Viaggio sentimentale di Yorick (Laterza, 1920)/XLIV. Le pátissier

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XLIV. Le pátissier

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Laurence Sterne - Viaggio sentimentale di Yorick (1768)
Traduzione dall'inglese di Ugo Foscolo (1813)
XLIV. Le pátissier
XLIII. Il memoriale XLV. La spada
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XLIV

LE PÂTISSIER

VERSAILLES

Né fui a mezza via, che mutai strada, e pensai: — Potrei pure, poiché ci sono, dare una scorsa a Versailles. — E, tirando il cordone, dissi al cocchiere che andasse attorno per le vie principali, da che mi pareva che la città non fosse assai grande. Il cocchiere mi domandò scusa se per mio lume diceva che anzi la città era magnifica e che molti de’ primi duchi, marchesi e conti v’avevano des hôtels. Il conte de B***, del quale la sera innanzi il libraio m’aveva si favorevolmente parlato, mi venne subito in mente. — E perché non andremo — mi disse il cuore — dal conte de B***, che ha in tanto concetto i libri inglesi e gl’inglesi? Gli dirò il caso mio. — Cosí mutai strada due volte; anzi tre: perch’io m’era obbligato per quel giorno con madame de R***, rue des Saints-Pères; e le aveva fatto divotamente significare dalla sua fille-de-chambre ch’io la visiterei domattina senz’altro: ma le circostanze mi governano, né io so governarle. Vidi frattanto a capo della via un uomo ritto davanti a un canestro, che vendeva non so che; e vi mandai La Fleur, acciocché s’informasse dell’hôtel del conte de B***. [p. 92 modifica]

La Fleur tornò mezzo smorto, dicendo che il venditore de’ pâtés era un chevalier de Saint-Louis.

— Ti pare, La Fleur! — Né La Fleur sapeva indovinare il fenomeno.

— Ma non v’è da dire: l’ho veduto io, e la croce è legata in oro — diceva La Fleur — ed appesa con la fettuccia rossa all’occhiello: ho guardato nel canestro, e ci sono i pasticcetti; e chi li vende è quel chevalier: non isbaglio. —

Tanto rovescio nella vita d’un uomo eccita nell’altr’uomo un istinto ben diverso dalla curiosità; e mi fu forza ili considerarlo per un pezzo dalla carrozza: ed esso e la croce e il canestro mi s’imbrogliavano sempre piú nel cervello: smonto, e me gli accosto.

Era cinto d’un politissimo grembiule di tela che gli cascava oltre il ginocchio; il pettorino del grembiule gli arrivava a mezzo il petto; e dalla cima del pettorino, e un po’sotto l’orlo, pendeva la croce. Il canestro e i pasticcetti erano coperti d’un tovagliuolo bianchissimo damascato, e un altro consimile era disteso nel fondo; e vedevi tal apparato di propreté e di nitidezza, che tu potevi comperare de’ suoi pâtés tanto per appetito quanto per sentimento. Né gli esibiva a veruno, ma stava sempre sul canto d’un hôtel davanti al canestro; e chi n’avea voglia, ne comperasse.

Aveva da quarantott’anni: d’aspetto posato, e che teneva del grave. Io, senza mostrarmene meravigliato, m’accostai piú al canestro che a lui; e, sollevando quel tovagliuolo, mi presi un pâté, e pregai che non gli dispiacesse di spiegarmi il fenomeno che mi percoteva.

Mi narrò in poco come, avendo egli consunta la migliore età militando, e spesovi il tenue suo patrimonio, aveva finalmente conseguito una compagnia e la croce; se non che il reggimento, dopo l’ultima pace, fu riformato, e gli ufficiali sí del suo sí d’altri reggimenti rimasero destituti d’ogni sussidio. — Cosí — diceva egli — mi sono in un punto trovato ne’ labirinti del mondo, senza un amico, senza uno scudo, anzi, a dir giusto — e toccò la sua croce, — unicamente con questa. — Il povero cavaliere s’era [p. 93 modifica] conciliata da prima la mia pietà: ma, mentre finiva il racconto, io principiava a stimarlo.

E continuò: — Il re è generosissimo fra tutti i principi, ma la sua generosità non può dar soccorso e premio a tutti quanti; ed io non sono cosí sfortunato se non perché mi trovo confuso tra i piú. Ho una moglie che si dilettava di pâtisserie; e se ora, per me e per la donna ch’io amo, lotto con quest’unico mezzo contro la miseria, non però mi credo disonorato, finché la provvidenza non m’apra strada migliore. —

Or se dissimulassi la ventura che nove mesi dopo consolò il povero cavaliere, defrauderei d’un piacere le anime buone; e questa sí che la saria cattiveria.

Pare ch’ei facesse per lo piú residenza presso a’ cancelli di ferro che menano al palazzo del re; e poiché la sua croce dava nell’occhio, molti gli movevano, siccome io feci, la stessa domanda. Ed esso li compiaceva, raccontando la sua disavventura, e con tanta sincerità e discrezione, che pur una volta arrivò all’orecchio del re; il quale, udendo anche che il cavaliere era valoroso soldato, e tenuto da tutto il suo reggimento per uomo onorato e dabbene, lo dispensò da quel povero traffico con l’annua pensione di lire mille cinquecento.

Ho scritto questo fatto per amor del lettore: abbia dunque pazienza ch’io ne scriva un altro, come episodio, anche per amor mio; e i due avvenimenti si riflettono tanto lume scambievolmente, che chi li separasse farebbe peccato.