Voci della notte/Falena

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Falena

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La roba Zia Severina

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Falena

Le maschere uscivano a crocchi ed a coppie dal teatro; il veglione, quella notte, era animatissimo. Attraversando la piazza, sotto i fanali di luce elettrica, le donne sembravano visioni. Gonne di raso bianco e di raso roseo, onduleggianti, trapunte d’argento, sfumavano in una illusione ottica di mondi siderei; un cerchio di brillanti, sopra un bel braccio nudo, appariva un istante fuori dalle pellicce, scintillava e spariva; risate allegre scomponevano fuggitivamente il mistero delle blonde ravvolte intorno a una testina provocante, mentre un domino silenzioso e prudente misurava i passi sul marciapiede.

I due o tre caffè della piazza furono presi d’assalto; dietro i cristalli appannati dal freddo, le mense biancheggiavano, invitavano. Quando tutti i gaudenti furono a posto, davanti al ponce bollente od all’arrosto, una donna vagolava ancora per la piazza, vestita di nero, con una giacca [p. 44 modifica] rossa e un cappellino rotondo ammaccato, cui pendeva dietro una piuma a brandelli; vagolava senza meta, col passo incerto, arrestandosi spesso sugli angoli e nell’incavo delle porte; cercando, aspettando.

Faceva un freddo di dieci gradi sotto zero, secco, pungente, un vero freddo da notte d’inverno. Alla giacca rossa mancavano parecchi bottoni ed ella se la teneva incrociata sul petto coi pugni chiusi, curva nelle spalle, battendo i denti. Ogni tratto tossiva; le doleva tutto il petto dalla gola fino alla cintura; nella scapola sentiva una fitta acuta, come una lancia. Aveva fame, aveva freddo, aveva sonno.

Strisciando lungo il muro s’appostò contro l’invetriata di un caffè, figgendovi gli occhi. Alla prima tavola due o tre giovanotti si contendevano i sorrisi di una follia, la quale per il momento si occupava sul serio a divorare un pezzo di selvaggina. Nella sua gola palpitante scendevano l’un dopo l’altro i bocconcini, accompagnati da sospiri di soddisfazione, da fremiti voluttuosi che le faceano gonfiare il seno. Aveva tanto caldo nell’esplosione del suo benessere, che uno dei giovanotti s’era assunto l’impegno di farle fresco, col ventaglio alzato, vicino vicino alla faccia, osservando con interesse i capelli della nuca che svolazzavano.

La donna della giacca rossa continuò a strisciare lungo il muro. [p. 45 modifica]

A un altro caffè una comitiva di grassi borghesi tumultuava brindando. Le loro mogli fresche, serene, ornate dei gioielli nuziali, ridevano godendo lo spettacolo delle maschere, nella sicurezza del marito vicino e dei bimbi che dormivano, a casa, nei loro lettucci caldi... Zuppe fumanti, piatti di carne giravano intorno alla tavola, e le bottiglie sturate lasciavano udire il colpo secco del tappo che saltava per aria.

La donna dalla giacca rossa continuò a strisciare lungo il muro. Qualcuno, udendola bisbigliare a bassa voce parole intelligibili si era voltato a guardarla, torcendo subito gli occhi; qualche altro le aveva lanciato una parolaccia. Uno ch’ella aveva preso per il braccio, la minacciò colla sua canna. Allora lasciò la piazza, scantonando per una viuzza buia, tossendo, e ad ogni colpo di tosse soffocando un gemito. Poiché mancava la luce dei fanali sembrava che il freddo fosse più intenso. Ella andava come un cane randagio, muta, nell’incertezza delle tenebre.

Un’ombra veniva alla sua volta, un uomo. Con un movimento istintivo si ravviò il cappellino, drizzando le spalle; l’uomo si fermò. Era un po’ brillo, masticò una bestemmia e le disse di seguirlo.

