Typee/XIII

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XIII

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XII XIV

Un grande avvenimento – Il telegrafo dell’Isola – Succede qualche cosa a Toby – Fayaway dimostra un tenero cuore – Riflessioni malinconiche – Misteriosa condotta degli isolani – Devozione di Kory-Kory – Un giaciglio naturale – Lutti di Typee – Kory-Kory accende il fuoco «alla Typee».

Toby non tardò a rimettersi degli effetti della sua avventura coi guerrieri Happars, e la ferita al capo si rimarginò rapidamente pel trattamento vegetale della buona Tinor. Meno fortunato del mio compagno, io invece continuavo a languire per un malanno la cui natura ed origine erano ancora un mistero. Lontano da ogni contatto col mondo civile, e persuaso dell’inefficacia delle cure che mi prestavano gli indigeni, sentivo che finchè ero in quello stato, mi sarebbe impossibile abbandonare la vallata. E ciò tanto più mi impressionava in quanto che temevo che da un momento all’altro avremmo potuto trovarci esposti a un cambiamento di umore da parte dei selvaggi. Caddi pertanto in un profondo accasciamento dal quale nè le amichevoli rampogne del mio compagno, nè le attenzioni devote di Kory-Kory, e neppure la dolce influenza di Fayaway, valevano a distogliermi

Una mattina mentre me ne stavo sdraiato sulle stuoie, immerso in tristi fantasticherie, Toby, che era uscito circa un’ora prima, ritornò in gran fretta, e tutto trepidante mi disse di stare allegro e di buon umore poichè egli credeva, da quanto succedeva tra gli indigeni, che delle barche stessero avvicinandosi alla rada.

Questa notizia ebbe su di me un effetto magico. L’ora della nostra liberazione era dunque vicina, e balzato in piedi, fui presto persuaso che qualcosa di inusitato stava per succedere. Ovunque si udiva la parola «botee! botee!», e in lontananza si sentivano grida, deboli dapprima, e poi sempre più forti e più prossime man mano che venivano ripetute; esse furono infine raccolte da un indigeno su di un albero di cocco, a pochi metri da noi, e da lui ritrasmesse ad altri in un bosco vicino, affiochendosi gradatamente a misura che penetravano nei più remoti recessi della valle. Era questo il telegrafo vocale degli isolani, a mezzo del quale le più svariate notizie e informazioni potevano essere trasmesse in pochi minuti dal mare fino alle più remote abitazioni, a distanze di otto o nove miglia. Nella presente occasione questo telegrafo era in piena efficienza e le notizie si susseguivano con indescrivibile rapidità. Regnava dappertutto una grande agitazione e ad ogni nuova notizia gli indigeni s’animavano sempre di più, e intensificavano la raccolta dei frutti da barattare cogli inaspettati visitatori. Alcuni sgusciavano noci di cocco; altri appollaiati sugli alberi, buttavano giù i frutti del pane e i compagni li ammucchiavano a terra; altri ancora intessevano con agili dita cestini di foglie per porvi i frutti raccolti.

Ma in altre faccende ancora erano occupati gli isolani. Qui si vedeva un aitante guerriero che lucidava la sua lancia con un cencio di tappa, o che si aggiustava le pieghe della cintura intorno alla vita; mentre più in là si poteva scorgere una giovine damina che si ornava di fresche corolle di fiori come se si preparasse per qualche conquista. E finalmente una folla d’altri individui, che, come succede dappertutto in questi casi di confusione, correvano qua e là senza far nulla e intralciando il lavoro degli altri.

Non avevamo mai veduto gli isolani in simile stato di eccitazione, il che stava a provare come un tale evento fosse di ben rara occorrenza. E io, considerando il tempo che avrebbe dovuto passare prima che una tale occasione di fuga di nuovo si presentasse, amaramente rimpiansi, di non essere in condizione di poterne approfittare.

