Sull'Atlante/22. Sull'Atlante

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22. Sull'Atlante

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22.

SULL'ATLANTE


Ribot prima di tentare il salvataggio dei due disgraziati non certo facile, con una canna tastò il terreno avanzandosi finché più potè. Un improvviso sprofondamento del bastone lo avvertì che lo strato delle sabbie mobili era stato raggiunto, e che qualche passo più innanzi lo aspettava la tomba pronta ad ingoiarlo.

Misurò con lo sguardo la distanza che lo separava dal mahari.

— Venti o ventidue passi — disse. — Speriamo di trarre tutto in salvo, compresi i cofani.

Ani e Hassi avevano annodato prontamente le corde, e si tenevano pronti a lanciarle.

Si presentava però una difficoltà gravissima. Dovevano salvare prima gli uomini e poi trarre a riva la dote di Afza?

Ribot capì subito che la questione poteva sciogliersi senza gravi inconvenienti.

Si trattava solo di sapere se i cofani, anche sovraccarichi dei due uomini, avrebbero potuto galleggiare sullo strato di acqua che non doveva essere più profondo di tre piedi.

— Compare! — gridò al moro. — Prova a tagliare le funi che trattengono le due casse al mahari.

— Ed il mahari? — chiese Hassi.

— Lascialo andare: abbiamo due cavalli da offrirti, che ti serviranno meglio di qualunque mahari per salire l'Atlante. Prova a vedere se affondano, ma prima lancia la tua corda, mentre noi ti getteremo la nostra. Con queste sabbie mobili dobbiamo agire cautamente.

Le due corde furono lanciate ed assicurate ai cofani, poi Hassi, aiutato alla meglio dal marabuto, che non poteva disporre che d'una mano, dopo l'atroce supplizio inflittogli dal crudele Bassot, staccò la sella abbandonando il disgraziato mahari al suo destino.

Con grande gioia di tutti, le due casse, quantunque pesantissime, sprofondarono fino a tre quarti della loro altezza, mantenendosi ancora galleggianti. Il salvataggio era ormai assicurato.

Non si trattava che di rimorchiare quella specie di zattera ed i due uomini che la montavano.

Il mahari invece, non più sorretto, sprofondava a vista d'occhio, anche perché si dibatteva disperatamente, allargando così la tomba che gli stava sotto.

Conscio della sua orribile sorte, mandava altissimi lamenti e volgeva la testa verso gli uomini che fino allora aveva sorretto. I suoi occhi grandi, intelligentissimi, esprimevano un terrore impossibile a descriversi.

L'assorbimento lento eppur sicuro di quella massa palpitante era uno spettacolo terribile. La sensazione doveva essere eguale a quella che prova un coniglio quando sparisce a poco a poco nel lungo corpo di un pitone o d'un boa.

Ribot ed Ani tiravano intanto rapidamente le corde per paura di vedere, da un momento all'altro, sprofondare cofani ed uomini.

La traversata della pericolosissima palude si compì invece felicemente, ed il moro ed il suo compagno, sfiniti dai terrori continui e dal digiuno, poterono infine mettere i piedi a terra.

Nell'istesso momento anche la testa del mahari scompariva sotto lo strato d'acqua.

Hassi aveva stesa la destra verso Ribot dicendogli:

— Ti devo la vita: che cosa posso fare per te? La dote di mia figlia è a tua disposizione.

Il bravo sergente scosse la testa.

— Lasciala ad Afza ed al conte — disse poi. — Servirà più a loro che a me. Ne ho abbastanza della paga di vecchio legionario.

— Mia figlia ed il conte non ne avranno ormai più bisogno — disse Hassi con voce lamentevole.

— Perché?

— I beduini devono averli uccisi.

— T'inganni, mio caro; sono ancora al campo in attesa del maresciallo.

— Allora sono egualmente perduti.

— Certo, se tu non agirai prontamente. Io ho fatto quanto era umanamente possibile fare per salvarvi tutti; il destino mi è stato contrario quando vi credevo già al sicuro sull'Atlante. Hassi, parti subito col marabuto, va' a chiedere aiuti ai Cabili ed ai Senussi, e scendete nella pianura a torme ben salde, perché una grossa battaglia la dovrete impegnare contro i beduini e gli spahis alleati. Muley-Hari è un santone venerato sulla montagna ed a lui nulla si negherà.

