Trattato de' governi/Libro ottavo/V

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Libro ottavo
Capitolo V:
De' modi che fan mutare gli stati popolari

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Aristotele - Trattato de' governi
(Politica)
(IV secolo a.C.)
Traduzione dal greco di Bernardo Segni (XVI secolo)
Libro ottavo
Capitolo V:
De' modi che fan mutare gli stati popolari
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[p. 293 modifica]Ma consideriamo ora per la divisione delle dette cagioni in ciascuna specie di stato quello, che vi occorra di movimenti. Gli stati popolari per lo più fanno mutazione mediante la cattività de’ loro capi, imperocchè tali parte irritando a torto privatamente i cittadini ricchi gli fanno unire insieme; conciossiachè la paura comune accozzi ancora gli inimici; e parte irritando il popolo contra di loro. E questo, ch’io dico, si può vedere in molti stati così fatti.

Conciossiachè in Coo vi si mutasse il governo per la malignità di questi capi di popolo; essendo contra loro li nobili fattisi forti. E in Rodi essendosi posti danari per pagare ai soldati mercenarî, questi tali gli ritenevono per loro, nè gli lasciavano pagare ai capitani delle galee, ed essi capitani all’incontro per le pene da dovere loro darsi, temendo, furono costretti a convenire insieme contro a quello stato. E medesimamente in Eraclea tale stato popolare rovinò subito dopo le colonie mandate fuori per cagione dei popolari capi, perchè li nobili, essendo stati da loro ingiuriati, cederono: e dipoi essendosi rifatti vennero contro a quello stato.

In un modo quasi che simile lo stato popolare in Megara venne a manco, perchè quivi i capi del popolo, per avere danari mandarono in esilio molti dei ricchi; di sorte ch’e’ ferono un gran numero di rebegli: i quali ritornati poi contro alla città per fatto d’arme, vinsono il popolo, e constituironvi uno stato di pochi potenti. E il medesimo intervenne a Cuma del popolare stato, che avea tal città; [p. 294 modifica]il quale fu destrutto da Trasimaco. E quasi per tutti gli altri stati simili discorrendo si potrà vedere le mutazioni d’essi derivate da simili cagioni. Imperocchè li capi detti alcuna volta per gratificarsi il popolo fanno ingiuria alla nobiltà; di sorte ch’e’ la fanno conspirare contra lo stato: o per fare comuni le facultà loro fanno questo medesimo, o perchè l’entrate loro servino al comune: e alcuna volta gli calunniano per potere publicare i loro beni.

E negli antichi tempi, quando un medesimo era a capo di popolo, e capo d’eserciti, gli stati si mutavano in tirannide; e la più parte quasi dei tiranni antichi erano fatti di capi di popolo. E la cagione che allora e’ si facevono di tali, e ora no, è che allora i capi del popolo non erano d’altra sorte cittadini, che di quegli che guidavano gli eserciti, per non essere gli uomini valenti allora nello orare. Ma ora, ch’egli è venuta l’arte del dire in più copia, chi ha facoltà di parlare diventa bene capo di popolo, ma per la inesperienza, che egli ha nella guerra, e’ non tenta di farsi tiranno, eccetto se già in pochi luoghi non è avvenuto il contrario.

Facevonsi ancora le tirannidi in quei tempi più sovente che ora, e per commettersi più a certi cittadini magistrati di grande importanza, come era in Meleto quello de’ Pritani: perchè tale magistrato era padrone di molte cose, e grandissime; e ancora perchè allora le città erano piccole; e perchè allora il popolo, abitava per le ville; ed era occupato a lavorare la terra. Però chi era grande appresso il popolo, se la sorte dava ch’ei fusse armigero, si faceva tiranno. E tale disegno di farsi tiranno conseguivano tutti quei che s’erano acquistata fede col popolo. E la fede s’acquistava con aversi fatto inimici li ricchi, siccome se l’acquistò Pisistrato in Atene; per essersi recato in odio li Pediaci1. E Teagene in Megara [p. 295 modifica]per avere egli ammazzato le bestie dei cittadini ricchi, che egli aveva trovate presso alla fiumara a pascere. E a Dionisio, per avere accusato Dafneo, e gli altri cittadini ricchi, fu dato in premio la tirannide; essendogli stato creduto per la inimicizia ch’e’ portava loro; perchè egli era cittadino popolare.

Mutansi ancora dal solito stato popolare in quello ultimo imperocchè dove li magistrati s’eleggono senza rispetto di censo, e che il popolo gli elegge, li capi popolari, che bramano d’essere messi nei magistrati, a questo conducono la cosa che e’ fanno padrone il popolo infino delle leggi. E un rimedio a fare, che questo non segua, o segua più di rado, è che le tribù ragunate da per sè, e non tutto il popolo creino li magistrati. Tutte adunche le mutazioni dei popolari stati quasi per tai cagioni intervengono.

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Note

  1. Le genti del piano.