Trattato di archeologia (Gentile)/Arte romana/II/Terzo periodo/Plastica

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Terzo periodo - Plastica

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B. — Plastica.


Nelle opere di plastica dopo gli Antonini fino a Diocleziano splende spesso ancòra bellezza di forme e vigoria d’espressione. Le statue eroiche di Pertinace, di Alessandro Severo, di Elagabalo, e quelle di Giulia Mammea, di Giulia Soemia in aspetto di Venere, di Giulia Domna in sembiante di Pudicizia tengono i pregi di forza o di eleganza dell’arte classica. Ma le sculture dopo Diocleziano mostrano l’offuscamento del senso delle belle forme, dell’armonia delle proporzioni, della vigoria delle linee e del rilievo.

Non mancavano già all’arte cure e favori, chè anzi sappiamo come ai tempi di Libanio si disertassero le scuole di retorica e di filosofia per correre a quelle di disegno e di pittura; ma le alte mercedi ai maestri non dànno ispirazione all’arte, la quale ha i suoi momenti di decadenza o di transizione e di trasformazione, contro cui non vale opera alcuna di Mecenati.

La plastica antica fu una divinizzazione della bellezza corporea; ma la nuova religione prevalente nel mondo romano iniziò un’era nuova, e, aborrendo dalla bellezza corporea, esaltava soltanto la bellezza dello spirito, la quale non pareva, come [p. 330 modifica]parve agli antichi, rivelarsi nella bellezza esterna, bensì più viva rifulgere quando una bell’anima viveva in un corpo vile e deforme. La scultura dell’arte cristiana perdette quindi il pregio che viene dall’amore sentito per la forma, e quasi ne fu abbandonato l’esercizio, giacchè per l’ornamentazione delle chiese si diede preferenza alla pittura e al grande musaico1.

Note

  1. Cfr. C. F. Mazzanti, La scultura ornamentale romana nei bassi tempi, in Archivio Storico dell’arte, s. II, anno II, fasc. 1 e 2 p. 33 e segg.; fasc. 3, p. 161-185.