Avventure di Robinson Crusoe/40

Da Wikisource.
Viaggio per andar a bordo del vascello naufragato

../39 ../41 IncludiIntestazione 9 dicembre 2013 100% Romanzi

Daniel Defoe - Avventure di Robinson Crusoe (1719)
Traduzione dall'inglese di Gaetano Barbieri (1842)
Viaggio per andar a bordo del vascello naufragato
39 41
[p. 230]

Viaggio per andar a bordo del vascello naufragato.



Il mare era tranquillo, ed io sentiva una forte spinta in me d’avventurarmi su la mia piroga sino al vascello naufragato, non dubitando di poter trovare a bordo di esso qualche cosa che avrebbe potuto essermi utile. Pure questa considerazione non mi stimolava tanto, quanto la possibilità di trovarvi qualche creatura vivente per salvarne non solamente la vita, ma per ritrarre in appresso dalla sua compagnia il massimo dei conforti che io mi sapessi immaginare; il qual pensiere mi si attaccò al cuore sì fortemente, che non avea più quiete nè giorno nè notte se non m’arrischiava su la mia navicella alla spedizione or divisata. Affidato pertanto il rimanente alla provvidenza di Dio, pensai che questa fantasia fosse troppo forte nella mia mente da poter vi resistere; che essa dovea senza dubbio essere l’impulso di qualche intelligenza invisibile; che sarei stato colpevole se non le avessi obbedito.

Avvalorato dalla forza di tale impressione, tornai frettolosamente alla mia fortezza, ove apparecchiai quante cose mi occorrevano pel viaggio immaginato: una certa quantità di pane, un gran fiasco di [p. 231]acqua dolce, una bussola per dirigere la mia navigazione, un fiaschetto di rum, chè me ne rimaneva in serbo un’abbondante provvigione, ed un canestro di uva appassita; con le quali cose venuto alla mia piroga, la vuotai dell’acqua sotto cui la teneva nascosta ad ogni sguardo vivente, la misi a galla, vi posi entro tutto il mio carico, indi andai a casa di nuovo per prenderne dell’altro. Questo secondo carico consistè in un grande sacco di riso, il mio ombrello da tenermi al di sopra del capo, un altro gran fiasco di acqua dolce, circa due dozzine di piccole pagnotte o focacce d’orzo, che era più di quanto pane aveva portato la prima volta, un fiasco di latte di capra ed un cacio: tutte le predette cose, non senza grande fatica e sudori, trasportai nella mia piroga e, pregato Dio che proteggesse il mio cammino, mi posi in via e remigai radendo la spiaggia, sinchè finalmente fui alla punta dell’isola a nord-est (greco). Essendo questo il momento di lanciarmi entro l’oceano, cominciai ad essere tra il sì e il no di correre un tale rischio. Contemplate le due rapide correnti che costantemente tagliano le onde in una data distanza fra loro ad entrambi i lati della spiaggia, il sapere che erano state per me sì formidabili, la rimembranza del pericolo in cui mi avea trovato per l’addietro, fecero che cominciasse a mancarmi il coraggio. Prevedea che ogni qual volta venissi portato entro l’una o l’altra delle due correnti, sarei stato spinto per un bel tratto nell’alto mare, e forse di nuovo fuor del tiro o della vista dell’isola: nel qual caso qualunque lieve brezza che si fosse levata bastava, tanto piccola era la mia navicella, a perdermi senza riparo.

Questi pensieri mi disanimavano tanto, che io era già per togliermi della mia impresa; ed avendo tirata la mia piroga entro una caletta della spiaggia, ne uscii andandomi a sedere sopra un piccolo rialzo di terra, grandemente pensieroso e perplesso tra la paura e il desiderio su quel che far dovessi. Mentre stava così meditando, mi accorsi che la marea saliva verso la spiaggia, onde la mia andata diveniva malagevole per molte ore. Dopo tale considerazione, mi occorse subito alla mente l’idea di andarmi a collocare su la più alta eminenza che mi fosse riuscito trovare, e vedere, se poteva, qual direzione prendessero le ondate delle correnti quando la marea veniva verso la spiaggia, e ciò per assicurarmi, se mentre la rapidità di esse mi porterebbe in alto mare per una via, non potrei sperare che la stessa rapidità mi conducesse a casa per una via diversa. [p. 232]Concepito appena un tale divisamento, i miei occhi si portarono sopra una piccola collina che dominava il mare da entrambi i lati, e da cui vedeva chiaramente le direzioni della marea, e quali mi sarebbero state favorevoli per tornare addietro. Scopersi allora che, come la corrente del riflusso usciva della punta meridionale dell’isola, così quella del flusso rientrava nella spiaggia dal lato settentrionale; donde argomentai che se mi fossi tenuto a tramontana nel mio ritorno, io poteva riuscire abbastanza nella mia impresa.

