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IV VI

Un esempio di oratoria nautica – Critiche dei marinai – Alla guardia di tribordo vien concessa licenza. – Fuga nelle montagne.

Nelle prime ore del mattino del giorno seguente, la guardia di tribordo venne chiamata a raduno sul cassero, e il nostro degno capitano, in piedi sul passavanti della cabina, ci arringò in questo modo:

«Dunque, ragazzi, siccome abbiamo terminato una crociera di sei mesi, e il nostro lavoro qui nel porto sta quasi per terminare, mi immagino che vorrete scendere a terra. Stando così le cose, intendo oggi accordare licenza alla guardia di tribordo; per conseguenza potete prepararvi quando volete, e andare; ma intendiamoci bene: vi accordo questa licenza perchè mi figuro che se così non facessi, borbottereste come altrettanti vecchi cannonieri di guardia. In pari tempo, se vorrete ascoltare il mio consiglio, ogni figlio di mamma se ne rimarrà a bordo e così si terrà ben lontano dai sanguinari cannibali. Vi sono novantanove probabilità su cento che, se scendete a terra, vi lascerete trascinare in qualche rissa infernale, e questa sarà la vostra fine; poichè se quei farabutti tatuati riescono a trascinarvi nelle loro valli, vi trucideranno – di questo siatene sicuri. Molti bianchi sono scesi a terra in questi paraggi e non se ne è più saputo nulla. Due anni fa la vecchia «Didone» è entrata in questo porto ed ha mandato a terra una compagnia della sua guardia. Per un’intera settimana non se ne ebbe notizia – gli indigeni intanto giuravano e spergiuravano che non ne sapevano nulla – ma infine soltanto tre di loro riuscirono a riguadagnare la nave, e uno di essi col viso rovinato per tutta la vita, poichè quei maledetti pagani glielo avevano tatuato per metà. Ma so che a nulla serve parlarvi, perchè siete decisi di scendere a terra; questo lo vedo benissimo. Aggiungo però, che non dovrete rimproverare me se gli isolani faranno di voi un buon pasto. Tuttavia se non vi allontanerete troppo dall’accampamento francese, e se farete ritorno a bordo prima del tramonto, può darsi che riusciate a sfuggire alle loro insidie. Almeno questo tenetelo a mente, anche se vi dimenticherete tutto il resto. Ed ora andate; date una mano ai lavori e preparatevi in ordine per la chiamata. Alle sette la scialuppa sarà armata per condurvi a terra, e possa il Signore avere misericordia di voi!».

Svariate erano le emozioni dipinte sulle sembianze degli uomini della guardia di tribordo mentre ascoltavano questo discorso; ma quando si giunse alla fine, vi fu un movimento generale verso il cassero, e ben presto fummo tutti intenti a prepararci per la licenza annunciata sotto sì gai auspici dal capitano. Durante questi preparativi, il suo discorso veniva commentato con parole tutt’altro che misurate; ed uno della compagnia, dopo avergli dato del vecchio bugiardo ed averlo accusato di invidiare le poche ore di libertà concesse a un disgraziato, esclamò fiorendo il suo dire con una bestemmia: «Ma non me la fai, vecchiaccio; perchè io scenderei a terra, anche se ogni sassolino della spiaggia fosse un carbone ardente, ogni bastone una graticola e i cannibali fossero già pronti per farmi arrostire».

D’altronde questo desiderio era condiviso da tutti, e noi risolvemmo che, ad onta del gracchiare del capitano, avremmo passato una bellissima giornata.

Ma Toby ed io avevamo il nostro piano, e profittammo della confusione, che invariabilmente regna a bordo quando una squadra deve scendere a terra, per conferire assieme e completare i nostri preparativi. Siccome la nostra intenzione era quella di effettuare una rapida fuga verso le montagne, decidemmo di non caricarci di roba superflua, e perciò mentre gli altri si stavano agghindando allo scopo di far bella figura, noi ci contentammo di indossare un paio di pantaloni nuovi di grossa tela, scarpe comode e camiciotto di lana; un cappello Payta completava il nostro equipaggiamento. I nostri compagni naturalmente se ne meravigliarono, ma Toby, con quel suo fare strano e grave, esclamò che essi potevano fare quel che volevano, ma in quanto a lui conservava i suoi indumenti cittadini per i viali dei porti spagnuoli, dove la cravatta di un marinaio può fare un certo effetto; ma per quella banda di selvaggi senza calzoni, non sarebbe certo stato lui a mettere sossopra la sua cassetta di bordo per tirarne fuori qualche oggetto elegante; chè anzi, quasi quasi aveva voglia di andare vestito, come loro, della sola pelle. Gli uomini risero di questa stravaganza, e in tal modo sfuggimmo ai loro sospetti.

