Voci di campanili/La Torre di Massimiano e il monastero maggiore

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La Torre di Massimiano e il monastero maggiore

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La Torre di Massimiano e il monastero maggiore
Santa Maria delle Grazie San Gottardo
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LA TORRE DI MASSIMIANO


E IL MONASTERO MAGGIORE




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Le hanno dorato la gabbia troppo piccola per essa; le hanno messo intorno delle aiuole di fiori, de’ bassi cancelli eleganti, molti fanciulli, ma essa se ne sta come una fiera leonessa che non può dimenticare l’immensità del suo regno e sbatte ruggendo la coda contro le sbarre di ferro della sua breve prigione.

Fate silenzio, o maestri, nelle aule della vostra scuola; chiudete nel cassetto i programmi che vi obbligano a parlare di Romolo e Remo e della loro lupa, di Tarquinio il Superbo e dei suoi papaveri; lasciate che i fanciulli e le [p. 48 modifica] fanciulle ascoltino e comprendano le voci che salgono dal fondo del terreno su cui la scuola sorge, [p. 49 modifica]che scendono dall’alta torre romana ch’è sopra la loro testa, che escono dalle finestre dell’artistica chiesa ch’è al loro fianco.

Sentite com’è eloquente, palpitante, indimenticabile il racconto che le pietre e i monumenti della città ove siamo nati ci fanno di tutta la storia politica, religiosa e artistica della patria nostra!

La massiccia torre eretta dall’imperatore Massimiano, restaurata dal vescovo Ansperto, ha sfidato i secoli per poter raccontare ai nostri figlioli che ci fu un tempo in cui Roma, padrona del mondo, portò qui la prepotenza del suo impero, la magnificenza della sua arte, la sapienza delle sue leggi, la corruzione della sua civiltà; e come qui, al contatto di questo popolo attivo, schietto, semplice e credente, si siano molte volte smorzate certe velleità di tirannie e di crudeltà.

Nell’immenso e ricco palazzo che si fabbricò fuor delle mura della città, tutto circondato da giardini e da orti, Massimiano provò la dolcezza del riposo e il desiderio di prolungarlo; forse un rimpianto della vita semplice di pastore in cui era cresciuto nella sua Pannonia, e si decise a rinunciare al potere, salvo a pentirsene e a tentar di riprenderlo più tardi. [p. 50 modifica]

Ancora da Milano, da questo palazzo imperiale, Costantino emanò l’editto di tolleranza del culto cristiano, e Graziano, dopo aver autorizzato di nuovo le persecuzioni, piegò all’eloquenza del vescovo Ambrogio e fece quella legge, così profondamente cristiana, di lasciar passare trenta giorni prima di eseguire una sentenza di morte, — il tempo di lasciar sbollire il sentimento di vendetta, di lasciar sfreddare i rancori, le ire, tutte le cattive passioni, e poter giudicare a mente tranquilla sulla giustizia di una condanna.

Qui Teodosio, rientrato dopo il gran rifiuto di Ambrogio di lasciar varcare la soglia della casa di Dio a lui che aveva le mani lorde di sangue dell’eccidio di Tessalonica, impreca mortalmente offeso; ma la quiete dei vasti giardini che si prolungano fin laggiù alla basilica ambrosiana, di dove forse il vento gli porta il canto dei fedeli, acquieta la tempesta del suo animo e rischiara la sua mente. E pochi giorni dopo, più grande nella sua umiliazione, esce per andare, in tutta la pompa d’imperatore, a prostrarsi singhiozzante sulla soglia di quella chiesa, e a implorare pentito il perdono di Dio ai piedi del fiero e virtuoso vescovo. [p. 51 modifica]


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Sulle rovine del palazzo distrutto dalle orde incalzantesi dei barbari, ne’ giardini che seguitarono a fiorire, all’ombra de’ grandi alberi fatti più folti, — ignari de’ destini dell’umanità — come strano e poetico fiore anch’esso sorse il primo monastero di vergini. [p. 52 modifica]

Fra le tante supposizioni, come si accoglie volontieri quella che esso sia stato fondato dalla regina Teodolinda, la bella, forte e pura figliola del re de’ Bavari, che arrossisce al lieve tocco della mano del re Longobardo quand’egli prende la coppa da lei offertagli, e lo accende di un amore che diventa devozione.