Da quanto potevamo arguire, gli isolani temevano di giungere troppo tardi sulla spiaggia e per questo si affannavano in quel modo. Sebbene zoppo e malandato, sarei partito immediatamente con Toby, se Kory-Kory non si fosse rifiutato di portarmi; ma egli manifestava altresì la più viva contrarietà che noi persino ci allontanassimo dalla casa. Anche gli altri selvaggi si opponevano vivamente ai nostri desideri, non solo, ma sembravano stupiti delle nostre insistenze. Mi avvidi chiaramente, che pur non volendo dare a vedere di sorvegliare le mie mosse, pur tuttavia il mio servitore era deciso di opporsi alla mia volontà. E in quest’occasione mi parve, come in certe altre ancora, che egli seguisse gli ordini di una terza persona, pur nutrendo sempre per me la più viva affezione.

Toby, che era deciso di accompagnare gli isolani appena fossero pronti, e che appunto per ciò aveva dissimulato quell’ansietà che io invece non avevo saputo nascondere, ora cercava di persuadermi che era inutile io sperassi di raggiungere la spiaggia in tempo per potere approfittare di qualsiasi opportunità si presentasse per fuggire.

— Non vedi – mi diceva – gli stessi selvaggi temono di giungere troppo tardi, ed io pure mi affretterei se non temessi, dimostrando troppa premura, di distruggere ogni probabilità di trar buon partito da questo avvenimento. Se tu invece ti sforzerai di apparire tranquillo o indifferente, farai cadere i loro sospetti, e così mi lasceranno andare con loro alla spiaggia, credendo che io vada soltanto per curiosità. Se riescirò ad arrivare fino alle scialuppe, spiegherò subito in che condizioni ti ho lasciato, e allora è possibile che ci aiutino a scappare.

Dovetti pertanto consentire, e poichè gli indigeni avevano ormai ultimati i loro preparativi, mi posi ad osservare con viva ansietà come prenderebbero la domanda di Toby. Ma non appena ebbero udito dal mio compagno ch’io intendevo rimanere, essi non mossero alcuna obbiezione alla sua proposta, e anzi parvero accoglierla con piacere. Questa loro strana condotta mi stupì non poco, e aggiunse nuovo mistero agli eventi che seguirono.

Gli isolani si affollavano ora in gran fretta sul sentiero che conduceva al mare. Strinsi cordialmente la mano a Toby e gli diedi il mio cappello onde riparasse dal sole il capo ferito. Egli ricambiò amichevolmente la mia stretta di mano promettendomi solennemente di ritornare non appena le barche avessero preso il largo; quindi mi lasciò, tosto sparendo dalla mia vista, in una volta della boscaglia.

Nonostante le spiacevoli riflessioni, non potevo esimermi dall’interessarmi a quell’animato spettacolo. Gli indigeni si susseguivano in fila indiana sull’angusto sentiero, carichi di ogni varietà di frutti. Qui, se ne vedeva uno che, dopo avere inutilmente tentato di persuadere un arcigno maialetto a lasciarsi guidare al guinzaglio, era obbligato ad afferrare il perverso animale e a stringerselo contro l’ignudo petto, mentre quello si dibatteva e strillava senza posa. Laggiù erano due che, a una certa distanza, avrebbero potuto essere presi per quelle tali spie Israelite mentre ritornavano a Mosè coll’uva della terra promessa. Camminavano l’uno dinanzi all’altro a una distanza di circa due metri, e tra essi, sopra un’asta che posava sulle loro spalle, stava sospeso un enorme grappolo di banane dondolante al ritmo dei loro passi. Più giù s’affrettava un altro, tutto sudato per la corsa, che portava una gran quantità di noci di cocco e che, nel timore di giungere tardi, non si preoccupava dei frutti che cadevano dal cesto.

In breve partì anche l’ultimo ritardatario, e insensibilmente i rumori e i richiami si spensero. La nostra parte della vallata appariva ora quasi deserta, non rimanendovi che Kory-Kory, il suo vecchio padre ed alcuni vegliardi decrepiti.

