che accampa incontro a queste la critica pura.

Perché mai quegli uomini avrebbero finito di terminare un litigio che a loro confessione doveva essere giudicato in diversa maniera? Perché avrebbero fatto essi, per proporre di disfare al congresso? Non era meglio ricorrere a questo addirittura? Oppure dare la causa in mano a quelli che ci avevano interesse? Dalle prime conferenze alle seconde non sarebbe stata altra diversità, che, in quelle discutevano tre uomini soli e dieci o dodici in queste; ora, qual maggior fondamento di diritto, quale maggiore autorità offrirebbe ai venti, ai trenta, ai cento milioni di ricorrenti il giudizio di dodici, piuttosto che quello di tre? Parlo per via di raziocinio; e per cotali induzioni quel preambolo di Zurigo mi parrebbe un negozio più favoloso che altro; ma poi le tradizioni parlano chiaro, ed io non mi oppongo alle venerabili corbellerie dei nostri antenati.

A quei tempi, quando le passioni peccavano per eccesso di attività e non erano ancora inventati gli omuncoli o uomini a macchina e di seconda mano, i dissidi fra le nazioni erano terminati con un mezzo spicciativo, che si chiamava la guerra. Questa era un’arte inventata e perfezionata a bella posta per distruggere gli uomini; e siccome gli uomini a quei tempi erano turbolenti e cattivi, quell’arte era in monte benemerita della civiltà. Peccato che infino allora i più turbolenti e cattivi l’avessero adoperata a loro totale beneficio ed a scapito dei tranquilli e dabbene! Ma questi ultimi, appunto nel 1859, cominciarono ad imparare dai loro oppressori, rendendo ad essi, come si dice, pan per focaccia; e questo avvenimento di suprema importanza per la storia dei secoli seguenti successe nell’Italia settentrionale. Quanto alle cagioni che tolsero dal codice delle nazioni quel mezzo esecutivo e sanguinario della guerra, se ne discorrerà più ampiamente al periodo dell’arricchimento universale e della moltiplicazione degli omuncoli.

Or dunque quella pace di Zurigo, che, o non fu mai fatta o fatta anche ebbe il vanto di scontentar tutti, rese urgente piucchemai agli uomini il bisogno d’una nuova guerra. La prima era incominciata perché gli Italiani volevano essere padroni in casa loro, e mandar oltre i monti i Tedeschi che li angariavano coi balzelli, col testatico, cogli imprigionamenti e perfino colla censura, ch’era a quanto pare una museruola per la intelligenza, ma di cui ora si stenterebbe ad immaginare il congegno. La seconda, guerra tutt’affatto di continuazione, doveva tendere ad ottenere in realtà quello che la prima volta erasi ottenuto per mostra e fu un cencio di carta.

Ma a quest’intenzione, che adesso sembrerebbe barbara ed allora era plausibile e dimostrava gli Italiani uomini di buon gusto, s’opponeva disgraziatamente una clausola della pace di Zurigo. Prima di adoperar il bastone colle bestie, il congresso si avea riserbato la briga di persuaderle colle ragioni. Pazienza fossero state bestie ammaestrate! Ma i soggetti con cui avevano a trattare gli Italiani d’allora erano bestie di rara virginità. Tuttavia s’adattarono al volere dei più, e dei più forti. Dopo il parere dei tre sedettero ad ascoltare quello dei dodici.

Uno solo non si adattò a sedere e il suo nome va salvato dall’oscurità ben meritata degli altri; esso fu il general Garibaldi. L’Europa gridava: "Congresso!" Ed egli rispondeva: "Guerra!" I diplomatici sussurravano: "Penna, carta, calamaio!" Ed egli strepitava: "Fucili, fucili!". La sua parve troppa temerarietà e non era che prudenza; poiché avrebbe risparmiato qualche altro anno di servitù, di lagrime e di timori. Il fatto sta che il congresso fu lasciato sedere, discutere e giudicare. Tutti furono ascoltati meno quelli di cui si aveva a sentenziare. Papa e cardinali a cui più nessuno credeva, principi e duchi cacciati dai loro paesi a pomi nella schiena, birri e ministri pensionati orarono maestosamente dinanzi alle supreme assemblee coll’autorità dei loro titoli; i popoli orarono anch’essi, ma si credette graziarli anche troppo tagliando il male per metà, e così si venne ad un nuovo ordinamento del diritto pubblico europeo che per la sua insigne mostruosità e ad esempio della mellonaggine antica merita di essere per sommi capi ricordato.