— Sì, frangi — disse Hassi con voce commossa. — Noi andremo a chiedere l'appoggio dei Senussi.

— Conosci qualche capo influente? — chiese Ribot al marabuto.

— Noi ci recheremo direttamente da Sidi-Omar, che è il capo della comunità e che tutto può. Ad un suo cenno i Cabili della montagna si leveranno tutti in armi, e se non basteranno manderà a chiamare i Tuareg ed i Tibbù del grande deserto.

— Quello che vi raccomando è di far presto, poiché fra cinque o sei giorni Bassot sarà qui col maresciallo e con una buona scorta, colla quale dovrete ben misurarvi.

— Bassot — disse il marabuto digrignando i denti. — È quello che mi ha rovinata la mano, non è vero, frangi?

— Sì, compare.

— È bene di saperlo. Quando me lo vedrò dinanzi già lo riconoscerò subito.

— Tu pensi a qualche vendetta — disse Ribot.

Il marabuto si guardò bene dal rispondere. Il lampo terribile che era avvampato nei suoi occhi neri ed ardenti lo aveva però ormai tradito.

— Orsù, partite — disse il sergente. — Vi lascio i cavalli ed Ani.

— E tu? — chiese Hassi.

— Me ne torno al campo a piedi, e, strada facendo, inventerò qualche storiella per giustificare bene o male la sparizione dei miei animali. Dopo tutto in Algeria i leoni non mancano, e si sa da tutti che non sdegnano la carne di cavallo.

Caricarono i due cofani sull'animale più robusto, ed il marabuto che era debolissimo salì sull'altro.

— Che cosa posso fare per te? — chiese nuovamente Hassi al sergente.

— Se ti ho detto che non voglio nulla! Giacché però ci tieni, dirai a tua figlia, se potrà giungere sana e salva in Europa, di ricordarsi qualche volta del sergente Ribot.

Il moro aveva trasalito. Fissò sul legionario i suoi occhi nerissimi, e gli disse con una certa amarezza in fondo alla quale si sentiva un vago rimprovero:

— Sicché, anche tu?...

— Che cosa? — chiese Ribot con voce pacata.

— Che mi sia ingannato?

— Può darsi.

Il moro gli stese la mano e gli disse con voce commossa:

— Tu sei un brav'uomo.

— Lo dicono tutti — rispose il sergente ridendo. — Addio, compare, e ricordati che dalla tua rapidità dipende la salvezza di tua figlia, di tuo genero e anche del suo amico.

Si gettò il moschetto sulla spalla, girò sui talloni e s'allontanò quasi correndo, fischiettando una vecchia arietta provenzale.

— Partiamo — disse Hassi al marabuto. — Andiamo a trovare questo Sidi-Omar.

— La salita dell'Atlante però non sarà così facile come tu credi, con questi due pesanti cofani. Il cavallo che li porta non potrà reggere a lungo.

— Vuoi che li lasci qui?

— Li seppelliremo nella gola del Kedir — rispose Muley dopo aver riflettuto qualche istante. — I cavalli degli spahis portano sotto la gualdrappa una vanga ed una zappa a manico corto per prepararsi gli accampamenti e faremo presto ad aprire una buca. E poi non sarebbe prudente avventurarsi fra i Cabili con tante ricchezze.

— Lo so, ed ero appunto inquieto per questo. Raggiungiamo la gola e andiamo a nascondere la dote di mia figlia alla quale tengo più che a tutto il mio sangue.

Hassi prese per le briglie il primo cavallo e si mise in marcia seguito dal marabuto che cavalcava il secondo, preceduto da Ani.

Due ore dopo montavano i primi scaglioni della meravigliosa catena, salendo per la valle del Kedir, una specie di gola selvaggia, profondamente incassata, difesa da un gigantesco gruppo di rocce che ne ostruivano quasi l'entrata e che avrebbero potuto servire meravigliosamente per una lunga difesa.

