Typee/XIV

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XIV

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XIII XV

Bontà di Marheyo e di tutti gli isolani – Descrizione dell’albero del pane – Differenti maniere di prepararne il frutto.

Tutti gli abitanti della vallata mi trattavano con grande bontà, ma quanto poi alla famiglia di Marheyo, presso la quale avevo preso domicilio permanente, nulla poteva uguagliare i loro sforzi per provvedere al mio benessere. Sopra tutto tenevano ch’io godessi i piaceri della gola; perciò mi invitavano continuamente a dividere i loro pasti, e quando, dopo aver mangiato copiosamente, rifiutavo i cibi che seguitavano ad offrirmi, sembravano credere che il mio appetito avesse bisogno di essere stimolato con qualche cosa di piccante.

Mosso da quest’idea, lo stesso vecchio Marheyo si alzava all’alba e si recava alla spiaggia del mare allo scopo di raccogliervi certe alghe assai rare, che, tra quegli indigeni, eran considerate prelibate. Dopo aver impiegato una giornata intera in questa ricerca, egli soleva ritornare sull’imbrunire con parecchi gusci di noce di cocco colmi di varie qualità di erbe marine. Nell’ammanirle, egli ostentava un’aria professionale di vecchio cuoco, sebbene tutto il mistero dell’operazione consistesse nel versare acqua in dosi opportune sul vischioso contenuto dei suoi gusci di cocco.

La prima volta che sottopose una di queste insalate marine alla mia approvazione, credetti naturalmente che una cosa raccolta con tanta fatica, dovesse possedere dei meriti speciali; ma un semplice boccone mi bastò; e grande davvero fu la costernazione del vecchio guerriero nel vedere con quale subitaneo impulso io allontanassi da me quel suo epicureo manicaretto.

Un’altra cosa rarissima nella valle, e assai apprezzata, era il sale. In certi punti, in prossimità del mare, le fanciulle riuscivano talvolta a procurarsene piccole quantità. Pochi centimetri cubi di sale rappresentavano il lavoro di cinque o sei di loro durante un’intera giornata. La preziosa merce veniva portata a casa, avvolta in numerose foglie; e quale segno speciale della considerazione in cui mi tenevano, le giovinette solevano stendere per terra una larga foglia, e lasciandovi cadere ad una ad una alcune particelle di quel sale, mi invitavano ad assaggiarlo.

Considerato l’immenso valore dato a questo prodotto, credo veramente che con uno staio del nostro sale comune, si sarebbe potuto comperare tutta la terra dei Typees. Ed effettivamente, con un pizzico di sale in una mano e un frutto dell’albero del pane nell’altra, il più potente capo della vallata avrebbe riso delle più raffinate ghiottonerie di una tavola parigina.

La celebrità di cui gode l’albero del pane, e la parte cospicua che i suoi frutti occupano nella lista delle vivande di Typee, m’induce a descrivere l’albero e gli svariati modi con cui se ne prepara il frutto1.

Quando raggiunge il suo pieno sviluppo, l’albero del pane è una pianta che in un paesaggio delle Marchesi offre le stesse caratteristiche dell’olmo patriarcale in un paesaggio della Nuova Inghilterra. E infatti sia per la vasta estensione dei rami che per l’aspetto venerabile ed imponente, i due alberi si somigliano assai.

Le foglie dell’albero del pane hanno una grande dimensione; i loro orli sono frastagliati e fantasticamente scanellati come dei merletti da signora. Quando annualmente cominciano a ingiallire, la brillante varietà delle loro tinte cangianti ricorda le evanescenti ombreggiature del delfino morente. Le tinte autunnali delle nostre foreste americane, per quanto meravigliose, non possono neppur lontanamente reggere al loro confronto.

La foglia, giunta a un periodo speciale, allorchè quasi tutti i colori dell’iride si fondono sulla sua superficie, è spesso usata dagli indigeni quale superbo e strano copricapo. Eseguito un taglio lungo la fibra principale che l’attraversa in tutta la sua lunghezza, e stretti assieme i lati flessibili di quest’apertura, la testa viene inserita tra essi, mentre la foglia voltata in su alla brava sopra la fronte, ricade lateralmente dietro le orecchie.

Il frutto somiglia alquanto in grossezza ed aspetto ai nostri meloni di comune dimensione; però, a diversità di questi, non è esteriormente diviso in sezioni, ma ha la scorza, che è spessa meno di mezzo centimetro, tutta punteggiata di piccole protuberanze coniche. Sbucciato, nell’epoca in cui è giunto a piena maturazione, il frutto si presenta come un bellissimo globo di candida polpa tutta buona da mangiare, ad eccezione di un piccolissimo nocciuolo.

Il frutto del pane non è però mai usato, e anzi non è mangiabile, fino a che non sia stato sottoposto in un modo o nell’altro all’azione del fuoco.

Il modo più semplice di prepararlo, e forse anche il migliore, è di porre un certo numero di frutti appena colti e ancora colla buccia verdolina, tra le bragia del fuoco, come si cuocerebbero delle patate. Dopo dieci minuti o un quarto d’ora, la buccia verde si scurisce, e si spacca, lasciando scorgere dalle fenditure la polpa d’un bianco latteo. Non appena raffreddata, la buccia si sfalda, e si ha così la polpa morbida e rotonda nel suo stato più puro e delizioso. Mangiata in tal modo ha un sapore appetitoso e piacevolissimo.

