Trattato de' governi/Libro settimo/I

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Libro settimo
Capitolo I:
Che convenga alle republiche, agli stati popolari, e agli stati dei pochi

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Aristotele - Trattato de' governi
(Politica)
(IV secolo a.C.)
Traduzione dal greco di Bernardo Segni (XVI secolo)
Libro settimo
Capitolo I:
Che convenga alle republiche, agli stati popolari, e agli stati dei pochi
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[p. 258 modifica]Quante adunche per numero, e di che natura sieno le differenze del membro consigliativo, e principe del governo e della ordinazione, che è intorno alli magistrati, e dei giudizî; e quai si adattino a questo, e a quel modo di governo, ancora della morte, e della vita degli stati, onde elle derivino, e per quai cagioni, di tutte le cose conte ho io parlato innanzi. Ma perchè più sorte di popolare stato si danno, e così degli altri, però e di loro ancora non fia il peggio fare considerazione, se nulla si fusse indietro lasciato, e renderne il modo, che sia propio, e utile in ciascuno d’essi da governarsi.

È ancora da esaminare le combinazioni di tutti li modi detti innanzi, imperocchè tali combinazioni fatte in questo modo o in quell’altro sono cagione che gli stati sono di più [p. 259 modifica]sorti; di modo che le republiche ottimati diventino piuttosto stati di pochi, e le republiche inchinino più al popolare stato. Io vo’ dire quelle combinazioni, che si debbono considerare, e che per ancora non sono state considerate; com’è verbigrazia, se ’l membro che consiglia, e quello ch’è intorno alle elezioni dei magistrati fussino congiunti da stato stretto, e se quello, che consiglia, fusse assettato da stato largo; e quello, che è intorno alla elezione dei magistrati, fusse assettato da stato stretto, o in altro modo stessino le combinazioni in uno stato non propriamente assettate.

Ed ho io detto innanzi qual sorte di popolare stato convenga a questa, od a quella città; e così a quai popoli convenga questa o quella sorte di stato stretto. E medesimamente negli altri stati ho discorso quali d’essi stieno bene in questo, o in quell’altro luogo; con tutto ciò debbe essere egli manifesto da me, non tanto qual di questi stati sia più comodo alle città, quanto il modo, nel quale ei debbe essere fabbricato. Onde non pure questi, ma tutti gli altri andremo così toccando con brevità, incominciandosi dallo stato popolare: perchè dicendo di lui si verrà a un tempo medesimo ad avere dimostrato del suo contrario, il quale è detto stato di pochi potenti.

Piglinsi adunche per fare questa dottrina tutti gli ordini popolari, e quegli che paia che conseguitino ai detti stati; imperocchè dagli accozzamenti di questi simili ordini ne risulta che le specie degli stati del popolo sono di più sorti, e che tali sono differenti. Che due sono invero le cagioni, onde gli stati popolari sono diversi. La prima è la detta innanzi, cioè che li popoli sono differenti, essendone uno atto alla agricoltura; un altro all’arti meccaniche, e un altro a vili esercizî. Dei quali il primo accozzatosi col secondo, e il terzo con amendue, farà, che [p. 260 modifica]non pure lo stato popolare apparirà più, o meno bello; ma che egli non apparirà un medesimo.

L’altra è quella ch’io vo’ discorrendo al presente; cioè perchè quelle cose, che conseguitano agli stati popolari, e che appariscono essere propie di tale stato, accozzate tutte insieme fanno variare tali stati. Perchè di tali a uno stato ne conseguita manco, a uno più, e ad un altro ne conseguitano tutte. Ed è utile sapere ciascuna di esse, e per poterne ordinare uno, se alcun si trovasse, che un tale stato volesse constituire; e per poter correggere gli constituiti. Conciossiachè tutti quegli, che constituiscono uno stato, s’ingegnino di mettere insieme tutti gli ordini, che sono proprî di quel modo di stato, che egli intendono di fare. Ma errano bene nel far questo, come io ho dimostrato innanzi; dove io trattai della rovina, e conservazione d’essi. Ma diciamo ora le massime, e costumi, e le cose, che desidera ciascuno stato.