È la regina il cui ricordo arrivò a noi, attraverso tredici secoli, fresco e vivo come fosse d’ieri, perchè legato a quel miracolo d’arte ch’è il bel San Giovanni di Monza e a quella corona ferrea che è diventata un simbolo d’italianità.

Oh, la dolce influenza di donne virtuose su un popolo rozzo, brutale o corrotto! quanta potenza di gentilezza, quanto impero di santità e comando di rispetto emana da questa prima raccolta di fanciulle pie!

Vescovi, principi e papi sembrano far a gara per accrescerle onore e ricchezze e assicurarne l’immunità. Le fanciulle chiuse per sempre qui dentro, appartenevano alle più potenti famiglie e se ne andava con esse la poesia della casa, la nota dolce, serena e conciliante che imponeva reverenza anche ai violenti e agli audaci.

Il loro ultimo saluto ai padri e ai fratelli era la promessa di pregar per essi notte e giorno, [p. 53 modifica]e proteggendole sembrava forse a quegli uomini di assicurarsi molto comodamente l’impunità delle loro colpe e un posticino in paradiso.

Strana, indefinibile sensazione ci invade sotto le vôlte della chiesa del monastero. Le ginocchia non piegano e la mente non prega; siamo rapiti, distratti, affascinati da qualche cosa che non è Dio, ma forse arriva a Lui per altra via.

È la parete che divide misteriosamente la chiesa a metà, lasciandoci indovinare che là dietro tutta una turba di vergini pregava, divisa dal mondo a cui non arrivava più che il suono del loro canto? È la loggetta che gira torno torno in alto, di dove esse spiavano non vedute, forse cercando nella folla visi indimenticati? È il nome suggestivo dell’architetto che lasciò l’impronta del suo ingegno nelle belle linee eleganti e armoniose dell’edificio: Dolcebono? O è la curiosità di ritrovare nell’ombra di una cappella il ritratto di quell’impudica che lasciò la bella testa sul patibolo, la contessa di Challant?

Sì, tutto questo, ma soprattutto il fascino delle pitture che ricoprono le pareti, le vôlte, le cappelle; è la soavità e la purezza di Bernardino Luini, lo squisito e umile artista che passò di chiesa in chiesa, di convento in convento, forse [p. 54 modifica]così povero sempre da essere costretto a fare i suoi viaggi a piedi, non uscendo mai di Lombardia, non destando rumori intorno a sè, lasciando al suo pennello il dire ai suoi contemporanei che coscienzioso e laborioso pittore egli fosse, e ai posteri, che delicato, mirabile, immortale artista egli sia.



Tutta una pietosa, interessante storia domestica esce, a chi ben guarda, dagli affreschi della chiesa di San Maurizio al Monastero Maggiore.

Alessandro Bentivoglio e Ippolita Sforza sono cacciati crudelmente in esilio dal fratello Giovanni II, signore di Bologna, e vengono a chiedere ospitalità al loro parente Francesco II Sforza. Hanno con sè il vecchio padre e la loro unica figliola: una fanciulla dai grandi occhi pensosi, dalle sopracciglia arcuate e fiere, dalla bocca piccina e dolce.

