Voci della notte/La morte del bimbo

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La morte del bimbo

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Zia Severina Paesaggio

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La morte del bimbo

Nella culla tutta bianca il bambino si era svegliato, girando attorno i poveri occhi illuminati dalla febbre. Da quanti giorni soffriva, da quanti!

Il suo corpicino era tutto un dolore; non respirava quasi più. Chiamò: Mamma! così debolmente che la madre appena appisolata sulla sedia, affranta da dieci notti passate a quel modo, non udì neppure.

Un altro udì, l’Alto, l’lnvisibile, che rispose al bambino:

— Saluta tua madre, salutala lieve lieve intanto che dorme e vieni con me.

— Come posso io venire se le gambine non mi reggono?

— Vieni, ti porterò io.

— Non voglio lasciare la mamma.

— La mamma ti seguirà poi.

— Non voglio lasciare la mia bella culla bianca.

— La tua bella culla bianca diventerà fra poco un letto duro pieno di triboli.

— Non voglio lasciare i miei balocchi.

— I tuoi balocchi, fra alcuni anni, si chiameranno crucci, pensieri, contrarietà, fatiche.

— Mi piace la mia casa dove tutti mi amano, mi accarezzano, mi vogliono bene. [p. 60 modifica]

— La tua casa rimarrà deserta; nessuno più ti vorrà bene come tuo padre, nessuno più ti bacerà come la mamma tua.

— Ma vi sono altre case gaie, ridenti.

— Vi sono altresì menzogne, ipocrisie, tradimenti.

— Amo i giardini verdi dove fioriscono le rose.

— C’è il turbine che passa devastando i giardini, ingiallisce le erbe verdi e avvizzisce le rose.

Il bambino ristette un poco, ansimando coi piccoli polmoni ammalati.

— C’è una fiamma prodigiosa, ardente, che solleva le anime a vette inesplorate, che ispira i poeti, che conforta i martiri, che detta le opere più sante — la chiamano Amore. Vorrei vederla.

— Bimbo, quando le tue ossa riposeranno sotto le viole del camposanto, innaffiate dalle lagrime di tua madre, una fiammolina sorgerà dalle zolle, fiamma che inseguita fugge... quello è l’Amore.

— C’è — disse il bimbo, sempre più pallido — una stella lucente, alta, pura, che rende immortale la fronte su cui si posa — la chiamano Gloria. Vorrei toccarla.

Sempre più grave la voce dell’Alto rispose:

— Anche vedrai dalle zolle paludose sorgere, a sera, con parvenza di corpo un’ombra ed oscurare i piccoli corpi vicini; ma il primo raggio di sole venuto dall’alto scioglierà, sperdendo nell’aria, ciò che non era altro che nebbia. Così è la Gloria.

— Dicono che una rugiada celeste scenda su tutti gli afflitti, bagni e ristori ogni tristezza umana — è il Bene. Vorrei esercitarlo.

— La goccia che cade dal cielo trasparente e pura ma che appena toccata la terra si converte in fango, ecco il Bene. [p. 61 modifica]

— Oh! Signore — disse il bimbo giungendo le manine — se vi sono nel mondo ardue imprese, lotte, guerre, conquiste, ferite, io le voglio. Voglio vivere!

— Guarda — mormorò la voce, così dolce e profonda che parve subito al bimbo l’annuncio di una superna pace — guarda tua madre. Ella ha amato, ha sofferto, ha lottato, ha vinto, ha perduto. E tutto svanisce, tutto scompare davanti a questa culla dove svegliandosi troverà un cadavere. Tutto conduce al nulla, la vita è un sogno. Chiudi il tuo, o bimbo, fra le bianche coltri della tua culla, finché non hai ancora sofferto, finché non hai fatto ancora soffrire... Dolce è morire così, innocenti e puri, in braccio all’unico amore.

Tacque la voce; un gran silenzio si fece nella camera. Ombre leggere passarono davanti alla culla, bianche, rosee, brune, ridendo e piangendo, portando fiori e croci; passarono, lasciandosi dietro un ampio velo grigio, freddo, attraverso il quale il bimbo vide ancora per una volta la fronte mesta della madre appesantita nel sonno.

Un guizzo di vita nel corpicino — l’ultimo rimpianto, l’ultimo strappo — e l’anima, la piccoletta anima sospirò: Prendimi!