Trattato de' governi/Libro settimo/V

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Libro settimo
Capitolo V:
Precetti per assettare lo stato popolare

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Aristotele - Trattato de' governi
(Politica)
(IV secolo a.C.)
Traduzione dal greco di Bernardo Segni (XVI secolo)
Libro settimo
Capitolo V:
Precetti per assettare lo stato popolare
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[p. 269 modifica]E ha qui gran difficoltà il legislatore, e chiunche vuole un simile stato ordinare; io non dico che e’ l’abbia grande o unica per assettare un simile stato, ma piuttosto perchè e’ sia durabile. Perchè e’ non è difficile impresa a vivere uno, o due, o tre giorni sotto quale stato uno si voglia; e però si debbe preparare la difesa a cotali stati da quelle cose, che di sopra sono state considerate intorno alle conservazioni, ed alle rovine degli stati con guardarsi da quelle, che gli rovinano, e col por leggi di tal qualità e scritte, e non scritte, che possino abbracciare tutti gli ordini, che tali stati conservano; e non si stimi per ordine popolare nè per ordine da stato di pochi potenti quello che faccia la città vivere o popolarmente, o a uso di stato stretto: ma quegli reputinsi per ordini da tali stati, che possino far vivere li cittadini sotto quei lungo tempo.

Ma oggi li cittadini graziosi appresso il popolo per gratificarselo mediante li giudizî mettono in comune la più parte delle facultà dei cittadini ricchi. Ma e’ si debbe fare tutto il contrario da chi ha simili stati a cuore, con porre una legge, che nessun bene dei cittadini condannati possa ire in comune, nè arrecargli utilità; anzi che ei diventi sottoposto ai sacrifizî. Perchè in tale modo chi fa l’ingiurie, non verrà a farne più per questo rispetto, essendo in ogni modo castigato; nè il popolo verrà più ad essere vago di condannare gli cittadini, non sperando di conseguirne alcuno utile. Debbonsi oltra di questo l’accuse publiche fare radissime volte con gran pene imposte [p. 270 modifica]a chi accusa a torto nessuno cittadino; perchè e’ non s’usa di chiamare in giudizio li cittadini popolari; ma li nobili, e grandi. Ma e’ si debbe tenere termino, che tutti li cittadini amino quello stato, o almeno che e’ non stimino per inimici quei, che governano.

E perchè gli ultimi stati popolari sono composti d’assai cittadini, ed è difficile cosa, che e’ si ragunino tali alla concione senza salario; e ciò, dove il pubblico non ha entrate, vien tutto contra ai grandi (conciossiachè egli è forza di cavare tali spese dai tributi lor posti, e dalla pubblicazione dei loro beni fatta per via di falsi giudizî; le quai cose hanno assai volte rovinato li stati popolari); dico però, che dove non sono entrate nel publico, che e’ vi si raguni la concione rade volte; e i giudizî vi si ragunino sopra molte faccende: ma che durino pochi giorni. E questo importa, acciocchè li ricchi non abbino da temere tali spese; non partecipando di tai salarî li ricchi, ma sì li poveri. E ancora importa, perchè e’ vi si faccino li giudizî migliori, perchè li ricchi non possono stare troppi giorni fuori delle loro faccende; e per poco tempo il comportano.

Ma dove sono entrate nel publico, non vi si faccia quello che in molti luoghi fanno i popolari capi, i quali si distribuiscono ciò che v’avanza, e di nuovo hanno delle medesime cose bisogno: chè un tale soccorso alli poveri è come un orcio senza fondo. Ma debbe un cittadino, che veramente sia popolare, fare ogni diligenza opportuna che ’l popolo non sia molto povero; perchè ciò fa lo stato popolare cattivo. Debbesi pertanto industriare, che e’ vi siano delle facultà, che abbin vita; e tale cosa è ancora utile ai ricchi. Debbonsi però le facultà, che si ragunano delle entrate, metterle insieme, e distribuirle a’ poveri; e massimamente se e’ se ne potesse ragunare tante, che servissino a comperare un poderetto per uno. E se ciò non si può, almeno perchè e’ [p. 271 modifica]possino coltivare, o fare qualche faccenduzza; e se e’ non è possibile a tutti di conseguirlo, conseguiscasi almeno alle tribù o a qualche altra parte della città. E per tale fine contribuischino li ricchi da dare loro i salarî per le ragunate necessarie, lasciando ire le vane spese da canto.

E in un tal modo governandosi li Cartaginesi s’acquistarono amico il popolo, perchè mandando sempre fuori parte dei cittadini popolari in qualche colonia gli feciono ricchi. Ma egli è ufficio di cittadino nobile, che abbia cervello, e di grazioso d’aiutare i poveri con dar loro occasione che e’ s’indirizzino alle faccende; e in ciò è bene imitare quei di Taranto, i quali comunicando con li poveri le loro possessioni si preparano con tale verso il popolo amico nei loro bisogni. Oltra di questo e’ fanno tutti i magistrati doppi, parte dico eletti, e parte tratti a sorte; e questo perchè dei tratti possa partecipare il popolo, e degli eletti, per essere me’ governati. E questo medesimo si può fare dividendo il magistrato stesso, cioè mettendo in essi parte di cittadini tratti, e parte eletti a sorte. E siasi detto pertanto qualmente si debbino adattare gli stati popolari.