Vita di Erostrato/Capitolo II

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Capitolo II
Puerizia e adolescenza

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Capitolo II
Puerizia e adolescenza
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Intanto Possideo, allevato e nodrito con materna diligenza, cresceva con maravigliosa aspettazione. Fu notato che il riso e il pianto, i quali con rapida vicenda in quell’età rendon lieti o tristi i volti umani, non apparivano nel suo. Dominava nella sua fronte una intrepida calma e nelle sue labbra quasi immagine di costanza virile. E quando incominciava a reggersi in piè, non come gli altri fanciulli, diffidando di quella imbecille postura, chiedeva asilo in grembo della nodrice, ma ardito movea i nuovi passi; né lo atterrivano le frequenti cadute, anzi risorgendo parea sdegnato più che dolente per quelle. Incontrandosi in veltri o destrieri o tori o altri animali, che sembrano terribili e mostruosi a’ bambini, egli si avvicinava loro senza temerli. Né quando fosse il vento impetuoso, né quando rimbombasse il tuono alle percosse dello scettro di Giove irato nelle sfere, né quando fremesse il mare tempestoso, non mai all’aspetto di questi segni della potenza de’ Numi si commosse. Avvenne per lo contrario che giunto appena al decimo anno, spaziandosi in un campo ove si era alquanto sottratto alla vigilanza de’ suoi, si abbatté in un serpe, il quale già premuto da un piè gli si avvolgeva. Ed egli, senza chiedere soccorso, lo strinse alle sue estremità, impedendogli il ritorcersi, e l’uccise. E non molto di poi fattosegli incontro in aperto campo un toro che vi pascea, non si mosse, anzi cogliendo una pietra la scagliò fra le corna di lui già vicino a cozzare, e quello vinto da tale intrepidezza fuggì.
Ma poiché entrato nella adolescenza incominciò ad essere educato negli esercizi della persona e dell’animo, dimostrava in tutti una violenta brama di superare i condiscepoli suoi. Quindi nello scoccar frecce, nel trar d’aste, nel cavalcare, nella lotta, al corso, al disco, alla caccia aspirava sempre a’ primi onori, ed era mesto di non conseguirli. Parimenti nella disciplina letteraria egli procurava di avere pronti alla memoria i luoghi più illustri de’ poeti, degli storici e degli oratori; si accendeva di nobil fierezza al suono della tromba di Omero e leggendo i fatti delle nazioni nello stile soave e aperto di Erodoto, lo giudicava felice, perché nella adunanza olimpica da tutta la Grecia acclamato. In questa guisa incominciava egli a sentire virilmente: e quanto era stato il suo volto inalterabile da prima, siccome indifferente agli oggetti della età sua, tanto ora esprimeva i nuovi e forti moti dell’animo e negli occhi ardenti e nello aggrottare delle ciglia e nella severità delle labbra.
Le quali dimostrazioni d’indole straordinaria quanto recavano diletto a’ suoi ospiti, altrettanto sembravano sospette a Panfilo suo institutore. Imperocché egli considerava il suo alunno, quasi non più adolescente, affatto alieno dalla consueta esultanza, leggerezza, da’ garrimenti propri di quel tempo. Scopriva pure in lui una mente nuova e mostruosa, perché talvolta la memoria agevolmente rammentava i suoi acquisti, e ne facea pur agevolmente de’ nuovi, talvolta parea coperta da un velo. E parimenti con la medesima vicenda lo intelletto ora aperto ad ogni disciplina or chiuso mostrava, quasi due contrari nella medesima persona.
Costumava la gioventù di Lemno esercitarsi, nelle principali celebrità dell’anno, nella lotta, nel corso, nel disco, ne’ salti, nella musica, nelle declamazioni, e prepararsi a concorrere alle palme de’ giuochi Olimpici. In queste gare assiduo il giovanetto avea quell’indole, che non s’intiepidiva in lui la brama di vincere per esser stato vinto, ma vie più si confermava nel suo proponimento. Quindi ne avveniva che incominciasse a non essere più emulo indifferente, ma temuto, e specialmente nella lira, per la quale avea un senso maraviglioso. E ormai non più come discepolo si mostrava imitatore dello stile del maestro, ma incominciando a dominare le corde con un suo istinto, imprendeva uno stile ardito, grande e insieme variato con molle dolcezza. Si compiaceva di sonare all’aere aperto nelle notti estive in luoghi solitarj; e quel silenzio, padre dell’armonia, gl’inspirava note felici, spontanee ed improvvise. Che se lenta allora surgesse la luna dal sereno orizzonte, sembrava che quel soave splendore empiendogli il petto di amorosa delizia, la trasmettesse alle corde. Ma se qualche nube oscurasse que’ raggi, egli, quasi ingombrato da nuova tristezza, rendeva cupo, dolente, pietoso il suono, seguace degli impulsi di natura. Esprimeva anco all’improvviso gli amori, lo sdegno, il lutto, la giocondità, il furore, la calma, secondo gli argomenti che gli fossero proposti. E però egli otteneva lode non che da’ suoi, dalla moltitudine, la quale procurava udirlo singolarmente nelle sue veglie notturne, quando si abbandonava all’estro rapitore. La quale eccellenza in questa arte animandolo a conseguirla in altre, affaticava assiduamente e l’anima e le membra a renderle migliori. Ma la palestra di Lemno era angusta alle sue brame, le quali aspiravano alla fama di giuochi solenni. Non poteva quindi nascondere quanto egli si dolesse di udire da lontano quelle imprese illustri, e chiedea spesso ad Agarista di tentare in quelle il suo destino. Ella non sofferendo averlo disgiunto, ed anco timida per gli pericoli di que’ cimenti, ben consapevole con quanto ardore il giovanetto li avrebbe intrapresi, ripugnava alle sue instanze. S’interpose anco Panfilo, mostrandogli quanto fosse indegna sconoscenza l’affliggere quel seno materno in cui avea trovato così dolce ricovero nelle sue sciagure. Ma il giovanetto omai evitava il colloquio, e col silenzio rendea incerta la investigazione de’ suoi pensieri.