Talvolta dopo che il frutto è stato cotto, gli isolani lo tolgono dalle brage e sbucciatolo ne fanno cadere la polpa in un recipiente d’acqua fredda; agitano quindi la mistura con un bastoncello, e chiamano questo piatto «bo-a-sho». Io non lo potei mai soffrire, e debbo dire che neppure tra i Typees più evoluti esso era molto in voga.

Vi è poi una maniera di preparare questo frutto che ne fa un piatto da re. Si procede così: appena il frutto è cotto, gli si toglie la buccia, si estrae il nocciuolo e si pone la polpa in una specie di mortaio cavo di pietra dove la si lavora attivamente con un pestello pure di pietra. Mentre una persona sta eseguendo questa operazione, un’altra prende una noce di cocco matura e rottala a metà, ne gratta la polpa succosa in minute particelle. Ciò si fa a mezzo di una conchiglia di madreperla, fissata all’estremità di un grosso bastone avente un lato dentellato come una sega. Questo bastone è talvolta un ramo d’albero di grottesca foggia con tre o quattro ramicelli che, come informi gambe, lo sostengono a poco più di mezzo metro dal suolo. L’indigeno, dopo aver collocato una calebassa sotto questo curioso cavalletto vi si pone a cavallo e gira l’interno di uno degli emisferi di noce di cocco intorno agli acuti denti della conchiglia, facendo cadere la bianca polpa in una specie di pioggia nevosa entro il recipiente. Dopo averne ottenuto una quantità sufficiente al suo fabbisogno, la ripone in un sacchetto fatto colla sostanza fibrosa che, come una rete, riveste gli alberi di cocco, e pressatala sul frutto del pane, che ormai, sufficientemente pestato, è posto in una coppa di legno, ne estrae un latte spesso e cremoso. E tosto il liquido delizioso comincia a gorgogliare, intorno al frutto, che affiora alla superficie.

Questo piatto si chiama «kokoo», ed è veramente squisito. Quello strano cavalletto, il pestello ed il mortaio erano strumenti assai ricercati durante il periodo in cui rimasi nella casa di Marheyo, e Kory-Kory era sovente chiamato a dimostrare la sua abilità nell’usarli.

Ma i maggiori articoli di consumo che quegli indigeni ricavano dal frutto del pane sono rispettivamente conosciuti sotto il nome di «amar» e di «poee-poee».

A una certa epoca dell’anno, in cui i frutti di tutti i boschi della vallata sono giunti a maturità e pendono ad ogni ramo come sfere dorate, gli isolani si riuniscono a gruppi, e mietono le dovizie che li circondano. Gli alberi sono privati del loro fardello; i frutti, privati della buccia e del nocciolo, sono posti in capaci recipienti di legno, dove la loro polpa, vigorosamente lavorata col pestello di pietra, tosto si trasforma in una pasta lievitata che gli indigeni chiamano «tutao». Essa è poscia divisa in tanti pezzi che, avvolti in parecchi strati di foglie e legati con lacciuoli di scorza d’albero, vengono riposti in vasti ricettacoli scavati nel terreno, donde sono poi prelevati a seconda del fabbisogno.

Così manipolato, il «tutao» dura per degli anni, e anzi si dice che invecchiando migliori. Prima però di poter essere mangiato deve subire un altro processo. Si scava una fornace nel terreno, e avendone coperto il fondo di sassi, vi si accende un buon fuoco. Non appena sia raggiunto il grado di calore richiesto, si tolgono le bragie, si ricoprono le pietre con spessi strati di foglie, e vi si pone un pacco di «tutao» ricoprendo anche questo idi foglie. Vi si butta poi sopra della terra formando come una piccola montagnola.

Il «tutao» così arrostito si chiama «amar». L’azione del forno lo trasforma in una focaccia color ambra alquanto aspretta ma tutt’altro che sgradevole al gusto.

A mezzo di un ultimo procedimento l’«amar» viene tramutato in «poee- poee». Questa trasformazione si effettua rapidamente, consistendo nel porre l’«amar» in un recipiente, e nel mescolarlo con dell’acqua sinchè non acquista una dirscreta consistenza, dopo di che è pronto per essere mangiato.

Se non fosse che il frutto del pane si può conservare per un lunghissimo periodo di tempo, gli indigeni potrebbero essere ridotti a morire di fame; poichè, per cause finora ignote, gli alberi talvolta non portano alcun frutto; ed in tali occasioni gli isolani si nutrono principalmente con le provviste che hanno potuto metter da parte.

L’albero del pane, che raramente si incontra nelle Isole Sandwich, e che neppure a Tahiti abbonda al punto da far considerare i suoi frutti come uno dei cibi più importanti, raggiunge invece la sua maggiore perfezione nel benefico clima del gruppo delle Marchesi, dove assume enormi dimensioni e fruttifica con singolare abbondanza.
  1. Albero del pane «Artocarpus incisa» delle regioni tropicali. I grossi frutti contengono fecola simile a bianchissima farina. (N. d. tr.).