Non appena la campana di bordo ebbe sonato l’ora, il nostromo ordinò che quanti erano in libertà scendessero nella barca. Io mi attardai alquanto sul castel di prua per impadronirmi con un’ultima occhiata del suo aspetto famigliare, e mentre mi accingevo a salire in coperta, i miei sguardi caddero sul cassone del pane e sul recipiente della carne, che contenevano i resti del nostro pasto affrettato. Sebbene prima d’allora non mi fosse venuto in mente di rifornirci di qualche cibo per la nostra spedizione, poichè facevo assegnamento sui frutti di cui era ricca l’Isola, pure non seppi resistere alla tentazione di provvedere almeno un pasto cogli avanzi che mi stavano dinanzi. Perciò presi due manciate di quei frantumi di gallette che a bordo si sogliono chiamare «noci di guardiamarina», e le cacciai nel seno del mio camiciotto; in quello stesso ampio ricettacolo avevo già allogato parecchie libbre di tabacco ed alcuni metri di cotonina, articoli, questi, coi quali intendevo accaparrarmi la benevolenza degli indigeni non appena facessimo la nostra comparsa tra loro quando la nostra nave avesse levato l’ancora.

Quest’ultima aggiunta aveva cagionato una inmoda protuberanza sul mio torace, che cercai attenuare col distribuire i frantumi di galletta intorno alla vita, e gli zaffi di tabacco tra le pieghe del vestito.

Avevo appena ultimati questi preparativi che udii chiamare il mio nome da una dozzina di voci, e mi slanciai in coperta ove mi accorsi che tutta la squadra era già nella scialuppa, impaziente di largare da bordo. Mi lasciai scivolare nella barca attaccandomi a un cavo; e mi sedetti col resto della squadra a poppa, mentre i poveri marinai di babordo, messi i remi negli scalmi, cominciavano a vogare verso terra.

Era questa la stagione delle pioggie nelle Isole, e lo stato atmosferico poco lieto ci aveva minacciato tutta la mattinata di uno di quei forti acquazzoni che cadono frequentemente in tale periodo. Grosse goccie di pioggia cadevano ora gorgogliando nell’acqua intorno a noi, e quando poi si giunse all’approdo, pioveva a torrenti. Corremmo a rifugiarci sotto un’immensa tettoia che sorgeva vicino alla spiaggia, e serviva di riparo alle canoe e alle piroghe, e là attendemmo che la furia dell’acquazzone diminuisse.

Lo scroscio però continuava e il monotono picchiettio della pioggia sul tetto del nostro rifugio, cominciò ad esercitare un’azione soporifica sui marinai che, gettatisi qua e là nelle ampie piroghe di guerra, dopo aver conversato per qualche istante, si addormentarono.

Era questa l’opportunità desiderata, e Toby ed io ce ne valemmo subito coll’uscire furtivamente dalla tettoia e scomparire nei meandri di un bosco vicino. Dopo circa dieci minuti di rapida corsa giungemmo a uno spiazzo aperto, dal quale potevamo appena scorgere, attraverso il denso velo di pioggia, il crinale che intendevamo scalare e che, da quanto potevamo giudicare, doveva essere distante circa un miglio. La nostra via diretta passava attraverso una parte discretamente popolata della baia; ma siccome desideravamo evitare ogni incontro cogli indigeni, decidemmo di fare un più lungo giro attraverso i boschi.

La pioggia dirotta che continuava a cadere senza interruzione, favoriva la nostra impresa, poichè induceva gli isolani a ritirarsi nelle loro case. I nostri pesanti camiciotti dopo un poco divennero completamente saturi d’acqua, e col loro peso e quello degli oggetti che vi avevamo riposti, ci erano di non poco intoppo nella fuga. Ma non era quello il momento di fare delle fermate, allorchè ad ogni istante potevamo essere sorpresi da un’orda di selvaggi, e obbligati così fin da principio ad abbandonare l’impresa.

