Typee/IV

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IV

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III V

Pensieri precedenti la fuga – Toby, un compagno di bordo, acconsente a dividere la mia avventura – Ultima notte sulla nave.

Dopo aver deciso di abbandonare clandestinamente la nave ed essere riuscito a raccogliere tutte le possibili informazioni sulla baia, mi posi a studiare varii progetti per la fuga, determinalo com’ero di agire con ogni maggior cautela in questo tentativo il cui insuccesso poteva esser seguito dalle più spiacevoli conseguenze. Il pensiero di poter essere acciuffato e ricondotto ignominiosamente a bordo mi era così insopportabile da farmi respingere a priori qualsiasi mezzo avventato ed imprudente.

Sapevo che il nostro degno capitano, che provava tanta paterna sollecitudine pel benessere del suo equipaggio, non consentirebbe tanto facilmente che uno dei suoi marinai migliori dovesse affrontare i pericoli di un soggiorno tra gli indigeni di un’Isola barbara; ed ero certo che nel caso della mia scomparsa, la sua paterna ansietà lo indurrebbe ad offrire, come ricompensa, non pochi metri di multicolore cotonina a chi mi avesse catturato e ricondotto a bordo. Anzi, e perchè no? Chi sa che per riavermi egli non offrisse addirittura un fucile, nel qual caso mi sentivo perfettamente sicuro che l’intera popolazione della baia si metterebbe subito sulle mie traccia col miraggio di un sì magnifico premio.

Accertatomi che gli isolani abitavano agglomerati nelle profondità della valle ed evitavano di trovarsi sulle parti più elevate dell’Isola, a meno che non fossero determinati a farlo da ragioni di guerra o di saccheggio, ne conclusi che, se avessi potuto effettuare senza essere scoperto, un passaggio verso le montagne, potrei rimanere facilmente lassù, sopperendo ai bisogni della vita coi frutti che mi riuscisse trovare fino alla partenza della nave: cosa questa che mi sarebbe facile notar subito, poichè dalla mia posizione elevata, avrei potuto dominare la vista dell’intero porto.

Quest’idea mi sorrideva molto. Mi pareva unisse molta praticità ad un grande godimento senza soverchi rischi; poichè, qual piacere sarebbe per me di osservare l’odiata nave dall’altezza di parecchie centinaia di metri, e di paragonare la verdeggiante natura intorno a me col ricordo dei suoi angusti ponti e del fosco castello di prua! Bastava questo solo pensiero a rendermi l’anima più leggera; e m’immaginai seduto all’ombra di un albero di cocco sulla vetta della montagna, con un boschetto di banani a breve distanza, mentre criticavo le evoluzioni nautiche della nave che se ne usciva dal porto.

È vero che in mezzo a queste aggradevoli, considerazioni, vi era anche una spiacevole probabilità, quella di incontrare una pattuglia di sanguinari Typees, il cui appetito, forse aguzzato dall’aria viva di quelle regioni elevate, potrebbe indurli a divorarmi. E questa prospettiva, debbo confessarlo, era tutt’altro che piacevole. Ma non c’era nulla da fare. Ed io ero disposto ad incontrare qualche rischio pur di riuscire a scappare dalla nave, e d’altronde, contavo sull’abilità che avrei spiegata nell’eludere i cannibali, giovandomi dei numerosi ripari offerti dalle montagne. D’altra parte, vi era pure la probabilità in mio favore che essi non avrebbero abbandonato i loro covi.

Avevo deciso di non comunicare il mio disegno ad alcuno dei miei compagni di bordo, e men che meno di chiedere ad alcuno di essi di accompagnarmi nella mia fuga. Ma ecco che una sera mentre mi trovavo in coperta e rimuginavo nella mia mente varii piani di fuga, m’accorsi che uno della compagnia pareva immerso in una profonda meditazione. Era un giovanotto all’incirca della mia età, pel quale avevo sempre provato una viva simpatia, e Toby, chè tale era il nome col quale si faceva chiamare, ne era in verità degno sotto ogni aspetto. Era attivo, pronto e cortese; d’un coraggio indomito, e particolarmente schietto ed ardito nell’espressione dei suoi sentimenti. Più e più volte ero riuscito a tirarlo fuori da pasticci in cui questa singolarità del suo carattere lo aveva coinvolto; e non so se attribuire a questa causa; oppure a una certa affinità di sentimenti, il fatto che egli aveva sempre dimostrato di preferire a quella degli altri la mia compagnia. Parecchie volte avevamo montato assieme lunghe ore di guardia e ingannato il tempo tedioso conversando, cantando e raccontandoci storie, non senza intersecare i nostri discorsi di numerose imprecazioni sull’avverso destino che avevamo in comune.

Come me, Toby era evidentemente vissuto in un ambiente ben diverso, e questo s’indovinava dalla sua conversazione, per quanto cercasse nasconderlo. Egli apparteneva a quella classe di giramondo che si incontrano talvolta per mare, che mai non lasciano trapelare la loro origine, non parlano mai della loro famiglia, ed errano senza meta pel mondo come se fossero inseguiti da un fato che in nessun modo possono eludere.

