Viaggio intorno alla mia camera/Capitolo XXV

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Capitolo XXV

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CAPITOLO XXV.



Ma che m’importa, diceami un giorno madama d’Hautcastel, che la musica di Cherubini o di Cimarosa differisca da quella de’ loro predecessori? — Che m’importa, se l’antica musica mi fa ridere, purchè la nuova m’intenerisca deliziosamente? — È dunque necessario alla mia felicità che i miei piaceri somigliano a quelli della mia trisavola? Che mi parlate voi di pittura, d’un’arte gustata soltanto da una classe ristrettissima di persone, mentre la musica seduce e rapisce tutti i viventi?

Alla quale osservazione, lontana dai miei pensieri quando ho comincialo questo capitolo, non so veramente per ora cosa rispondermi. [p. 90 modifica]

Se l’avessi preveduta, forse mi sarei astenuto da questa dissertazione. E quel ch’io dico non si prenda per una sottil malizia di professore di musica. — Io già non son professore, sull’onor mio, — e ne chiamo in testimonio il cielo, e quanti mi hanno sentito suonare il violino.

Ma, supponendo il merito dell’arte eguale nella musica e nella pittura, non bisognerebbe perciò affrettarsi di argomentare il merito dell’artista. — Si veggono fanciulli toccare il gravicembalo da gran maestri; ma non si è mai veduto un buon pittore di dodici anni. La pittura, oltre il gusto, il sentimento, vuol testa pensante, di cui i professori di musica possono far senza. Uomini senza testa e senza cuore (ogni dì ne siamo pur testimonj) non sanno trarre da un violino, da un’arpa suoni che innamorano? [p. 91 modifica]

Si addestra facilmente la bestia umana a toccar bene il clavicembalo; e allora l’anima può viaggiare a suo agio, mentre le dita scorrono materialmente i tasti, e ne cavano le più belle armonìe. — Ma non si darebbe a proposito il più lieve colpo di pennello, senza che l’anima vi concorresse con tutte le sue facoltà.

Che se taluno si avvisasse di opporre qui un distinguo fra la musica di composizione e quella d’esecuzione, confesso che mi cagioneria qualche imbarazzo. — Se tutti i dissertatori fossero di buona fede, credo che terminerebbero le loro dicerie com’io termino la mia. — Cominciando l’esame d’una questione, si prende ordinariamente un tuono dogmatico, perchè in segreto si è decisi per una sentenza, com’io lo era in favore [p. 92 modifica]della pittura, malgrado la mia ipocrita imparzialità. Ma la discussione fa nascere l'obbiezione, — e tutto finisce col dubbio.