Credo che le malfide e satiriche tradizioni abbiano aggiunto qualche difetto a quella malferma compagine di rottami puntellati; e non so comprendere come le stesse tradizioni accennino a stravaganze ancor più bestiali ed eterogenee le quali si chiamavano, a detta loro, i trattati del 15. Sarà forse sbaglio e confusione di data, e questi trattati e quello di cui parliamo non formano certo che una cosa sola, di cui non si vide mai la più informe vanagloriosa ed imbecille.

Con ciò non vengo a dire che a que’ tempi ed anche ne’ sinedri politici mancassero uomini d’ingegno e di cuore; ma non s’era ancora imparato a vivere intieri nell’anno che correva, e quella porcheria di voler dare una parte del retaggio del 1800 al 1700, al 1600 e più indietro ancora, confondeva le idee e guastava il buon volere dei migliori.

È buona cosa la memoria; ma il buon senso è di lunga mano migliore. Quella serve mirabilmente agli effetti poetici. Ma in punto a politica io confido che gli uomini non si dipartiranno più dal secondo. Basterebbe la gotica e infelice evocazione di quel malaugurato congresso per convincerli d’una tale necessità.

Il papa fu lasciato papa, re e sovrano non solo; ma parve poco il triregno e gli si affibbiò una quarta coroncina di non so qual protettorato mal definito sopra uomini capricciosi che da secoli gridavano di non voler essere né dissanguati, né protetti, né catechizzati da lui. I Tedeschi tennero Venezia col patto di mostrarsi buoni e di poter far contento quel popolo che aveva giurato di non poter esser contento se prima non li vedeva in tanta malora. Si cambiò posto a qualche duca, e nome a qualche vecchia istituzione; si consigliò il re di Napoli, e si consigliarono sopratutto i popoli a mostrarsi felici, a gridar evviva, a tornar in teatro, ed a credere in santa pace alla liberazione d’Italia.

I popoli che s’erano adattati al congresso per la comoda voglia di trovar fatta la polenta senza menare la mestola, quando si videro imbandita quella broda di mille sapori tornarono alle vecchie abitudini, ai primi affetti, ai tumulti, a Garibaldi. I Tedeschi, figli dei padri loro, sempre per mostrarsi buoni, sbucarono da Verona e da Mantova: ma trovarono degli Italiani che potevano esser padri dei loro padri in punto a senno; e colla forza militare che in quel frattempo s’era accresciuta d’assai, colla concordia resa più facile dai caducissimi e rovesciati governini, coll’intrepidità, colla costanza opposero un argine al torrente. Napoli non fu più Borbone ma Napoli e mandò settantamila uomini sul Po; Piemonte e Lombardia ne avevano già al Mincio ottantamila; sessantamila ne mandarono Toscana e Romagna; e il papa e i cardinali rimasero soletti a Roma come in un perpetuo conclave, protetti più che dai paladini pontifici, da una pietosa dimenticanza.

Che restava a fare alla Francia? Prender in fretta la sua parte dei secondi trionfi per non perder il merito e il frutto dei primi. L’Italia, per non incolpare sé stessa della propria servitù, avea circondati e rincacciati gli Austriaci nei loro covili; la Francia, per non incolpare sé stessa d’aver dato un troppo buon consiglio, s’affrettò ad aiutarla per snidarneli; e alla presa di Verona, e alle vittorie di Castel Franco e di Pordenone successe la pace di Lubiana, che francò l’Italia dai barbari, per dirla con Giulio II, e la liberò insieme dalle barbarie del suo successore, limitando il suo dominio temporale alla città e campagna dì Roma.

Questa fu la pace di Lubiana che avviò mirabilmente l’unificazione d’Italia, lasciandola divisa in due soli regni, i quali per riunirsi non altro sembravano aspettare che la decadenza assoluta del potere teocratico temporale, e il ritorno di Roma alla sua condizione storica e geografica di capo delle genti italiane. E a questi avvenimenti si frammischiarono le prime conquiste della Russia in Bulgaria, l’accentramento prussiano in Alemagna, il traforo dell’istmo di Suez, e la colonizzazione francese in Egitto, la perdita della Galizia per parte dell’Austria e lo scadimento di questa potenza a condizione, se non di grandezza, certo d’influenza affatto secondaria.

Ora tutte queste cose, se non furono perfette, certo incominciarono a smuoversi negli anni che susseguirono al 1859, e intorno all’epoca del trattato di Lubiana. E la data precisa non si può affermare, perché, come dicemmo, la fausta e provvidenziale distruzione di tutti i libri anteriori al 2000 ci toglie di soddisfare queste minuziose curiosità.