Anche l’aspetto di Toby mi piaceva, poichè, mentre gran parte dell’equipaggio era composto di individui volgari sia di spirito che di corpo, Toby era invece assai diverso. Col suo camiciotto bleu e i pantaloni di tela bianca egli era uno dei marinai più eleganti che si potessero vedere sulla coperta d’una nave; era piccolo e snello, e le sue membra parevano dotate di singolare elasticità. Il suo colorito naturalmente olivigno, era divenuto di una tinta ancora più oscura per la lunga esposizione al sole tropicale, e la zazzera di capelli corvini pareva gettare un’ombra ancor più fosca sui suoi grandi occhi neri. Era un essere strano e bizzarro; sempre pensieroso, non di rado agitato e malinconico, alcune volte perfino tetro. Il suo carattere era così impulsivo e focoso che, se veniva molestato, lo trasportava in uno stato rasentante il delirio.

È strano il potere che un’anima forte può esercitare sulle nature più deboli. Ho veduto individui gagliardi e non privi di coraggio naturale, tremare dinanzi a questo ragazzo quando era in uno dei suoi momenti di furia. Ma tali parossismi non si ripetevano spesso, e d’altronde meglio era sfogar la bile così, che con mille meschine malignità, come facevano altri individui di temperamento più calmo.

Nessuno aveva mai veduto ridere Toby di un riso veramente gaio e spensierato. È vero che talvolta sorrideva, ma quel suo sorriso aveva un non so che di arido e di sarcastico che tanto più faceva effetto pel tono di imperturbabile gravità che gli era abituale.

Negli ultimi tempi avevo osservato che la malinconia di Toby s’era di molto aumentata, e lo vedevo sovente, dopo il nostro arrivo nell’Isola, guardare pensoso verso la sponda mentre il rimanente dell’equipaggio schiamazzava sotto coperta. Sapevo che egli detestava cordialmente la vita di bordo e pensavo che, se gli si presentasse una buona occasione di fuggire, l’avrebbe afferrata con piacere. Ma era così pericoloso un tale tentativo dato il posto ove ci trovavamo, che credevo di essere io il solo individuo imbarcato sulla nave così temerario di pensarci. Ma in ciò mi sbagliavo.

Quando mi accorsi di Toby che, come già dissi, era appoggiato al parapetto e pareva immerso in profondi pensieri, fui colpito dall’idea che il soggetto delle sue meditazioni potesse essere identico al mio. E se così fosse, pensavo, non sarebbe egli tra tutti i miei compagni, proprio quello che sceglierei per compagno della mia avventura? E perchè non dovrei avere un camerata che dividesse meco i pericoli, e colla sua presenza, ne alleviasse le pene? Forse sarò obbligato di rimanere nascosto nella montagna per settimane e settimane; e in tale evento, quale conforto potrebbe essere una compagnia!

Questi pensieri passavano rapidamente nella mia mente, e mi meravigliavo come mai non avessi considerato prima la cosa sotto questo aspetto. Ma non era ancora troppo tardi. Battei leggermente sulla spalla di Toby che parve destarsi da un sogno; lo trovai preparato all’impresa, e poche parole bastarono per intenderci. Un’ora non era passata ed avevamo già fissati i preliminari e deciso il nostro piano di azione. Poi ratificammo il nostro patto con un’affettuosa stretta di mano, e per disperdere ogni sospetto, ci dirigemmo verso le nostre rispettive brande, a passare l’ultima notte a bordo della «Dolly».

Il giorno dopo la guardia di tribordo, alla quale appartenevamo entrambi, doveva scendere libera a terra; e approfittando di questa opportunità, decidemmo che, appena toccato terra, ci saremmo allontanati con ogni prudenza dal resto dei marinai, dirigendoci verso le montagne. Vedute dalla nave, le vette apparivano inaccessibili, ma qua e là degli speroni scendevano con curve degradanti fino al mare, facendo da contrafforti alle maestose alture colle quali erano connessi, e formando così quelle valli che già ho descritto. Uno di questi crinali, che appariva più praticabile degli altri, attirò la nostra attenzione e ne determinammo l’ascesa, convinti che ci avrebbe condotti sulle alture che si scorgevano oltre. Avendo deciso questa linea d’azione, osservammo con cura la località e l’aspetto di quei luoghi, così che giunti a terra, non si corresse pericolo di sbagliarci.

Tutto ben calcolato, l’obbiettivo principale che avevamo, era quello di celarci da ogni sguardo fino a che la nave partisse; poi di affidarci alla fortuna circa l’accoglienza che ci potessero fare gli indigeni di Nukuheva; e, dopo essere rimasti nell’Isola per tutto il tempo in cui tale soggiorno potesse riuscirci gradito, cogliere la prima occasione favorevole per andarcene.