Dopo la nostra partenza dalla tettoia delle canoe non avevamo quasi aperto bocca, ma quando fummo per entrare in un secondo e stretto spiazzo nel bosco e che il crinale apparve di nuovo alla nostra vista, afferrai Toby pel braccio, e indicandone prima i declivi pianeggianti poi le superbe vette mormorai:

— Dunque, Toby, non una parola, nè uno sguardo indietro fino a che non siamo sulla vetta di quella montagna; quindi nessun indugio, ma sempre avanti finchè si può, e tra qualche ora potremo forse abbandonarci a una buona risata. Tu sei il più leggero e il più svelto, perciò segna tu la via.

— Bene, mio caro – rispose Toby – la parola d’ordine sarà far presto; soltanto teniamoci in contatto e avanti – e così dicendo, con un salto da capriolo, si slanciò al di là d’un ruscello che attraversava il nostro cammino e si avviò a passo svelto.

Quando arrivammo a breve distanza dalla giogaia, dovemmo fermarci dinanzi a un fitto canneto: era una massa di alti giunchi duri ed inflessibili come verghe d’acciaio; e con nostro dispetto ci accorgemmo che si estendevano fino a metà dell’altura che ci eravamo proposti di scalare.

Per qualche istante tentammo di scoprire se vi era una strada più praticabile; ma subito vedemmo che per forza dovevamo attraversare questa selva di canne. Per far questo, siccome io ero il più pesante, mi misi alla testa della marcia allo scopo di rompere un passaggio attraverso l’ostacolo, mentre Toby seguiva in retroguardia.

Per ben due o tre volte tentai di insinuarmi fra le canne, e cercando di piegarle o rompere, di aprirci un varco; ma sarebbe stato più facile ad una rana di farsi un passaggio attraverso i denti di un pettine, e disperato abbandonai il tentativo.

Infuriato per l’impreveduto ostacolo, mi gettai disperatamente a capofitto nel canneto e, schiacciate col mio peso le canne intorno a me, mi rialzai per continuare in tal modo ad aprirci un varco. Venti minuti di questo violento esercizio esaurirono quasi ogni mia forza, ma intanto c’eravamo portati innanzi d’un bel tratto. Allora Toby, che aveva goduto del beneficio delle mie fatiche, mi propose di farsi pioniere a sua volta ond’io potessi un po’ riposare Tuttavia riuscendo assai male in tale lavoro, perchè di corporatura snella e leggera, fui presto obbligato riprendere il mio posto.

E così avanti; il sudore correva a fiotti sul nostro corpo, le membra avevamo lacerate dalle schegge taglienti delle canne rotte, finchè infine giungemmo alla metà del canneto, dove a un tratto la pioggia cessò e l’atmosfera intorno a noi divenne straordinariamente pesante ed afosa. L’elasticità delle canne faceva sì che si riprendessero presto dalla pressione temporanea dei nostri corpi, e che scattassero come molle verso la loro posizione originale, rinserrandosi dietro a noi a misura che progredivamo nel cammino e impedendo in tal modo la circolazione di quella poca aria che altrimenti avrebbe potuto giungere sino a noi. Inoltre l’altezza del canneto precludeva completamente la vista degli oggetti che ci circondavano, tanto che non eravamo neppure sicuri di andare nella direzione giusta.

Stanco dei miei lunghi sforzi e quasi senza fiato, mi sentivo del tutto incapace di ulteriori fatiche. Strizzai le maniche del mio camiciotto e ne sprizzai l’acqua tra le labbra riarse. Ma le poche gocce che riuscii così ad ottenere non mi diedero che uno scarso sollievo, e mi abbattei a terra in una specie di ostinata apatia, dalla quale dopo un poco mi destò Toby, il quale intanto aveva trovato un mezzo per liberarci dalla rete in cui ci trovavamo inviluppati.

Brandiva il suo coltello a serramanico a destra e a sinistra, come un mietitore, svettando vigorosamente le canne, e ben presto riuscì a praticare una radura intorno a noi. Questa vista mi rianimò; e afferrato anch’io il mio coltello, tagliai e decapitai senza mercè. Ma ahimè! più si avanzava, e più le canne divenivano fitte ed alte, apparentemente interminabili.

