Trattato de' governi/Libro terzo/XI

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Libro terzo
Capitolo XI:
Quante sorti si dà di regni

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Aristotele - Trattato de' governi
(Politica)
(IV secolo a.C.)
Traduzione dal greco di Bernardo Segni (XVI secolo)
Libro terzo
Capitolo XI:
Quante sorti si dà di regni
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[p. 131 modifica]Le sorti adunche del regno sono quattro a novero. Una cioè, replicando, che fu usata a’ tempi degli eroi; e questa fatta da’ popoli spontaneamente; e sopra certi casi diterminati aveva autorità. Imperocchè tale re era capitano negli eserciti, ed era giudice, ed era padrone de’ sacrificî. La seconda fu usata appresso dei Barbari. E tale imperio signorile si dava per successione di stirpe, ed era secondo le leggi. La terza si chiama Esinnetica. E questa fu una tirannide volontariamente sopportata dai popoli. E la quarta fu la spartana. E questa (per dirla a un tratto) non è altro, che una commesseria negli eserciti a vita data per successione di sangue. Le quali quattro sorti nel modo detto sono differenti l’una dall’altra. La quinta specie di regno è dove uno è padrone d’ogni cosa; non altrimenti che sopra una gente, o una città, che sia ordinata publicamente ad esempio del governo di casa. Perchè così come il governo di casa è un regno sopra la casa, parimente il regno sopra una gente, o sopra di più è quasi un governo di casa.

Laonde si può ridurre le considerazioni del regno a due specie di tale imperio; a questa, cioè, e alla spartana. Imperocchè l’altre sorti sono nel mezzo di queste conte, conciossiachè l’altre sorti di regno sieno padrone di manco cose, che non sono li re, che hanno la podestà assoluta: e di più che non sono li re di Sparta.

Onde facciasi considerazione di due cose, la prima, se egli è bene eleggere nelle città un capitano perpetuo negli eserciti; e posto ch’e’ sia bene, se e’ si debbe eleggerlo per successione di stirpe, ovvero per elezione: ovvero non è bene eleggerlo. O [p. 132 modifica]eleggerlo per successione di stirpe, ovvero per elezione: ovvero non è bene eleggerlo. O s’egli è bene che uno solo sia padrone di tutte le cose, o no. — Il considerare adunche d’un sol capitano d’eserciti sta bene piuttosto a farne considerazione, dove si tratti delle leggi, che dove si tratti delle republiche: imperocchè un tale ufficio si può fare in ciascheduna republica, e però lascisi il considerare di questa prima specie. L’altro modo di regno fa bene specie di republica, onde di tale sta bene di farne considerazione; e di andare toccando così alquanto quei dubbî, che ci sono dentro. — E sia principio della quistione, se egli è cioè piuttosto meglio essere governato da un uomo, che sia ottimo, che da ottime leggi. La ragione di chi giudica migliore il governo d’un ottimo, è perchè le leggi parlano solamente in universale; e non comprendono li casi particolari. Onde in ciascuna arte apparisce per stolta cosa il governarsi a punto per via dello scritto. Che in Egitto è lecito ai medici dopo il terzo dì a punto muovere il corpo, e se e’ lo fan prima, e’ fan ciò a loro rischio. È manifesto adunche per la ragione detta, che la republica ottima non è constituita per via di scritti, nè per via di leggi: e contuttociò pure bisogna, che quel parlare universale sia innanzi a chi regge i popoli. Onde è meglio dare il governo in mano a chi non ha le perturbazioni, che a chi l’ha per natura. Nella legge adunche elle non sono, ma sì in tutte l’anima umana è necessario ch’elle sieno. — Ma forse qui direbbe uno, che per tal ragione e’ verrà a consigliare meglio i particolari. È pertanto manifesto, che di necessità conviene che il principe sia legislatore; e ch’e’ sieno poste le leggi, ma che elle non sieno padrone da quella banda, ove elle mancano; perchè negli altri casi è di necessità, ch’elle sieno padrone. Ma dove e’ non è possibile, che le leggi [p. 133 modifica]giudichino o interamente, o bene, debbesi ei qui preporre un uomo, che sia ottimo, o molti? Chè oggidì è usato che gli uomini convenendo insieme, rendino ragione; e giudichino, e consiglino; e li giudizj tutti sono intorno ai particolari. È adunche forse un sol giudice (e sia chi e’ si vuole) peggiore che li più, comparato con loro: e la città è composta di molti. E così come un convito, dove molti portino qualcosa è più bello di quello dove porti un solo, perciò si può dire che e’ giudichino meglio assai uomini che un solo: e sia chi e’ si voglia. — Oltra di questo gli assai sono meno corruttibili, e non altrimenti che l’assai acqua; così un gran numero è meno corruttibile d’un poco. E dove uno è vinto dall’ira, o da altra perturbazione simile, è di necessità che e’ vi sia corrotto ancora il giudizio. Ma nell’assai numero, a volere ch’egli erri, bisogna che tutti quanti s’adirino. E l’assai numero non è altro che gli uomini liberi, che niente operino contra le leggi, ovvero faccino questo solamente dove le leggi sono insufficienti. E se questo non è agevole a farsi negli assai, dove fussino gli assai cittadini buoni, in tal caso debbesi ei dire, che un solo di loro principe fusse meno corruttibile? ovvero più corruttibili sarebbono li più di numero, e buoni? Anzi è manifesto ch’e’ sarebbono meno corruttibili i più; ma li più fanno sedizione, ed uno non ne fa. Ma qui si può rispondere, che quei più, che fussino virtuosi, sarebbono di buona mente come quello uno. — Ora adunche se il principato di più, e di tutti buoni cittadini si debbe chiamare stato ottimate; e quel d’un solo si dee chiamare regno, e’ verrà ad essere più eligibile nella città lo stato degli ottimati, che ’l regno, e con potenza, o senza potenza, che ’l principato si fusse: in caso, dico, che e’ si potesse accozzare insieme più simili. E perciò forse negli antichi tempi [p. 134 modifica]il regno, perchè di rado si concedeva il trovarsi molti uomini che per virtù avanzassino gli altri d’assai, e massimamente allora, che e’ s’abitavano le città picciole. Per un’altra cagione ancora si costumava la podestà regia, e questa era per il benefizio, il quale è propio ufficio d’uomini buoni. Ma poi che si cominciò a ritrovare più simili virtù e’ non si potette più sopportare il regno; anzi fu trovato un modo di governo universale e così fu la republica instituita.