Incoraggiato da tale osservazione, risolsi di mettermi in mare nella seguente mattina col favore della prima marea; onde riposatomi la notte nella piroga, coperto da quella grande casacca, di cui ho già fatto parola altra volta, mi posi in via. Su le prime navigai alcun poco tenendomi affatto a tramontana, finchè vidi il vantaggio della corrente che, situata a levante, mi trasportava ad una grande distanza, benchè non con tanta violenza come avea fatto dianzi quella a mezzogiorno, che m’avea tolto ogni potere di governare la piroga. Avendo quindi potuto padroneggiare a dovere il mio remo, m’avviai a dirittura e di gran corsa verso il vascello naufragato, dove pervenni in meno di due ore.

Fu ben tristo lo spettacolo che si offerse alla mia vista. Il vascello che giudicai spagnuolo dal modo della sua costruzione, era serrato, inchiodato fra due scogli; tutta la poppa e l’anca di esso fatte in pezzi dalla furia delle ondate; e attesa la violenza onde il castello di prua avea battuto contra gli scogli, l’albero di maestra e quel di trinchetto erano troncati alla superficie stessa del vascello; il bompresso invece era rimaso intatto, e tali apparivano ancora lo sperone e la tolda. Quando gli fui bene da presso, mi comparve sovr’esso un cane che, al vedermi giungere si diede ad abbaiare e ad urlare; ma appena lo chiamai, saltò in acqua per venire sino a me. Lo raccolsi nella mia piroga quasi morto dalla fame e dalla sete. Datagli una delle mie pagnotte, se la divorò come un lupo affamato che fosse stato a stentare quindici giorni in mezzo alla neve. Allora diedi a quella povera bestia alcun poco d’acqua dolce che, se lo avessi lasciato bere a sua discrezione, lo avrebbe fatto crepare.

Avventure di Robinson Crusoe p273.jpg

Quando gli fui bene da presso, mi comparve sovr’esso un cane

Dopo ciò andai a bordo, e la prima vista che mi si presentò fu quella di due uomini i quali, annegatisi nella cucina del castel di prua, si teneano strettamente abbracciati l’uno con l’altro. Congetturai, come veramente era assai probabile, che quando il legno urtò [p. 233]contro allo scoglio i cavalloni suscitati e sollevati dalla burrasca a grande altezza, continuatamente percuotessero il vascello con tanto impeto, che quegli infelici non potendo resistere, restarono finalmente soffocati sotto l’acqua. Fuor del cane, niun altro essere vivente era rimasto nel bastimento e nemmeno cose, per quanto potei vedere, che non fossero state guaste dall’acqua. Vi erano veramente alcune botti, non seppi se di vino o d’acquavite, che stavano sepolte nella stiva e che potei vedere in quel momento di bassa marea; ma erano di mole troppo enorme per potervi far su alcun disegno. Osservai pure diverse casse che pensai essere appartenute a qualcuno di que’ marinai: ne tolsi due nella mia piroga senza esaminarne il contenuto. Se il vascello si fosse infranto contro allo scoglio con la poppa, rimanendone intatta la prora, credo che mi sarebbe stata d’un grand’utile questa spedizione, perchè da quanto rinvenni in appresso nelle due casse ebbi luogo di credere che quel bastimento avesse a bordo di grandi ricchezze. Se lo ritraggo dalla direzione verso cui governava, dovea venire da Buenos-Ayres o dal Rio de la Plata nella parte meridionale dell’America oltre al Brasile ed avviarsi verso l’Avana nel golfo del Messico, e forse era destinato per la Spagna. Portava, non ne dubito, immensi tesori, ma inutili in quel momento ad ognuno. Che cosa addivenisse de’ viaggiatori, allora nol seppi.