Verso il tramonto, gli isolani cominciarono a piccoli nuclei a far ritorno dalla spiaggia, e tra loro, a misura che si avvicinavano, cercai di scoprire il mio compagno. Ma l’uno dopo l’altro sfilarono dinanzi la casa, e di lui non vidi traccia. Pensando però, che tosto o tardi sarebbe comparso, forse in compagnia della bella Fayaway, feci tacere le mie apprensioni ed attesi pazientemente. Finalmente vidi arrivare Tinor seguita dalle ragazze e dai giovani che vivevano usualmente nella casa di Marheyo; ma neppure con loro era il mio camerata, e coll’animo agitato da mille timori, cercai ora ansiosamente di sapere la ragione del suo ritardo.

Le mie ansiose domande parvero porre gli indigeni in grande imbarazzo. Tutti i loro rapporti erano contradditori; uno cercava di persuadermi che Toby sarebbe presto tornato; un altro diceva di non sapere ove si trovasse; mentre un terzo, vituperandolo violentemente, mi assicurava che era fuggito e non sarebbe tornato mai più. E a me sembrava, che nel darmi queste svariate informazioni, essi cercassero di nascondermi qualche terribile sventura.

Mi rivolsi allora a Fayaway, sperando di riuscire a sapere da lei la verità.

La gentile creatura aveva da tempo conquistata tutta la mia simpatia, non soltanto per la sua straordinaria bellezza, ma sopratutto per l’espressione del suo viso trapelante intelligenza e bontà. Essa sola, tra tutti gli indigeni, pareva comprendere come fosse penosa e difficile la nostra situazione. Quando essa mi dirigeva la parola – sopratutto nei momenti in cui giacevo sulle stuoie sofferente pel male alla gamba – vi era nei suoi modi una tenerezza addirittura commovente. Ogni volta che entrava in casa l’espressione del suo viso palesava la più viva simpatia per me; e avvicinandosi, con un braccio lievemente alzato in un gesto di pietà, ed i grandi occhi stellati fissi nei miei, soleva mormorare pietosamente: — Awwha! Awha! Tommo! — sedendosi poscia, tutta triste, vicino a me.

Io ero pertanto sicuro che ella, pensando come ero lontano dalla patria, dai miei cari e da qualsiasi aiuto, provasse per me una profonda compassione, ed effettivamente pareva che ella comprendesse che cosa volesse dire avere delle sorelle, dei fratelli, degli amici ansiosamente in attesa del nostro ritorno e che forse non ci avrebbero mai più riveduto.

Così, sotto questa tenera luce, io vedevo Fayaway, e ponendo piena fiducia nel suo candore e nella sua intelligenza, pensai di ricorrere a lei in questo momento di apprensione per la sorte del mio compagno.

Le mie interrogazioni sembrarono addolorarla, ed essa volse gli sguardi dall’uno all’altro dei presenti, come se non sapesse quale risposta darmi. Finalmente, arrendendosi alle mie insistenze, mise da parte i suoi scrupoli, e mi fece comprendere che Toby era partito colle scialuppe ma aveva promesso di ritornare entro tre giorni. A tutta prima accusai l’amico di avermi perfidamente abbandonato; ma poi, calmatomi, mi rimproverai di averlo creduto capace di un’azione così vile, e mi tranquillizzai col pensiero che egli aveva certo approfittato dell’occasione per recarsi a Nukuheva e provvedere alla mia liberazione. In tutti i casi, pensavo, ritornerà coi medicamenti che mi occorrono, e allora, appena guarito, non vi saranno più difficoltà per la mia partenza.

Confortato da questi pensieri mi coricai quella notte in una stato d’animo più felice di quel che da tempo non avessi provato. Il giorno appresso passò senza che gli indigeni facessero la minima allusione a Toby; anzi essi parevano desiderosi di evitare ogni discorso che a lui si riferisse. Ciò fece nascere qualche dubbio nell’animo mio; ma quando fu trascorso il secondo giorno, mi rallegrai meco stesso pensando che al domani Toby sarebbe con me. Ma il domani giunse e passò e il mio compagno non comparve. Ah! pensai, forse calcolava tre giorni dal mattino della sua partenza e domani giungerà. Ma anche quel lungo giorno passò senza ch’ei tornasse. Eppure neanche allora volli disperarmi. Mi dicevo che qualcosa certo lo tratteneva, che forse aspettava che una barca mettesse alla vela a Nukuheva, e che tra un giorno o due, al più tardi, lo avrei riveduto. Ma un giorno passava dopo l’altro senza ch’egli tornasse, e io, non potendo più illudermi, cominciai a disperare.