Ma già risuonava per la Grecia la tromba de’ giuochi della centesima seconda Olimpiade, e da ogni città e lido concorrea la fiorente gioventù bramosa delle corone. Tanto romore toglieva il sonno alle palpebre di Erostrato, e vie più gli rendeano moleste le domestiche ammonizioni. Aquila già vestita di penne sdegna il nido e si lancia alle nubi. Il giovane pertanto dissimulando il suo disegno quanto era più vicino ad eseguirlo, patteggiò una nave, e fatto consapevole soltanto Glauco suo fedel servo, con buoni arredi e moneta, la quale solea liberalmente somministrargli Agarista, di notte s’imbarcò al porto di Lemno, e sendo propizio il vento, salpò. Nell’abbandonare le sue stanze vi avea lasciata questa lettera.
"Ad Agarista sua tenera madre Possideo non sconoscente figliuolo invia salute. Quando tu hai fise le pupille, forse dolenti, a questo scritto, io solco l’Egeo per condurmi in Olimpia, e farvi, se Giove mi è benigno, sperimenti non indegni delle tue cure. Io ti chieggo mercé, o eccelsa ed amata benefattrice, se ardisco sciogliere per poco i dolci legami della domestica sommissione. Ma una voce imperiosa mi suona in petto, e quasi tiranna di ogni mio pensiero, tutti li rivolge a spingermi fuori dagli ozj delicati e risplendere in qualche virtù. Che se tanto mi saranno propizj gli Dei ch’io ritorni al tuo amato grembo vincitore di Olimpia, spero che per la gioia, la quale ti produrrà la gloria mia, dimenticherai quella tristezza di cui ora ti sono cagione." Intanto l’aure seconde increspavano il mare, sulla cui superficie spandea i suoi raggi la nascente luna. Giacea il giovanetto fuggitivo sulla prua, tacendo, coi sguardi fisi a Lemno. Sorgea nel palagio di Agarista una torre eccelsa, mirando la quale sentiva mescersi una filiale pietà al suo audace proponimento. Ma le palpebre di Agarista non declinavano che a sonni interrotti da che Erostrato avea manifestata la spiacevole ansietà di svellersi dalle braccia sue. Surse quindi con l’aurora e fu sollecita di sapere se i sonni del giovanetto fossero più tranquilli de’ suoi. Ecco le apparve smarrita una ancella apportatrice di tristo messaggio. Avea per l’affanno impedita nelle fauci la voce. "Ahimè" sclamò Agarista "il tuo dolore ti vieta di favellare, ma il mio fa che l’intenda! Oh figliuolo, per l’addietro dolce conforto, sei tu divenuto il mio tiranno!" Così dicendo corse smaniosa alle stanze di lui, le quali trovò spalancate, e sopra una mensa aperto il foglio. Leggendo il quale rimase da prima tacita e immota, poscia con lagrime e lamenti percuoteva il petto, implorava gli Dei pietosi. Accorse Panfilo, e sé chiamava infelice per la insufficienza delle sue esortazioni. Sopravvennero al pianto i servi e ripetevano quello della angosciosa loro Signora. Ed ella tutti rimproverava di negligente custodia. Ma pur con estreme perturbazioni sfogati alquanto i primi impeti di dolore, Agarista ordinò che immantinente fosse celebrato un sacrifizio a Nettuno, ed ella sospirosa andò nel tempio ad offerirlo. Quindi spedì messaggero in Olimpia a quanti ella vi aveva congiunti con ospitale amicizia, raccomandando loro il suo Possideo qual più amato figliuolo.