Viaggio intorno alla mia camera/Capitolo XXVII

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Capitolo XXVII

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CAPITOLO XXVII.



Gli intaglj e i dipinti, di cui parlava pur dianzi, si cancellano, si scolorano alla prima occhiata che si getta sul quadro seguente. Sì l’opere immortali di Raffaello, di Corregio, e di tutta la scuola d’Italia non possono sostenerne il paragone. Quindi io sempre lo tengo per l’ultimo, come il pezzo di riserva, quando procuro a qualche curioso il piacere di viaggiar meco; e posso accertare che mai non mi avviene di mostrare questo quadro sublime a conoscitori e ad ignoranti, a persone di mondo o ad artigiani, a donne o a fanciulli, e nemmeno ad animali, che tutti non diano alla loro maniera segni di piacere o di mera[p. 98 modifica]viglia, tanto la natura vi è espressa con verità.

Ma qual quadro vi si potrebbe mettere innanzi, o signori, quale spettacolo offerire ai vostri sguardi, o signore, più sicuro de’ vostri suffragi, che la fedele rappresentazione di voi medesimi e medesime? Il quadro, di cui vi parlo, è uno specchio; nessuno fin qui s’è ancora avvisato di criticarlo; nessuno trovò per anco in esso la più picciola imperfezione.

Converrete meco, senza dubbio, che un tal mobile debb’essere contato per una delle meraviglie della contrada, in cui io mi diporto.

Passerò sotto silenzio il piacere che prova il fisico, meditando sui mirabili effetti della luce, che ritrae su questa superficie polita quanto è di visibile nella natura. — Al viaggiator se[p. 99 modifica]dentario di quante riflessioni, di quante osservazioni non è sorgente feconda una tale superficie?

Voi, che l’amore tenne o ancor tiene sotto il suo impero, sappiate come dinanzi ad uno specchio egli acuisce i suoi dardi, medita le sue crudeltà. Ivi egli studia i suoi moti, e si addestra alla guerra che vuol dichiarare. Ivi ei si prova ai molli vezzi, ai finti sdegni, ai dolci sguardi, come l’attore, — o l’attrice prima di presentarsi in sulla scena.

Sempre verace e imparziale uno specchio rinvia agli occhj della persona, che in esso guarda, le rose della giovinezza o le rughe dell’inoltrata età, senza detrazione e senza lusinghe. — Solo, fra tutti i consiglieri de’ grandi, ei loro dice costantemente la verità. [p. 100 modifica]

Ciò mi fece desiderar l’invenzione di uno specchio morale, in cui tutti gli uomini potessero vedersi co’ loro vizj e colle loro virtù. Pensai anzi una volta a proporre per esse un premio a qualche accademia; se non che riflessioni più mature me ne provarono l’inutilità.

Oh quanto è raro che la bruttezza riconosca sè stessa! Indarno gli specchj si moltiplicano intorno a noi, e riflettono con tanta esattezza la luce e la verità. All’istante che i raggi, che da essi partono, sono per penetrare nel nostro occhio, e dipingerci a noi stessi quali siamo, l’amor proprio introduce il suo prisma ingannevole fra noi e la nostra immagine, e ci rappresenta una divinità.

E di tutti i prismi, dal primo che uscì dalle mani dell’immortal Newton, [p. 101 modifica]fino a quelli d’ultimo lavoro, nessuno ha posseduto una forza di refrazione così possente, e prodotto sensazioni così vive e così aggradevoli, come il prisma dell’amor proprio.

Ora, poiché gli specchj comuni annunziano invano la verità a uomini sempre contenti della loro figura; poichè non possono far ad essi conoscere le loro fisiche imperfezioni; a che servirebbe il mio specchio morale? Pochissimi fisserebbero in esso gli occhi; e nessuno vi ravviserebbe sè medesimo. — I filosofi soli perderebbero il tempo a contemplarvisi; — anzi dubito un poco anche di loro.

Prendendo lo specchio per quello che è, spero che nessuno vorrà biasimarmi d’averlo posto al disopra dì tutti i quadri delle scuole d’Italia. Le donne, del cui gusto bisogna fidarsi, [p. 102 modifica]e alla cui decisione è pur d’uopo rimettersi, gettano ordinariamente la loro prima occhiata su questo quadro, all’entrare che fanno in una stanza. Ho veduto mille volte donzelle ed anche donzelli obliare al ballo i loro vaghi e le loro vaghe, e tutti i piaceri della festa, per contemplare, con notabile compiacenza, un quadro di tanta attrattiva, — e onorarlo di tempo in tempo d’uno sguardo molto espressivo in mezzo alle contraddanze più animate.

Chi potrebbe dunque disputargli il grado, ch’io gli assegno fra i capilavori dell’arte di Apelle?