— Sì, – pensavo amaramente, – egli ha provveduto alla sua fuga e non gliene importa affatto di quel che potrà succedere al suo sfortunato compagno. Sciocco che fui a credere che qualcuno avrebbe affrontato volontariamente i rischi che presenta questa vallata, dopo essere riuscito ad uscirne! È partito e mi ha lasciato a combattere da solo tutti i pericoli di cui sono circondato. Così, imprecando alla perfidia di Toby, cercavo talvolta di trovar conforto alla mia angoscia, mentre, altre volte, mi lasciavo prendere dall’amaro rimorso di essere stato io stesso la causa, per la mia imprudenza, del fato che certamente mi attendeva.

Sovente però pensavo che poteva anche darsi che i selvaggi lo avessero ucciso, e che da ciò derivasse la confusione colla quale rispondevano alle mie domande; ma poteva anche essere prigioniero in un’altra parte della valle; o, pensiero più orrendo ancora, chi sa che non avesse incontrata quella sorte il cui solo pensiero mi faceva rabbrividire. Ma tutte queste supposizioni erano vane; mai nessuna notizia mi giunse di Toby: egli era partito per non più ritornare.

La condotta degli isolani appariva inesplicabile. Essi stavano attenti ad evitare ogni accenno che si riferisse al mio compagno perduto, e se talvolta si vedevano obbligati a dare qualche risposta alle mie domande, invariabilmente lo tacciavano di ingratitudine, dicendo che aveva abbandonato l’amico per andare in quell’odioso paese che aveva nome Nukuheva.

Ma qualunque fosse stato il suo destino, ora, che egli era partito, gli indigeni moltiplicavano le loro premure ed attenzioni verso di me, trattandomi con una deferenza che non avrebbe potuto essere maggiore fossi io stato un celeste visitatore. Kory-Kory non mi lasciava un istante, se non per eseguire qualche mia incombenza; e due volte al giorno, al mattino e la sera, insisteva affinchè io mi lasciassi portare da lui al fiume per tuffarmi in quelle fresche acque.

Assai di frequente nel pomeriggio mi portava in una parte speciale del fiume dove la bellezza del circostante paesaggio aveva su di me una benefica influenza. In questo luogo le acque scorrevano tra sponde erbose su cui si elevavano enormi alberi del pane, i cui potenti rami, allacciandosi sopra le acque, vi formavano una verde volta. Vicino al fiume v’erano parecchie roccie nerastre e levigate, sopra una delle quali, affiorante a qualche metro sulla superficie dell’acqua, v’era una cavità poco profonda, che, colma di foglie fresche, formava un delizioso giaciglio.

Quivi giacevo sovente per intere ore, ricoperto da un leggero velo di tappa, mentre Fayaway, seduta vicino a me, allontanava gli insetti con un ventaglio intessuto di foglioline di cocco, e Kory-Kory, allo scopo di scacciare la mia malinconia, eseguiva mille buffonate nell’acqua davanti a noi.

Mentre il mio sguardo vagava lungo questo romantico fiume, esso era ogni tanto attratto da qualche bella fanciulla che, ritta nell’onda trasparente, pescava con una reticella una qualità di pesciolini di cui gli isolani sono assai ghiotti. Talora erano intere brigate di queste fanciulle che, sedute sull’orlo d’una roccia in mezzo all’acqua stavano intentamente a pulire e a lucidare con un aguzzo sassolino i gusci delle noci di cocco, trasformandole in breve in coppe leggere ed eleganti, simili a tazze di tartaruga.

Ma la dolce influenza del bellissimo paesaggio e le manifestazioni della vita umana sotto un aspetto così nuovo e affascinante, non erano le sole mie sorgenti di conforto.