Ella ansimava salendo le scale, facendo sforzi incredibili per non tossire. Giunti in camera, [p. 46 modifica] mentre l’uomo accendeva i fiammiferi, ella cadde sul primo mobile che si trovò accanto.

— Scommetto che hai fame! disse l’uomo.

— E tutto il giorno che non mangio.

Egli si voltò di botto a guardarla, col lume in mano; e siccome la donna teneva il capo chino, la prese ruvidamente per l’omero, facendo saltare l’unico bottone della casacca; così apparve un misero petto incavato, sul quale recenti tracce di vescicanti formavano piaga.

— Maledizione!

Non udì né le sue lagrime né le sue preghiere. Irritato la cacciò fuori.

Eccola di nuovo nella via.

Tremava tutta; il suo corpo avvezzo alle intemperie, alle fatiche, agli insulti, alle percosse provava una sensazione raccapricciante, come un gran desiderio di finirla e di morire. Le gambe le si piegavano sotto; doveva appoggiarsi, a tratti, per non cadere. Capiva che se fosse caduta non si rialzava più.

In fondo alla via c’era una casaccia dalle cui finestre intelaiate uscivano grida e risate, miste a bestemmie. Riconobbe la casa; ricordò. Un cattivo istinto, una lunga abitudine le fecero muovere alcuni passi sotto l’andito sbilenco, ma si fermò subito; quelle grida inneggiavano alla bellezza, alla gioventù, al piacere! Ella si strinse colle mani il magro petto, dolorando, e riprese il suo cammino di lupa errante nella notte. [p. 47 modifica]

Dove sarebbe andata a finire? Non lo sapeva.

Passò innanzi ad altre case note, a caffè, a teatri dove aveva brillato essa pure. Una trattoria le ramentò una cena durante la quale aveva gettato dalla finestra, ai monelli, una quantità enorme di cibo — questa l’aveva in mente sopratutto. Passò innanzi all’Ospedale; lì l’avrebbero forse accolta, aveva la febbre! Ma da otto giorni appena ne era uscita; ne era uscita coll’uggia dei dormitori, delle medicine e della schiavitù. Meglio morire.

Due spazzini sbarravano la strada, armeggiando colle scope, le mani coperte da grossi guanti di lana, un sacco sulla testa. Ella si offerse loro per un pezzo di pane. Le risero in faccia, e uno d’essi sollevato sulla scopa un mucchio di immondizie fece atto di gettargliele addosso.

Non fermò più nessuno. Andava, andava, andava, sperando vagamente che un precipizio le si aprisse sotto i piedi, istantaneo. Non vide né riconobbe più nulla; si trovò senza cappello, ignorando come; non pensava nemmeno a chiudere la giacca, lasciando scoperte le piaghe rosseggiami del suo povero petto; e tossiva.

Cadde finalmente, provando un senso di sollievo, sentendosi vicina alla liberazione. Colle membra rattrappite, riposava, la schiena appoggiata al muro, le braccia intorno ai ginocchi. Non aveva più fame; soltanto il freddo la molestava ancora. [p. 48 modifica]

Le sembrò di essere tornata bambina, quando veniva in città a vendere viole, accoccolata così sui canti delle vie... Era passato tanto tempo! adesso era vecchia e malata, una carcassa da buttare sul letamaio.

Qualche cosa di umido le spuntò sulle palpebre — non una vera lagrima, ma come il desiderio di piangere.

Passò a questo modo le ultime ore della notte, in un crescendo di pace, di annientamento, priva di qualsiasi desiderio. Soltanto verso il mattino fu presa da una voglia ardente di acquavite. Per un istante questo pensiero la dominò violentemente, facendole schioccare la lingua in bocca; poi anch’esso si calmò.

Un gelo benefico le saliva dalle gambe, su su lungo il corpo, addormentandola. Neanche il freddo sentiva più, il freddo molesto della vitalità che lotta; quello era il gelo liberatore, l’invocato!

Un ubbriaco, passando, la urtò col piede. Fu l’ultima sensazione.