Storia segreta/Introduzione

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INTRODUZIONE

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Procopio di Cesarea - Storia Segreta (VI secolo)
Traduzione dal greco di Giuseppe Compagnoni (1828)
INTRODUZIONE
Capo I


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STORIA SEGRETA


DI


PROCOPIO CESARIENSE




INTRODUZIONE.


I casi nelle militari loro spedizioni quasi fino al presente giorno occorsi ai Romani sì chiaramente ed ordinatamente io narrai, che ogni particolar fatto, per quanto mi fu possibile, disposi secondo i tempi e i luoghi in cui seguì. Non così farò al presente che intendo raccogliere qui le cose qua e là sparsamente pure accadute nell’Imperio romano. Del quale mio divisamento la ragione si è, che doveansi bensì scrivere anche queste; ma non pareami conveniente l’esporle al pubblico fino a tanto che fossero per anco vivi gli operatori delle medesime; perciocchè non avrei potuto nè lungamente rimanermi occulto a tante spie adoperate, nè salvarmi da crudelissima morte se fossi stato scoperto: chè nemmeno de’ più stretti parenti io poteva fidarmi. Altronde poi negli altri libri delle mie Storie parecchie volte fui obbligato a tacere le cagioni di molte cose avvenute. Per lo che sarà mio officio [p. 48 modifica]in questa parte di Storia tanto riferire i fatti fino ad ora tacciuti, quanto il palesare le cagioni de’ raccontati.

Ma grave e scabrosissima difficoltà mi si presenta, dovendo dir della vita di Giustiniano e di Teodora: al quale argomento volgendo l’animo tremo, e sento rifuggirne ben lungi il pensiere, poichè sono per iscrivere cose che ai posteri non parranno nè degne di fede, nè verosimili. E temo sommamente che quando la Storia di queste cose pel lungo corso di tempo fia divenuta assai vecchia, io non abbia a passare per un favoleggiatore, e confuso cogli scrittori di tragedie. Se non che d’altra parte mi conforta, e fa che la gravità delle materie non mi atterrisca, il sapere che non racconto altro che cose comprovate; e che quelli, i quali oggi giorno vivono, testimonii certissimi de’ fatti seguiti, hanno autorità bastante da tramandarne alle susseguenti generazioni la fede, ch’essi meritano.

Debbo dire però che per lungo tempo un’altra fortissima considerazione ritraeami dallo scrivere queste cose; ed era che riputava non essere esse per interessare i posteri, meglio essendo che nelle età future s’ignorino le scelleratissime azioni commesse, anzi che saputesi dai tiranni dieno loro la tentazione d’imitarle. Pei più di coloro, che hanno dominazione sugli uomini, sempre è aperta la via a seguire stoltamente i vizii de’ maggiori; e più facilmente, e più prontamente sogliono cadere nelle nequizie degli antichi. In opposto però un’altra considerazione fece forza sull’animo mio per tramandare colla Storia la notizia di queste cose; e fu che quelli che in appresso vorrano esercitare la tirannide, [p. 49 modifica]potranno agevolmente per l’esempio di questi, de’ quali sono per parlare, persuadersi che una egual sorte li aspetta pei loro misfatti. E forse atterriti alla idea, che la loro vita, e i loro costumi saranno cogniti alle generazioni future, e se ne conserverà memoria perpetua, correranno meno precipitosi a peccare. Quanti infatti dei venuti dopo Semiramide, o Sardanapalo, o Nerone, saprebbero la dissoluta vita dell’una, o la stoltezza degli altri, se non vi fosse stata la Storia, che le ha riferite? E sopra tutto poi, se per avventura sarà chi una volta abbia a patire da parte di tiranni cose simili a queste che narrerò, l’averle udite non sarà per essi senza frutto; dappoichè a’ miseri è di conforto il non essere soli a cui sieno succedute disgrazie. Adunque prima io racconterò i peccati di Belisario; indi le scelleraggini di Giustiniano e di Teodora.