Ogni sera le fanciulle della casa, si riunivano intorno a me sulle stuoie, e dopo aver scacciato Kory-Kory dal mio fianco – il quale, però, si ritirava soltanto a breve distanza e sorvegliava le loro azioni colla più gelosa attenzione – mi ungevano il corpo con un olio fragrante, nel loro idioma chiamato «aka». E io solevo salutare con gioia questa voluttuosa operazione che si ripeteva giornalmente e che per qualche momento mi faceva dimenticare i miei dispiaceri.

Talvolta nelle fresche ore della sera, il mio devoto servitore mi conduceva fuori sul phi-phi dinanzi alla casa, e mi faceva sedere vicino alla ringhiera avvolgendomi il corpo con un mantello di tappa per proteggermi dalla molestia degli insetti. E ogni volta perdeva più di mezz’ora per assicurarsi ch’io stessi bene e che nulla mi mancasse.

Quando aveva terminato, prendeva la mia pipa, e me la porgeva già accesa. Sovente per far ciò, doveva accendere una fiammella; e siccome lo faceva in un modo che non avevo mai visto nè sentito dire prima d’allora, penso potrà interessare il lettore che io lo descriva.

In ogni abitazione di Typee si trova sempre, precisamente come si trova la scatola di zolfavelli sul camino delle nostre cucine, un bastone secco e diritto di Hibiscus, lungo circa un metro e mezzo e di tre centimetri di diametro; e insieme un altro bastoncello più piccolo.

L’indigeno pone il bastone più lungo in posizione obliqua contro un oggetto qualsiasi, con una delle estremità sollevata ad un angolo di quarantacinque gradi; vi si pone a cavallo e poi, afferrato con entrambe le mani il pezzo di legno più piccolo, si mette a fregare quello più grosso con la punta aguzza di questo, fino a che nel legno si produce una stretta scanalatura, terminante nel punto da lui più lontano, dove la polvere prodottasi per la frizione, è andata accumulandosi in un piccolo mucchietto.

Da principio Kory-Kory comincia il suo lavoro adagio adagio, ma poi gradualmente si affretta, e scaldandosi nella bisogna, fa passare e ripassare furiosamente il bastone lungo la scanalatura, movendo le mani con sorprendente rapidità, mentre il sudore gli cola da tutti i pori. Quando è al colmo dei suoi sforzi, egli ansa e soffia come gli mancasse il respiro, mentre gli occhi par gli escano dalle orbite. Questo è il punto critico della operazione, e tutto il suo lavoro precedente riesce vano se egli non può sostenere la rapidità iniziale finchè sia prodotta la riluttante scintilla. A un tratto egli si ferma, rimane assolutamente immobile. Le sue mani trattengono ancora il bastoncello più piccolo, sospinto convulsivamente contro l’estremità della scanalatura, tra la fine polvere accumulatavisi. Ed ecco una delicata spira di fumo si snoda nell’aria, il mucchietto di polvere ha preso ad ardere, e Kory-Kory, quasi senza respiro, smonta dal suo corsiero.

Questo lavoro mi è parso il più faticoso che si facesse tra i Typees; e se avessi potuto esprimermi nel loro linguaggio, per partecipar loro le mie idee su questo soggetto, non avrei certo mancato di suggerire agli individui più influenti della tribù, l’opportunità di stabilire nel centro della valle un collegio di Vestali, allo scopo di tener sempre vivo l’indispensabile fuoco, così da fare a meno della necessità di tale e tanto travaglio.

Questa operazione primitiva dimostra chiaramente l’immensa differenza che passa tra la vita dei selvaggi e quella degli uomini civili. Un abitante di Typee può allevare una numerosa schiera di figlioli e dare a tutti un’ottima educazione cannibalesca, con molta minor fatica di quanta gli occorre per produrre una semplice scintilla di fuoco; mentre invece un povero operaio europeo, il quale con un misero zolfanello ottiene in meno d’un secondo lo stesso risultato, deve talvolta sudar sangue per provvedere alla sua affamata progenie quel cibo che i figli d’un padre polinesiano, senza per nulla disturbare i propri genitori, raccolgono dai rami di ogni albero che li circonda.