Cominciavo a credere che eravamo intrappolati, e che, senza un paio d’ali, non si sarebbe mai potuto sfuggire, quando a un tratto attraverso alle canne che si elevavano alla mia diritta potei discernere uno spiraglio di luce; comunicai la lieta novella a Toby, ed entrambi ci demmo a lavorare con nuova lena, riuscendo ad aprirci un passaggio verso quello spiraglio, sinchè ci trovammo finalmente fuori da ogni perplessità e nelle vicinanze della giogaia.

Dopo qualche istante di riposo cominciammo a salire, e grazie a una vigorosa arrampicata, ci trovammo tosto presso la vetta. Però, invece di camminare sulla cresta, dove ci saremmo trovati esposti alla vista degli indigeni di fondovalle e in un punto ove, se l’avessero voluto, ci avrebbero facilmente catturati, avanzammo cautamente da un lato, arrampicandoci colle mani e le ginocchia, nascosti dall’erba, attraverso la quale strisciavamo a guisa di serpenti. Dopo un’ora di tale non piacevole sistema di locomozione, ci drizzammo nuovamente in piedi per proseguire baldanzosamente sulla cresta del crinale.

Questo saliente sperone delle montagne circondanti la baia, s’innalzava ad angolo acuto dalle vallate, e ad eccezione di alcuni pendii assai ripidi, presentava l’aspetto di un vasto piano inclinato che scendesse verso il mare dalle montagne che si scorgevano in distanza. Noi ne avevamo fatto l’ascesa vicino al luogo ove esso terminava e nel punto più basso, ed ora potevamo scorgere ben distintamente il cammino che dovevamo fare, lungo la cresta ricoperta di un soffice tappeto di verzura e che, a quanto ci pareva, in certi punti non presentava che uno o due metri di larghezza.

Orgogliosi del successo sin lì ottenuto, e rinvigoriti dall’aria ossigenata che si respirava lassù, Toby ed io procedevamo baldanzosi e spediti sul crinale, quando a un tratto dalle valli sottostanti che si stendevano da ambedue i lati, udimmo le urla degli indigeni che ci avevano proprio allora avvistati, e ai quali le nostre persone delineate in altorilievo contro l’orizzonte, erano chiaramente visibili.

Gettando uno sguardo nelle vallate, ne scorgemmo i selvaggi abitanti correre qua e là, come in allarme. Dall’altezza in cui ci trovavamo essi sembravano pigmei e i loro abituri dai tetti bianchi, case di bambole. Provammo perciò un senso di sicurezza pensando che, dato il punto in cui ci trovavamo, un inseguimento da parte loro sarebbe completamente frustrato, a meno che non ci inseguissero nelle montagne dove ben sapevamo che non amavano avventurarsi.

Comunque, ci parve opportuno di affrettare il passo; e di conseguenza, dove il terreno lo permetteva, andammo di corsa lungo la cresta del crinale, fino a che fummo fermati da una ripida balza che parve a tutta prima interporre una barriera a qualsiasi nostra ulteriore avanzata. Però, a forza di arrampicarci col rischio di romperci il collo, finimmo per sormontare anche quest’ostacolo e potemmo proseguire la nostra fuga con indomita celerità.

Avevamo lasciato la spiaggia quella mattina presto, e dopo un’ininterrotta per quanto talvolta difficile e pericolosa ascesa durante la quale non avevamo mai rivolto il viso verso il mare, ci trovammo circa tre ore prima del tramonto, sulla vetta di quella che ci parve essere la più alta terra dell’Isola: un’immensa rupe strapiombante composta di rocce basaltiche su cui crescevano piante parassitarie. Dovevamo essere giunti a più di mille metri sopra il livello del mare, e il paesaggio, veduto da quell’altezza, era magnifico.

La solitaria baia di Nukuheva, su cui spiccavano i neri scafi dei vascelli che componevano la squadra Francese, giaceva alla base di una circolare catena di montagne, i cui fianchi verdeggianti, perforati di profonde gole, o variati da ridenti valli, presentavano davvero la più bella vista ch’io avessi mai contemplato, e dovessi vivere ancora cento anni, non potrò mai dimenticare il senso di ammirazione che io allora ne provai.