Il padre trova alla corte del cognato, ch’egli aiutò col suo consiglio a ricuperare il Ducato, il conforto di un’amicizia sicura, di una fiducia intiera nel suo senno e nella sua bontà. La madre si consola negli onori e nei doni di cui il Duca compensa la devozione di suo marito, e nel [p. 55 modifica]sontuoso, artistico castello di Porta Giovia, fra feste e conviti, il suo vivace ingegno si appaga e la sua coltura si affina. Ma il vecchio e la fanciulla non si rassegnano al doloroso esilio, all’ospitalità generosa che non potranno mai ricambiare: l’uno ha lasciato a Bologna troppi ricordi e troppi affetti, l’altra, forse un solo ricordo e un solo affetto, ma di quelli che durano tutta la vita nel cuore di una donna. Morto il vecchio, la fanciulla non vede più nulla intorno a sè, fuor che quel cielo dov’egli è andato ad aspettarla, e si rifugia, smarrita di dolore, a chieder la pace nel Monastero.

Gli affreschi del Luini ci dicono tutto l’amore di quel padre e di quella madre imploranti invano davanti alla porta del Monastero. Notte e giorno essi vorrebbero rimanere in quella chiesa, intenti ad afferrare la voce della loro creatura fra il coro delle monache, e non potendolo, si fanno ritrarre dal Luini nella parete di fianco all’altare.

Oh come ci dicono, quelle due figure, quanto è costato al loro cuore il gran sacrificio! da soli, no, non potrebbero inginocchiarsi e adorare quel Dio che ha loro rapito la figliola; tre santi sono intorno a ciascuno di essi, per dar loro coraggio e conforto: uno, davanti, addita l’altare, un altro di fianco tiene loro la mano sulla spalla, [p. 56 modifica]un terzo, dietro, mormora una preghiera, ed essi, vinti, si prostrano. Alessandro di Bentivoglio, pallido e scarno, in ampia zimarra nera col gran bavaro di pelo; di contro, Ippolita Sforza in abito di broccato bianco a ricami d’oro, bella ancora, ma come affranta dal dolore. Santa Scolastica, che le tiene la mano sulla spalla, veste lo stesso abito monacale della figliola e sembra dirle che la via scelta da lei è quella che conduce più sicuramente a Dio.

La figlia, Suor Alessandra — che malgrado la volontaria separazione ha un così devoto amore al padre da voler prendere il suo nome al momento della vestizione, — vede, stupita e turbata, uscir di sotto al pennello dell’artista le figure de’ suoi cari. La nuda chiesa del convento s’arricchisce ogni giorno più, il pennello instancabile del Luini muta le freddi pareti in una visione meravigliosa, e il cuore di Suor Alessandra sente certo in tutto questo palpitare l’amore di suo padre e di sua madre, che profondono lì intorno a lei, in immortali opere d’arte, tutto ciò che non può più servire a circondar la sua vita di agi e di splendore.

Fu lui stesso, Alessandro di Bentivoglio, che volle essere sepolto nella chiesa del Monastero? [p. 57 modifica]o è la figliola che supplicò d’averlo vicino? Egli è qui: e sulla sua pietra sepolcrale la figlia volle dire che vi dorme un giusto «che a tutti giovò, a nessuno nocque.»

E altra cosa ancora ci rende pensosi su questo domestico dramma dei Bentivoglio. Al di là della parete divisoria, nella chiesa del monastero — altra maraviglia dell’arte nell’architettura, negli stalli e nelle pitture, — a destra dell’altare che sulle fascie dipinte porta lo stemma e le sigle di Alessandro e di Ippolita, là in fondo, al bujo, nell’angolo di un affresco che rappresenta la Deposizione dalla Croce, noi scorgiamo un pallido, bellissimo viso chiuso nelle bende nere soppannate di bianco: è la fanciulla dai grandi occhi pensosi, dalle sopracciglia arcuate e fiere, dalla bocca piccina e dolce.

Forse l’artista, per incarico del padre, osservò attentamente la bella testina chinata ad orare nel coro, e per ricordarla uscito di là, la tracciò in un angolo nascosto della parete, fra quella folla così diversa di abiti e di espressione?

.... Tornando nella chiesa, finalmente le ginocchia si piegano, e la mente prega, commossa.