Cinquecento metri più sopra, in un luogo che credettero ben scelto, scavarono una profonda buca e vi nascosero dentro i due cofani essendo assolutamente impossibile che i due cavalli, ormai quasi sfiniti, potessero portarli fino sulle alte vette della catena.

Fatti alcuni segni con delle file di pietre che si tagliavano in diversi punti, i tre uomini ripresero sollecitamente il loro viaggio, ansiosi di raggiungere i villaggi cabili.

Albeggiava, e la grande catena, dopo aver risuonato tutta la notte dei ruggiti dei suoi magnifici leoni che sono i più belli di tutta l'Africa, si ridestava.

Attraverso le folte foreste di querce, il venticello mattutino sussurrava gaiamente fra le fronde con certi toni che talvolta parevano scoppi di risa di fanciulle; gli uccelli cinguettavano e cantavano a piena gola; nei burroni scrosciavano i torrenti, ed in lontananza si udiva il rombo delle cascate.

Il sole si ergeva maestoso dietro i più alti picchi, disperdendo i suoi raggi d'oro su quella immensa massa di verzura satura di umidità.

Al di là stava il grande deserto, il Sahara infuocato, arido e sabbioso; al di qua si stendevano le brulle pianure algerine del grande sud appena coperto di magri cespugli.

L'Atlante, invece, ricco di acque, di ombre, di boscaglie immense, vecchie forse quasi quanto la creazione del mondo, giganteggiava meraviglioso fra quei due deserti.

I tre uomini continuavano a salire attraverso il burrone il quale si stringeva rapidamente.

Hassi aveva armato il suo fucile essendo possibile l'incontro di qualche leone o di qualche pantera.

A mezzodì fecero una breve fermata divorando le poche provviste che avevano portate con loro, poi s'impegnarono in mezzo a quei maestosi boschi, seguendo un sentieruzzo che doveva condurre a qualche villaggio cabilo.

Procedevano ora con maggiore precauzione, osservando attentamente le piante che li circondavano, e sotto le cui ombre poteva riposarsi qualche fiera.

Anche Ani ed il marabuto avevano armato le loro pistole, temendo ad ogni istante una sorpresa da parte degli affamati e formidabili abitatori di quelle selve.

Fortunatamente non fecero nessun cattivo incontro, non avendo scorto che delle gazzelle e qualche jena che non aveva nessun desiderio di fare la conoscenza colle loro armi da fuoco, e verso il tramonto giunsero sani e salvi al primo villaggio cabilo, dove ebbero subito, specialmente per la presenza del marabuto, la più cordiale accoglienza.

I villaggi cabili coprono tutto il versante settentrionale dell'Atlante che guarda l'Algeria, sono scaglionati a caso, ma ad una distanza relativamente breve, per potersi aiutare a vicenda.

Ordinariamente non si compongono che di due o tre dozzine di casette di fango secco, in forma di enormi dadi, con pochi buchi che servono da finestre e nell'istesso tempo da feritoie; e di alcuni recinti dove la sera vengono raccolti i montoni dalla grossa coda per sottrarli ai denti dei leoni ed agli attacchi delle pantere, che sono anch'esse numerosissime sull'Atlante.

Visti da lontano sembrano tante piccole fortezze, mentre invece non resistono nemmeno alle lunghe piogge torrenziali del settembre e dell'ottobre.

Gli abitanti di quei villaggi hanno sempre dato molto filo da torcere ai francesi, e si può dire che anche oggidì si mantengono, sulle loro montagne, quasi indipendenti.

Sono uomini bellissimi, di razza mora, di forme bene sviluppate, di statura alta e coraggiosissimi. Quantunque siano per lo più pastori, si trovano fra di essi degli abilissimi fabbricanti d'armi ed il martello risuona da mattina a sera sull'Atlante confondendosi coi belati dei montoni e collo scrosciare dei torrenti.

Quelle armi sono una perpetua minaccia pel kafir, ossia per l'infedele. Che un Bu-Amena qualunque inalberi la bandiera della ribellione; che un santone qualunque d'una cuba spieghi il vessillo verde del Profeta, ed ecco i Cabili scendere compatti le loro montagne, sempre pronti alle più sanguinose battaglie.