Ma questi siffatti dappoi che col tempo divenuti cattivi cominciarono a far danari del governo publico; di qui nacque ragionevolmente il governo dei pochi potenti: perchè allora fu fatta la ricchezza onorata sopra d’ogni altra cosa. E da questo stato primieramente si trapassò nella tirannide, e dalla tirannide nello stato popolare; perchè riducendo tali stati per cagione di guadagnare bruttamente sempre mai il governo nei manco, e’ vennono a fare più gagliardo il popolo, di maniera che e’ giurò loro incontro, e creò lo Stato popolare.

E oggi che le città sono fatte grandi, non è forse agevole a fare altro Stato, che il popolare.

Ritornando adunche, s’uno ponesse per migliore governo di tutti nelle città il regno, che s’ha egli da dire dei figliuoli? hass’egli a dire essere bene, che la successione regni? Ma se ella fusse come dà la sorte, e’ sarebbe nocivo un tale ordine. Ma qui potrebbe dire uno, che principe non lascerà l’imperio a sì fatti figliuoli, essendo in suo potere. Ma questo non è credibile, essendo difficil cosa e da maggiore virtù, che non ha la natura umana.

Puossi ancora dubitare circa la potenza del principe, se chi è, dico, re debba avere forza alcuna dintorno, mediante la quale e’ possa sforzare chi non volesse ubbidire: o in che modo egli abbia a poter amministrare l’imperio. Conciossiachè sebbene e’ sarà signore secondo le leggi, e se e’ non opererà cosa alcuna di sua volontà contro [p. 135 modifica]al detto della legge, nondimanco gli sarà pure di mestiero di qualche forza mediante la quale e’ faccia osservarla. Ma forse d’un sì fatto re non è difficile a farsi la determinazione, cioè ch’egli è di necessità, ch’egli abbia forza dattorno; la quale sia tanta, ch’ella prevaglia a ciascheduno, che fusse solo, e ancora a più, che fussino insieme, ma che ella non prevaglia già a tutto il popolo. Nel qual modo gli antichi constituirono la guardia del corpo ai principi, quando e’ mettevano uno nel grado chiamato Esinnete, o tiranno. E in Siracusa fu un cittadino che, chiedendo Dionisio la guardia del corpo, consigliò che e’ se ne li desse tanta, quanta io ho detto.