Oltre a quelle casse trovai un bariletto che potea contenere circa ottanta boccali, e che trasportai con non poca fatica nella mia navicella. Trovai pure nella camera del capitano parecchi moschetti e un grande fiasco, entro cui stavano quattro libbre circa di polvere. Quanto ai moschetti io non ne aveva bisogno e li lasciai lì; ben presi meco il fiasco di polvere. Pigliai parimente una paletta da fuoco, una molla, di cui avea estremo bisogno, e due picciole caldaie di rame, una cioccolattiera ed una graticola; col qual carico e col cane me ne venni via, giacchè la marea cominciava anch’essa a prendere la direzione del mio soggiorno. Nella stessa sera ad un’ora circa di notte raggiunsi l’isola, stanco e spossato all’ultimo segno. Riposatomi la notte entro la piroga, risolvei, al mattino, di collocare tutti i miei nuovi acquisti nella mia caverna, e di non trasportarli altrimente alla mia fortificazione. Dopo essermi ristorato alquanto, portai il mio carico su la spiaggia, cominciando tosto ad esaminarlo parte per parte. Trovai che il liquore contenuto nel bariletto era una specie di rum, ma non di quella qualità che avevamo al Brasile: in [p. 234]una parola, non valea nulla. Ma quando fui ad aprire le casse, rinvenni molte cose di grand’uso per me: per esempio, una bella cantinetta di elegantissimi fiaschetti pieni di rosoli eccellenti. I fiaschetti, che conteneano circa tre boccali ciascuno, erano ornati d’argento; vi erano in oltre quattro vasi di giulebbe, due de’ quali si ben serrati dal loro coperchio, che l’acqua salsa non ne avea danneggiato contenuto, da me trovato di eccellente sapore; gli altri due erano affatto andati a male. Mi capitarono parimente, e molto a proposito per me, alcune camice in assai buono stato e circa una dozzina e mezzo di fazzoletti tra bianchi, da sudore e da collo e di colore, opportunissimi i primi per rinfrescarmi e rasciugarmi il volto quando faceva più caldo. Poi venuto al fondo della prima cassa, vi trovai tre grandi sacchetti di ducati che conteneano, fra tutti e tre, mille e cento monete all’incirca. In uno di essi vi erano in oltre fatti su in una carta sei doppioni ed alcune piccole verghe d’oro: credo che pesassero insieme circa una libbra. Alcuni vestiti di poco valore stavano nella [p. 235]seconda: per le cose contenutevi potea credersi del secondo cannoniere, ancorchè non vi fosse polvere, eccetto due libbre di polverino conservato in tre piccoli fiaschetti, a fine, come io supposi, di caricarne ad un caso gli schioppi da caccia. Questo viaggio in tutto mi fruttò ben poche cose che potessero essermi di qualche uso. Perchè circa al danaro, io non ne avea bisogno affatto: tanto mi giovava quanto il fango che stavami sotto ai piedi, e lo avrei volentieri dato tutto per tre o quattro paia di scarpe e calze inglesi, delle quali cose io sentiva grandemente la mancanza, ancorchè da molti anni dovessi essere avvezzo a farne senza. Se non che io mi era impossessato di due paia di scarpe, delle quali scalzai i due uomini che trovai annegati nella prima visita al legno naufragato, ed in oltre d’altre due paia che erano in una delle due casse, e che mi sarebbero capitate opportunissime, se fossero state comode ed atte a servirsene come le nostre scarpe inglesi, e non piuttosto ciò che chiamiamo scarpini. In questa cassa trovai circa una cinquantina di reali da otto, ma non di oro; pareva certo che fosse appartenuta a persona più povera del padrone dell’altra; la quale io penso ch’era di qualche ufficiale. Intanto, sebbene a nulla poteami servire questo danaro, lo trasportai nella mia caverna, e ve lo tenni in serbo, come aveva fatto con quello che levai dal mio primo naufragato vascello. Ma fu una grande disgrazia, come ho detto dianzi, che la prora e non la poppa di questo secondo legno mi fosse riuscito di ricercare; perchè parmi certo che vi avrei trovato danaro per caricarne ben parecchie volte la mia piroga e per trasportarlo da questa alla mia caverna, ove sarebbe rimasto tanto tempo in sicuro, che, quand’anche un’improvvisa occasione mi si fosse offerta per fuggire in Inghilterra senza di esso, sarebbe stato lì insino a che fossi tornato indietro a riprenderlo.

Condotti ora a terra e posti in sicuro i miei nuovi acquisti, me ne tornai alla mia piroga che feci costeggiare lavorando di remo o di pagaia la spiaggia, sintantochè la ebbi ridotta al suo antico porto, ove la lasciai riposare; indi m’avviai in gran fretta alla mia vecchia abitazione, giunto alla quale trovai tutte le cose intatte e tranquille.


Avventure di Robinson Crusoe p.277.png