Se Abd-el-Kader, il leone dell'Algeria, ha potuto tener testa per tanti anni alle truppe francesi che muovevano alla conquista di quel vasto territorio, lo ha dovuto ai Cabili dell'Atlante, sempre sconfitti, è vero, ma non mai vinti.

L'indomani Hassi ed i suoi due compagni, dopo d'aver avuto un lungo colloquio collo scak del villaggio per metterlo al corrente di quanto stava accadendo nella sottostante pianura, ripartivano su tre buoni muletti, per raggiungere al più presto il gran capo dei Senussi, il solo che con una parola avrebbe potuto sollevare in armi tutti i Cabili dell'Atlante.

Passando di villaggio in villaggio, ovunque accolti con cordiale ospitalità, poiché Muley-Hari era conosciutissimo dagli abitanti delle montagne, tre giorni dopo il minuscolo drappello giungeva dinanzi ad una specie di fortezza, cinta di grossi bastioni di fango secco e per di più merlati, situata sulla punta di una delle più alte montagne dominante da un lato le pianure algerine e dall'altro lo sconfinato deserto di Sahara.

Era la dimora di Sidi-Omar, il capo supremo della potentissima corporazione religiosa che impera anche oggidì su tutta l'Africa settentrionale, stendendo le sue braccia fino al Senegal ed al Niger da un lato e fin verso il Nilo.

Il fondatore dell'associazione è stato un umile giureconsulto algerino per nome Sidi-Mohamed-Ben-Alì-El-Senussi, appartenente alla tribù dei Medjaher, che nacque nelle vicinanze di Mastaganem, in Algeria, durante gli ultimi anni della dominazione turca, della quale si era dimostrato fiero avversario.

Iniziato durante il suo esilio al Marocco, ai precetti filosofici di una sètta mistica, egli tornò in Algeria la vigilia della presa d'Algeri per parte dei francesi, e percorse, quale insegnante di teologia tutti gli altipiani della natìa provincia, nonché una parte del distretto di Costantina, dirigendosi poco per volta verso oriente, ove sentivasi attirato dalla culla del Profeta e dalla rinomanza di alcuni celeberrimi dottori della fede mussulmana.

Durante questo suo pellegrinaggio verso i luoghi santi, Sidi-Mohamed si fermò in varie città e fra altre a Longuat ed al Cairo, fondando ovunque numerose scuole, dove insegnava una specie di riforma che egli aveva, per così dire, distillata dal Corano e dalle opere dei suoi commentatori.

La sètta fu dapprima aspramente combattuta così alla Mecca come a Costantinopoli, nondimeno Sidi-Mohamed lottando coraggiosamente ed attribuendosi il titolo di Califfo ossia di luogotenente di Dio sulla terra, riuscì in breve a raggruppare intorno a sé un gran numero di partigiani, i quali avevano abbracciato con entusiasmo la riforma.

Non sentendosi sicuro in Egitto, si ritirò nel deserto affigliando i Cabili dell'Atlante ed i Tuareg del Sahara.

Non sono trascorsi cinquantanni e questa società ha acquistato una tale potenza da guastare i sonni del Governo francese e di quello inglese e dare molti fastidi ai Sultani di Costantinopoli, del Marocco e al bey di Tunisi.

Oggi ha monasteri, o meglio fortezze, così sull'Atlante come nelle più belle oasi del deserto e possiede ricchezze incalcolabili poiché ogni affigliato è costretto a versare il due per cento delle sue rendite.

La sua organizzazione è meravigliosa. Nessuna cosa succede al di là od al di qua del deserto, o sulle rive del Nilo o del Niger o del Senegal che il Califfo non lo sappia prima ancora dei Governi europei e mussulmani, poiché tiene ai suoi servigi un gran numero di corridori scelti per lo più fra i Tibbù, che corrono al pari delle gazzelle, o fra i Tuareg.

Una insurrezione qualunque che scoppi nell'Africa settentrionale, ed ecco la potente confraternita fornire armi e munizioni ai nemici dei kafir ai quali ha giurato un odio ferocissimo.

L'Atlante come il Sahara appartiene ai Senussi e guai a chi osasse di avanzarsi troppo.

Senza i formidabili aiuti forniti dalla sètta, il Mahdi non avrebbe certamente potuto reggersi per tanti anni sulle rive del Nilo, né condurre le sue orde trionfanti dai deserti della Nubia fino a Kartum, dopo aver passato inesorabilmente a fil di spada tutte le guarnigioni egiziane; dopo aver schiacciato nelle gole di Kasghill i tredicimila uomini di Hiks-Pascià e aver distrutto nella capitale della Nubia gli ultimi avanzi della potenza inglese che il grande Gordon, vittima della sua fiducia e delle sue Bibbie, credeva di guidare ancora alla vittoria.

Senza i Senussi il capo moro Bu-Amena, che per tanti anni fece tremare l'Algeria, non avrebbe potuto egualmente tenere il campo.

I Senussi ad ogni colpo di fucile sparato contro gli odiati kafir aprono i loro arsenali nascosti nelle cube ed i loro forzieri celati nei monasteri e dicono a quelli che partono per la guerra:

— Va' e distruggi!

Vi sono degli anni durante i quali la potente corporazione vivacchia senza dare apparentemente segno di vita; vi sono altri durante i quali alza orgogliosamente la testa imponendosi formidabilmente perfino alle grandi potenze che hanno degli interessi nell'Africa settentrionale.

Nel 1868 spinse la sua audacia fino a scomunicare il Sultano di Costantinopoli, e questo potentato dovette cedere ed accordare favori e territori in Tripolitania alla corporazione.

Sidi-Omar, successore di Sidi-Mohamed nella carica di grande Califfo si era ben guardato di rifiutare l'ospitalità a Muley-Hari, essendo i marabuti le spie della confraternita e nel medesimo tempo i custodi delle armi sempre pronte per le insurrezioni. Sidi-Omar in quel momento stava sorbendo il suo caffè in una modesta sala, non troppo riccamente arredata, mentre uno schiavo negro che portava impresso, con un ferro rovente, la parola di Allah proprio in mezzo al petto per far comprendere a tutti che apparteneva corpo ed anima all'associazione, gli preparava il cibuc carico di tabacco profumato, regalo del Kedivè d'Egitto o del bey di Tunisi.

Sidi-Omar successore di Sidi-Mohamed era un superbo tipo di moro, alto, vigoroso quantunque un po' asciutto, con la pelle leggermente abbronzata, gli occhi ardentissimi che pareva volessero magnetizzare tutto in un colpo le persone che fissavano, i lineamenti regolarissimi, resi più arditi da una barba nera quantunque un po' rada.

Come gli altri affigliati vestiva semplicemente non avendo indosso che una semplice camicia di leggera flanella bianca a pieghe ampie, stretta ai fianchi da una fascia di cuoio giallo. Non portava nessun gioiello, né alle mani, né agli orecchi, né al collo, essendo severamente proibito ai Senussi di far uso dell'oro e dell'argento fuorché nell'impugnatura delle loro scimitarre o dei loro yatagan.

Il potentissimo capo, come abbiamo detto, aveva accolto molto cortesemente Muley-Hari che già conosceva da lunga pezza ed Hassi-el-Biac il quale, come discendente dei Califfi di Granata, aveva diritto ad un certo rispetto.

Ascoltò attentamente, fumando con gravità la sua pipa, quello che il marabuto gli narrò circa i gravi fatti che stavano per svolgersi nella sottostante pianura, poi disse guardando specialmente Hassi:

— I Senussi di regola non s'imbarazzano degli affari dove entrano dei kafir, ma giacché tu hai nelle vene il sangue dei grandi Califfi, e giacché uno di quei due kafir ha sposato tua figlia e non è per di più frangi, hai diritto al nostro appoggio. Quanti uomini ti occorrono?

— Una cinquantina — aveva risposto prontamente Hassi.

— Domani li avrai, e, se non ti basteranno, la montagna te ne fornirà altri. Allah ed il Profeta mi perdoneranno se io lancerò i miei uomini in difesa di due figli che non appartengono all'Islam. Accomodatevi: siete ospiti dei Senussi e sotto la protezione dei Cabili dell'Atlante.